Giorgio Rocca: lettera ai miei figli sullo snow board

Vancouver: Giorgio Rocca affronta le sue ultime olimpiadi sugli sci. Ma non prima di avere scritto (in esclusiva per noi) a Francesco, Tommaso e Giacomo. E a chi decide di passare alla tavola papà sta partire.

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Getty Images

Per qualche giorno non starà a casa con voi e la mamma. Inizierà un viaggio che lo porterà lontano. Talmente lontano che quando qui sarà giorno, lì sarà notte. Il posto si chiama Vancouver e si trova in Canada. La gente parla un’altra lingua, le città hanno grattacieli altissimi e i boschi sono pieni di orsi, castori e ruscelli.

Sarà però l’ultima volta che mi allontano, perché ho deciso di restare accanto a voi per sempre. E se arriverete alla fine della lettera scoprirete il perché della mia scelta. Vancouver sarà un’occasione da non perdere per vostro padre. Lì infatti si svolgeranno le Olimpiadi, l’evento sportivo più importante che c’è. Accanto a me ci saranno atleti in arrivo da ogni continente: Africa, Oceania, America ed Europa. Ci saranno persone che non hanno la neve come noi, ma la amano così tanto che hanno imparato a sciare e a scendere su uno snowboard.

Sorpasso

Sapete? Dicono che il 2009 è stato l'anno in cui gli appassionati della tavola hanno superato quelli dello sci. E questo, proprio quando vostro padre si sta preparando a uno dei suoi ultimi slalom della carriera. In realtà penso che lo sci non morirà mai. E che le mode vanno e vengono, come le stagioni. Questo è il tempo dello snowboard, che sembra disegnato su misura per voi. Già mi sembra di sentirvi parlare in modo strano e vedervi vestire con pantaloni a vita bassa e t-shirt extralarge, pronti a scivolare su una tavola colorata. Un mondo diversissimo da quello in cui sono cresciuto io. Ma di una cosa sono certo: quando i fan di questa disciplina diventeranno più grandi torneranno di nuovo a sciare. Per loro sarà come un ritorno alle origini. Proprio quelle che ho avuto io, che sono praticamente nato su un paio di sci. Perché su queste due assi sono cresciuto e oggi riesco a fare quasi tutto quello che voglio, nonostante mi abbiano fatto soffrire causandomi frustrazioni, incidenti e cadute rovinose.

Cadute

Una delle più tremende è stata proprio alle ultime Olimpiadi. A Torino ero uno degli atleti più attesi. Avevo appena vinto cinque slalom ed ero il superfavorito: alla fine sono uscito di gara dopo solo 35 porte. Ho imparato sulla mia pelle che l’agonismo ti aiuta a fare i conti conte stesso. Che si può vincere tanto, ma che prima o poi la sconfitta arriva e devi essere capace di rialzarti. Ho anche capito che l’agonismo non è tutto. Che la vera sfida non è tagliare una porta prima del tuo avversario ma costruirti una vita il più normale possibile e avere una famiglia unita, soprattutto in tempi come questi dove tutto appare inconsistente. Ho lottato con tutte le mie forze per raggiungere questo obiettivo, che vale più di qualsiasi medaglia o trofeo. E la scelta di chiudere la mia carriera a Vancouver è legata proprio alla mia splendida famiglia. E alla voglia che ho di stare accanto a voi e alla mamma (che ho conosciuto quando avevo 11 anni e che ho sempre amato nonostante un periodo in cui siamo stati lontani).

Emozioni

Sono certo che quando taglierò il traguardo in Canada verserò qualche lacrima, perché lo slalom di Vancouver rappresenta per me molto di più di una rivincita: tornare a un’Olimpiade 4 anni dopo la delusione di Torino consapevole di poter salire sul podio è davvero un grande risultato. Comunque vada a finire, sono felice di aver regalato emozioni alla gente e di aver “costretto” i miei tifosi a uscire dal lavoro e mangiare in fretta fra una manche e l’altra per potermi vedere alla tv. Dopo Alberto Tomba sembrava una missione impossibile. Eppure ci sono riuscito, a fronte di enormi sacrifici. Per anni ho cercato di costruirmi una famiglia, facendo convivere impegni sportivi e affetto dei cari. Il mio rammarico è non esserci sempre riuscito. Nonostante abbia tentato di coinvolgere vostra madre il più possibile,nonostante abbia tentato di portarla con me alle gare. Ora è arrivato il momento di stare di più con voi. Perché un padre deve saper infondere sicurezza e far percepire ai propri figli la sua presenza sempre, qualsiasi cosa accada.

Impegno

So di essere stato spesso molto severo con voi. Ma sono certo che un giorno diventerete persone capaci di scegliere e prendere decisioni importanti. Genitori perfetti non si nasce e questo lo imparerete direttamente sul campo con i vostri figli. Ma riconosco in mio padre e mia madre un’ottima guida e vorrei tanto fosse lo stesso per voi. Sapete, ho sempre creduto di essere molto diverso da vostro nonno. Lui, pacato, rigoroso, preciso. Io, impulsivo, frettoloso. E invece più passa il tempo e più mi rendo conto di assomigliargli sempre di più. Faceva bene ad essere duro con me a scuola. A pretendere impegno e serietà, nonostante fossi un bravo sciatore e iniziassi a vincere alcune gare. Mi diceva: «la scuola prima di tutto. Essere un campione nello sport è importante ma non determinante». Non lo capivo ma aveva ragione. Chissà, se non avessi fatto lo sciatore forse sarei diventato architetto. Amo la geometria, gli edifici, le strutture, la matematica in generale. Ma sono sicuro che avrei applicato il mio fortissimo spirito di competizione anche a linee e forme architettoniche. In realtà scio da quando avevo due anni. Da quando vostro nonno mi ha inforcato due lastre di plastica sotto i piedi proprio davanti alla porta di casa.

Calcio

Difficilmente il mio futuro sarebbe potuto essere diverso. Per questo mi porterò sempre dietro quella sensazione intensissima che si prova a scivolare veloci verso valle, e a guardare sempre avanti. E a non voltarsi mai indietro. Cosa assai difficile per uno snowboardista, costretto per sua natura a dare le spalle alla pendenza e a non godersi fino infondo il panorama mozzafiato (vi do un consiglio: nella vita una visione aperta delle cose è sempre preferibile a una obliqua). Cosa addirittura impossibile per chi gioca a pallone, che non potrà mai godere dei rumori, dei profumi e della neve che sento io quando taglio il ghiaccio con le mie lamine. Ci riflettevo proprio l’altro giorno e sono arrivato a questa conclusione: un calciatore è per noi sciatori come un extraterreste. Fra il nostro e il loro mondo tutto è diverso. Loro sono in 11, noi invece siamo sempre soli contro tutti. Loro giocano per 90 minuti, noi ci giochiamo tutti in pochi centesimi di secondo. L’unico momento in cui siamo identici è quando un calciatore è costretto a tirare un rigore. Allora tutto cambia. Lo vedi nel loro sguardo, nei loro occhi che fanno fatica. Non sono abituati a sostenere tutta questa pressione. E questo mi ha spesso fatto riflettere con vostra madre. Ci siamo chiesti: «L’essere messi a dura prova è sempre positivo? ». La nostra risposta è stata: no. Chi si mette costantemente in gioco impara a crescere ma spesso è portato a deprimersi. Al cancelletto sei da solo e devi abituarti alla solitudine, devi trovare tutti i giorni la forza dentro di te. Io e la mamma pensiamo che la vita da sola offre già infinite sfide, e che nello sport è meglio condividere le difficoltà con altri compagni. E poi, non vi nascondo un pensiero ricorrente che ho: come potrei spingere mio figlio a fare lo sciatore con tutti gli infortuni a cui è soggetto? Il 95% di chi fa agonismo finisce all’ospedale per una tibia, un perone, un femore rotto oppure un trauma cranico. Da genitore non posso certo non pensarci.

Bilanci

Presto la neve comincerà a sciogliersi e arriverà il tempo dei bilanci. I miei ho iniziato a farli da qualche tempo: non ho aspettato il disgelo ma ho lasciato montagne e alberi ancora innevati. È stato quando il piccolo Francesco l’anno scorso è stato male ed è rimasto in terapia intensiva per tre settimane. Ricordo la domanda che tu, Giacomo, hai fatto alla mamma: «Perché da quando è stato male Francesco papà ha iniziato a vivere con noi?». La tua spontaneità mi ha sconvolto e aperto gli occhi. È stato in quel momento che ho scoperto cosa voleva dire essere padre. Quanto importante fosse la famiglia e, soprattutto, quanto tutto il resto passa in secondo piano. Compreso un’oro vinto all’Olimpiade.

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