“Il femminismo gentile, pragmatico fa molto più rumore“ Giada Maldotti e il gender gap

Fondatrice e CEO di Red Public a 40 anni ha un'idea molto chiara: portare in Italia la cultura dell'equità (per le donne di domani).

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Quarant’anni in questo funesto 2020, mamma single di una figlia di cinque, esperienze in quel grande Nord (Stoccolma) che si è sempre definito più equo della parte meridionale del Vecchio Continente, laurea al Politecnico di Milano in ingegneria gestionale e consulente per il passaggio (arduo) della moda tra lusso e sostenibilità. Giada Maldotti poteva fermarsi qui e continuare la sua vita in una meritata comfort zone professionale. Due anni fa, invece, ha fondato Red Public, società di consulenza tutta femminile formata da un team di professioniste che sollecita, aiuta e consiglia come apportare inclusività, diversità e innovazione nelle aziende. In questi mesi di lockdown & post la sfida si complica, il balance familiare e professionale si incrina, le ambizioni delle aziende di sostenere le donne si confrontano con i bilanci a picco. Mai come ora bisogna ribaltare la tovaglia?

Quanto saranno difficili i prossimi mesi per ricollocarsi lavorativamente?
I prossimi mesi saranno molto duri in generale, temo. È prevista un'impennata dei licenziamenti che colpiranno in prima battuta donne e giovani. Ormai è difficile fare una previsione esatta di quello che ci aspetta: viviamo navigando a vista, con un orizzonte di pianificazione molto ridotto. Si tendeva a pianificare a sei mesi / un anno / tre anni. Oggi pianifichiamo di settimana in settimana temendo una nuova ondata di contagi, un nuovo lockdown. Da un altro punto di vista però la necessità di dover lavorare in remoto ha scardinato molti pregiudizi nei confronti dello smart working, quindi le aziende considerano di più e favoriscono lavoratori e lavoratrici autonomi, concedono maggiore flessibilità e part time. Ciò significa che in un mondo che diventa più competitivo e più fluido, la capacità che le donne avranno di riqualificarsi e adattarsi sarà la chiave per ricollocarsi. Suggerisco di utilizzare potenziali periodi di inattività, di cassa integrazione, di agende meno fitte per studiare, imparare nuove cose, aumentare il proprio gradi di alfabetizzazione informatica e digitale, ripensare alle scelte di vita e magari pensare a cambiare radicalmente il proprio percorso professionale. Ogni grande crisi porta con sé una grande sofferenza, ma anche notevoli opportunità per chi sa cambiare.

    Cosa pensavi saresti diventata quando studiavi al Politecnico di Milano?
    Pensavo che sarei diventata una professoressa. E poi la mia vita ha preso pieghe inaspettate e ho smesso di pianificare.

    Credi che tua figlia vivrà un mondo del lavoro più equo?
    Lo spero, ci sto lavorando.

      Cosa manca all’Italia per pareggiare il divario salariale uomo/donna?
      Nel 2019 le donne nel mondo hanno guadagnato il 63% di quello guadagnato dagli uomini. Se andiamo ad analizzare il gender pay gap, pur considerando le dovute differenze tra paesi, possiamo dire che vi siano dei motivi spesso comuni, molteplici e interconnessi a causarlo. Un fattore è la percentuale di donne inattive rispetto agli uomini (il 45% delle donne in età lavorativa non è nel mercato del lavoro, contro il 22% dell’altro sesso) e il divario di posti di lavoro (pochissime sono capi e manager). Si tratta di dati globali, in cui le nazioni prese in considerazione sono spesso diversissime, se non agli antipodi, fatto è che neanche nella avanzatissima e civilissima Islanda la piena parità economica è stata raggiunta. Un altro fattore è la tipologia di lavoro che il sesso femminile tende a svolgere: servizi di assistenza, insegnamento, terziario… lavori quasi sempre meno retribuiti. Le donne rappresentano quasi la grande maggioranza dei lavoratori nel settore dei servizi come la salute, la vendita al dettaglio e il sociale. Spesso si dice “è un lavoro da donna”. Ecco, sembra proprio che questa eccezione esista e spesso voglia dire una minore retribuzione.

      Ma non è solo un tema di paghe. Nel nostro paese, come nella maggior parte dei paesi, manca molto spesso la cultura dell’equità.

      Se vogliamo gettare le basi per ottenere una parità salariale dobbiamo andare a scardinare tutti questi meccanismi per i quali le donne faticano ad avere accesso in generale al mondo del lavoro, quando ne hanno accesso si tratta di lavori poco pagati, quando le professioni sono pagate faticano ad avere avanzamenti di carriera. E’ necessario che il mondo delle aziende e quello delle istituzioni lavorino insieme ma è necessario che noi donne per prime prendiamo il coraggio di chiedere, di pretendere quello che ci spetta.

        Quando e perché hai deciso che saresti stata in prima linea per aiutare le donne?
        Personalmente non ho quasi mai sofferto di discriminazioni legate al mio essere donna. Ho lavorato tantissimo e il mondo del lavoro mi ha restituito altrettanto. La mia scelta di diventare mamma non ha influito negativamente nella mia carriera. Ma vivevo in Svezia. Poi sono rientrata in Italia, dopo tantissimi anni all’estero in contesti internazionali, e mi sono resa conto che la situazione lavorativa, ma in generale la condizione femminile era radicalmente diversa rispetto ai paesi nordici. Molto spesso in negativo, purtroppo. I racconti delle amiche, delle conoscenti, di tante donne erano racconti di difficoltà, di sofferenza, di discriminazione, di disparità. Ho dovuto mettere a tacere quel senso d’impotenza che credo che molti di noi abbiano di fronte alle ingiustizie. E poi ho cambiato prospettiva: invece di concentrarmi sui miei limiti ho deciso di focalizzarmi sulle mie potenzialità in quanto professionista, madre ed essere umano e ho deciso che fare qualcosa per le donne fosse meglio che fare nulla.

        Da mamma di una piccola donna sento la necessità vitale di poter dire a mia figlia che ho provato a cambiare le regole del gioco per lei e per le altre donne, costi quel che costi.

            Provocazione: le donne non sanno/vogliono chiedere aiuto?
            Bisogna distinguere secondo me: ci sono migliaia, milioni di donne, decine di milioni di donne che ancora non vivono i nostri diritti. Si tratta di donne trafficate, usate, uccise e comunque silenziate, che non possono chiedere aiuto. Anche tra di loro a volte a dispetto di ogni difficoltà una riesce a fare sentire la propria voce. Mi viene in mente Nadia Muriad che da yazida contadina nella periferia irachena, violentata e rapita, è diventata ambasciatrice Onu. Nei paesi occidentali invece molte donne che potrebbero chiedere aiuto non lo fanno per diversi motivi e il link è che, spesso, quando si parla di disparità di genere si tende sempre a far coincidere l'intera questione con l’idea di un maschio nemico per natura. Non è sempre così, le donne devono tirare fuori il coraggio e far sentire la propria voce, molto più di quello che hanno fatto fino a oggi. E far sentire la propria voce non significa gridare o distruggere, anzi, il femminismo gentile, pragmatico fa molto più rumore.

              Qual è il dna Dj Red Public che non troveremo in nessun altra agenzia del genere?
              Dando per scontato il talento e la professionalità, credo che Red Public trasmetta l’energia positiva e propositiva di chi crede che un modello alternativo sia non solo possibile ma migliore e realizzabile. Facciamo di tutto ogni secondo per dimostrarlo, sul campo. Quindi dai cliente non portiamo solo la competenza, ma anche la nostra visione di un mondo equo e inclusivo.

              E una femminilità a cui non vogliamo rinunciare





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