Isabella Rossellini tra moda, cinema e green-porno

Cose che capitano intorno ai 60 a una signora di nome Rossellini: le offrono 7 film in un anno, torna a fare la testimonial e Robert Redford produce le su idee di Web Cinema. La differenza con il passato? «Ora sono veramente libera».

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Getty Images

Superi la pattuglia delle teen messicane che si fotografano sotto le insegne delle griffe sulla Quinta. Passeggi tra i gioielli al piano terra del negozio Bulgari a NewYork. Poi finisci in un retrobottega di lusso dove incontri lei: Isabella Fiorella Elettra Giovanna Rossellini. È vestita di nero e vuole un bicchiere d’acqua. Sfodera un sorriso accogliente, che però è anche un’arma. Che serve a sorvolare su domande intime a proposito di mamma Ingrid Bergman, papà Roberto Rossellini, ex amori come Martin Scorsese e David Lynch.

Ma il pretesto le è caro: a 58 anni è ancora una volta testimonial, per una borsa che porta il suo nome e che ha contribuito a realizzare con Bulgari. In barba alle rampanti celebrity assoldate per farsi paparazzare con scarpe tra il Village e Central Park. Non se la devono prendere. Per classe, storia ed erre moscia, non possono competere. E forse anche per energia: Rossellini ha 7 film in uscita tra Usa, Finlandia, Francia e Italia (da noi, La solitudine dei numeri primi, nelle sale dal 17 settembre). Oltre a cinque nuove coppie di bestiole da mettere in scena per suoi video dedicati al sesso fra animali (Green porno) e finanziati da Robert Redford.

Qual è stato il suo contributo creativo? Ho espresso le mie esigenze, quelle di una donna attiva e metropolitana: una borsa grande, che contenga computer, telefoni e un paio di scarpe. Ma anche elegante, non possiamo mica andare in giro con lo zaino.

Quali sono i suoi pezzi del cuore firmati Bulgari? Adoravo i gioielli di mia madre. Bracciali a forma di animali, ricordo la tigre e la pantera nera. Peccato che Bulgari li avesse già riutilizzati proprio sulle borse. Così per le chiusure della mia mi sono ispirata ai portasigarette d’argento anni 30 che ho acquistato dalla collezione di Andy Warhol. Abbinati a una pietra, simbolo Bulgari. Il risultato è una citazione Art Déco.

La fodera invece “cita” la lumaca dei suoi Green Porno. Non volevo una fodera scura. Perché la borsa diventa un buco nero dove puoi cercare il telefono per ore. Sì, la lumaca viene dai miei bozzetti. Il motivo ricorda i tessuti delle cravatte dove cerchi l’animale rappresentato e ci metti un sacco a capire cos’è. A me capita.

Nei video la lumaca è tra gli animali che fanno sesso estremo, sadomaso. È la sua preferita? Eh, la lumaca quello fa… ma io non ho un animale preferito tra i 28 che ho messo in scena. Li scelgo in base alla stranezza dell’accoppiamento, poi ci costruisco la storia. Per la borsa all’inizio pensavo alla stella marina, ma poi la lumaca mi è parsa più adatta, evoca l’andare in giro con la propria casa addosso, ciò che tutte vorremmo, no?

Cosa c’è di umano in questo eros animale? Tutti si sforzano di trovare nei film spiegazioni e soluzioni a problemi personali. Ma sono solo videocomico-scientifici. La biologia è noiosa, lo so perché la studio. Ho cercato di rappresentarla con leggerezza.

Cos’è il lusso per una comica-biologa di New York? Sposo il pensiero di Coco Chanel, il lusso è ciò che viene dopo aver soddisfatto i bisogni primari. In un mondo iperconsumista si ha voglia di poco. Ma quel poco deve essere perfetto.

È cambiata la moda dopo la crisi? Il desiderio di piacersi, il gusto e il gesto dell’auto-decorazione non cambiano. La moda è essenziale per le donne perfino nei paesi che le censurano, come l’Iran.

Crede ancora che le campagne siano viziate da una visione “maschile” della donna? Era un discorso legato alla rottura con Lancôme. Ma è vero che nelle pubblicità la donna è spesso oggetto sessuale. Il concetto di“sexy” è associato a eleganza e stile. Però c’è un modo di essere eleganti che non c’entra con il sex appeal.

Quali sono i suoi stilisti preferiti? Ho quasi 60 anni ed è difficile trovare designer che creino per la mia età. Hanno in mente donne giovani. Ma come faccio a portare quelle gonne, così corte? Alla fine segui quei pochi che sai che lavorano anche per te.

L’ha sempre pensata così? Sì ma quando lo vivi sulla tua pelle il problema si fa concreto. Mi chiedevo perché sulle riviste non vedevo 50-60enni. E come sarebbe stato arrivare a quelle età.

E com’è stato? Meglio del previsto. Si parla troppo delle rughe e non della libertà che si acquista. Passi la vita a dover sempre dimostrare qualcosa, ai genitori, a te stessa, al mondo del lavoro. Poi tutti questi pesi svaniscono e finalmente fai quello che vuoi.

Di fronte a tali conquiste, il problema del vestire è ridicolo. Capisci che devi uscire da ciò che offre l’industria e rifarti ai classici, come Jackie Onassis, Maria Callas o mia madre. Non guardi le pubblicità. I modelli diventano le signore eleganti in società.

Con quale vestito ricorda sua mamma? Con i costumi dei film, gli abiti casalinghi, quelli usati in giardino mentre lavava i cani.

Ha una lunga carriera da testimonial. C’è chi sostiene che oggi si utilizzano celebrity e non dive. Com’è cambiato il mestiere? È vero, oggi si sfruttano molto le celebrity e mentre si pensano i prodotti si ha in mente un personaggio che aggiunga valore. Perché il testimonial racconta una storia. Nel mio caso c’è quella dell’Italia che ha avuto successo all’estero, quella di due famiglie, i Bulgari e i Rossellini che si conoscono da 4 generazioni. Le celebrity sono scorciatoie per raccontare storie, sono simboli.

Ma che simbolo è una starlette “beccata” al supermercato con la molletta nei capelli e la giacca griffata? Sua madre non l’avremmo mai vista fotografata così. Lei dice? Noi vivevamo con i paparazzi alle calcagna e mia mamma al supermercato ci andava. Aveva le ossessioni domestiche di tutti. Forse sono cambiati i giornali. Credo però che certi divismi siano anacronistici. Gli attori americani rifiutano di prestare l’immagine per le aziende inpatria, ma lo fanno all’estero. Come se il fatto di vedere Nicole Kidman su un cartellone a Shanghai e non vederla a New York cambi qualcosa ai tempi veloci di internet. L’immagine ha vinto sulla lingua: la foto di un personaggio può raccontare una storia a tutto il mondo, senza mediazioni linguistiche e slogan.

Chi le ha fatto la prima foto “con griffe”? Fabrizio Ferri. Per Bulgari. Avevo 20 anni. Non facevo ancora la modella. Fabrizio mi ha rimorchiato per strada e mi ha chiesto se volevo una foto. Ho detto sì per fare amicizia, perché lui mi “sconfinferava” (ride).

Da modella quante copertine ha fatto? Più o meno 500. All’inizio le rilegavo in libri. Poi ho cominciato a collezionarle in pile. Poi ho smesso di guardarle.

Com’e stato quel periodo? Se invece che a 28 anni avessi cominciato a posare a 18, mi sarei divertita 10 anni di più. Ma avevo fatto l’accademia di moda, volevo fare la costumista. Invece sono diventata assistente di Gianni Minà negli Usa perché non parlava inglese. Poi lui mi ha suggerita come finta giornalista di Renzo Arbore per L’altra domenica. Non pensavo di fare la modella, non era l’epoca delle supermodel e quel lavoro non aveva appeal.

Era un mestiere poco serio? Più che altro non era considerato divertente. E io mi trovavo bene alla Rai.

E com’è che poi è finita su 500 copertine? Non era facile vivere a New York e lavorare per la Rai. A Manhattan sei definito dal tuo lavoro,quando mi chiedevano cosa facessi non sapevo come spiegare che ero una corrispondente per la tv italiana, ma per finta. Essere sposatacon Scorsese non bastava a farmi sentire integrata. Fare la modella èstato il modo per entrare nella vita professionale americana e quindi in America.

Sua figlia sta seguendo quelle orme (è testimonial di Lancôme, ndr). Sono contenta. Penso di averle trasmesso l’idea di un bel lavoro, fatto di viaggi e passione per la fotografia.

Quali valori femminili o femministi della sua generazione pensa siano passati a sua figlia? Elettra sta facendo una bella carriera e in più studia a Londra. Una volta era impensabile essere libere di crescere su più fronti. A New York si discute del conservatorismo di molte ragazze, che sognano di nuovo le nozze. Lei no.

Il suo impegno “green” con Sundance Channel di Robert Redford rivela sensibilità eco. Cosa pensa delle pellicce? Non le indosso. Non ho niente contro quelle provenienti da allevamenti, purché non ci siano forme di tortura. Ma se vedo un leopardo, come mi è appena capitato a Parigi, mi indigno.

Il sesso che mette in scena nei suoi porno animaleschi è più ecosostenibile o migliore di quello che fanno gli uomini? Un porno fra umani è meglio dal punto di vista dell’audience (ride). Credo che i miei film diffondano una cultura eco perché aiutano a conoscere la natura, anche se in 2 minuti e con lo spunto del sesso, che interessa sempre. Fin dall’inizio Redford mi ha avvisato che li avrebbe prodotti solo se contenevano un messaggio green.

Ha mai visto dei veri porno? Sì, ma non mi fanno effetto, anzi, mi fanno paura. Comunque i Green Porno hanno cambiato nome: ora si chiamano Seduce me... c’era gente che trovava offensivo il titolo. Ma io perseguo due reazioni del pubblico: vorrei solo che lo spettatore ridesse o che imparasse qualcosa.

Fa ridere vederla in costume mentre dichiara che gli ovociti sono chic perché sono pochi e gli spermatozoi sono cheap perché sono milioni, ma guardando i video la domanda è: quali di questi animali somigliano ai suoi ex amori? Non glielo posso dire. Alla “bestialità” non sono ancora arrivata (ride).

Hollywood ha appena perso Dennis Hopper, suo compagno di set in Blue velvet, come lo ricorda? Ai tempi era appena uscito da una rehab per droga e avevo paura. Si rivelò gentile e ironico, forse perché aveva toccato la parte buia della vita. Mi sto informando sul destino dei suoi dipinti. Ha coltivato l’arte con rigore.

Com’è l’Italia vista da New York? Vengo poco, non commento. Ma il cinema italiano è pieno di talenti e ho amato Torino quando ero lì per La solitudine dei numeri primi di Saverio Costanzo.

C’è qualcosa che non rifarebbe se tornasse indietro? No, semmai avrei voluto fare ancora di più. Studiare di più.

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