Saremmo colmi di poesia se Sylvia Plath non ci avesse lasciati 55 anni fa

La storia della poetessa americana che se ne andò a soli 30 anni e di cui è rimasto un grandissimo senso di incompiuto.

Sylvia Plath la poetessa americana suicida a soli trent'anni che ha messo a nudo la sua anima raccontando la difficoltà di essere donna e intellettuale.
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Una vita che si spezza prima del tempo è sempre un evento amaro. Se poi quella persona è Sylvia Plath, e prima della dipartita a soli 30 anni, lascia stupende poesie, c’è il rammarico che avrebbe potuto regalarne al mondo ancora e ancora. Sono opere, quelle della poetessa americana Sylvia Plath, che racchiudono tutte le difficoltà di una vita tormentata. Plath è ancora l’ispiratrice di molte scrittrici, le sue opere emozionano ancora molto gli altri artisti. E come non potrebbe essere così, quando una delle sue citazioni più famose dice proprio: “E comunque, ogni cosa nella vita può essere scritta se hai il fegato di farlo e l'immaginazione per improvvisare. Il nemico peggiore della creatività è l'insicurezza”. Prendiamolo come motto, mentre cerchiamo di capire cosa portò questa creatura dalla sensibilità e il talento straordinari a togliersi la vita.

Sylvia Plath, biografia. Sylvia Plath, chiamata familiarmente Sivvy, è nata il 27 ottobre 1932 a Boston, nel Massachusetts. Era figlia di due insegnanti: Otto Emil Plath, professore universitario di tedesco e biologia all'Università di Boston (specialista delle api), e Aurelia Schober, insegnante di inglese e tedesco. Entrambi erano di origine tedesca. Sylvia avrà poi un fratello minore di nome Warren, nato nel 1935. Subito dopo la nascita di Warren, la famiglia Plath si trasferisce a Withdrop, una città costiera che portò la piccola Sylvia a instaurare un legame vitale con il mare. Sin da quando era molto piccola, Sylvia ha iniziato a scrivere poesie. Era una ragazzina fragile, sensibile, intelligente ma insicura. Un'insicurezza che si amplifica quando nel 1940 suo padre muore a causa del diabete. Dopo la morte di Otto Plath la famiglia si trasferisce a Wellesley. Ai tempi della scuola Sylvia, che dall’adolescenza inizia a soffrire di depressione, pubblica il suo primo lavoro. È un racconto intitolato E l'estate non tornerà più, pubblicato sulla rivista Seventeen. Sunday At The Mintons, pubblicato nel 1952 durante la sua tappa universitaria nella rivista Mademoiselle, fu invece la sua prima storia premiata. Due anni prima, Sylvia era riuscita ad entrare allo Smith College di Northhampton e in questo istituto rimase tra il 1950 e il 1955. E in quel periodo che tenta di suicidarsi per la prima volta, sopraffatta dalla depressione che avanza. Più tardi, dopo aver ricevuto una borsa di studio, decide di recarsi in Inghilterra per frequentare l'Università di Cambridge, una delle più prestigiose al mondo. Nel 1956 incontra Ted Hughes. Lui è un poeta già conosciuto, lei si reca appositamente a una festa per conoscerlo e complimentarsi con lui. Invece nasce un amore fulminante e dopo appena quattro mesi sono già sposati e in luna di miele in Spagna. Se la relazione non sarà delle più felici, servirà però a innescare l’alchimia con cui danno vita entrambi alla loro produzione migliore. Con Ted Sylvia Plaith figli ne avrà due: Frieda, nata nel 1960, e Nicholas, nato nel 1962.

Sylvia Plath col marito Ted Hughes
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Sylvia Plath, poesie. Il suo primo titolo pubblicato fu la raccolta di poesie The Colossus (1960). Ma il libro più conosciuto di Sylvia Plath è La campana di vetro (1963), autobiografico e firmato con lo pseudonimo di Victoria Lucas. Poco dopo la pubblicazione di questo libro, Sylvia, poetessa e scrittrice di grande sensibilità e che divenne un'icona femminista, si suicidò l'11 febbraio 1963 a Londra. Aveva 30 anni e la sua depressione cronica, l'instabilità emotiva e la relazione di Hughes con Assia Guttman, la moglie del poeta David Wevill, aumentarono la vulnerabilità che portò alla morte della giovane Sylvia. Tragicamente anche Assia si suicidò, più precisamente nell'anno 1969. Silvia Plaith, Ariel e le opere postume - Apparvero postumi i libri di poesie Ariel (1965), uno dei titoli chiave della sua bibliografia, Crossing the water (1971) e Winter trees (1972). Nel 1981 leè stato conferito il Premio Pulitzer per la sua opera poetica raccolta in Complete Poems e un anno dopo è vennero alla luce i suoi diari (1982). È stato anche pubblicato un libro di racconti intitolato Johnny Panic and Bible of Dreams. Sylvia Plath, frasi. Sono tante le citazioni che ci ha lasciato questa eccezionale poetessa. Oltre a quella famosissima, già citata sopra, aggiungiamo anche queste due: “Preferisco i dottori, gli avvocati, le ostetriche… qualsiasi cosa prima degli scrittori, sono la cosa più narcisistica che esista. E anche: “Parlo con Dio ma il cielo è vuoto”.

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Sylvia Plath, morte. Perché Sylvia Plath si sia tolta la vita non è del tutto chiaro. C’è chi dice che volesse solo attirare l’attenzione, dare un segnale forte del suo disagio inscenando un suicidio nella certezza che qualcuno che stava attendendo l’avrebbe salvata. Ma non è andata così. Il metodo che scelse per morire è stato molto complicato. Ha sigillato con il nastro adesivo la porta della camera dei suoi bambini e poi si è chiusa in cucina. Ha aperto il gas del forno e ci ha infilato la testa (uno scenario che in seguito il fotografo Angelo Cricchi cercherà di ricostruire). Dalle biografie postume su di lei e sul marito ci sono varie teorie. Da una parte, pare che esistano lettere indirizzate al suo terapista che raccontavano abusi e botte, che lui la maltrattasse fino all’esasperazione. Dall’altra, pare che lui l’avesse lasciata e fosse a casa dell’amante, un’altra poetessa, il giorno della tragedia. E che fosse lui a essere ormai esasperato dal bipolarismo della moglie, tanto da dire agli amici “se sto ancora con lei muoio”. La triste conclusione è che nessuno arrivò in tempo per salvare Sylvia Plath nella loro casa di Londra, quel tragico 11 febbraio 1963. Nelle foto scattate dalla coroner è ben vestita, con un paio di sandali bianchi col tacco e persino i guantini. Sul tavolo della cucina c’era anche un biglietto col numero del suo dottore: altro indizio che forse, in fondo, voleva essere salvata. Il marito curerà le pubblicazioni postume delle sue opere, ma farà sparire nel caminetto il suo ultimo diario e, pare, tanto altro materiale che comprometteva l’immagine artistica della moglie morta (o la sua?). 46 anni dopo anche Nicholas Hughes, il figlio della coppia, si suiciderà. Forse, vittima della stessa genetica maligna che ha spedito la madre nel cimitero di Heptonstall, in Inghilterra. Dove due fazioni opposte di vandali misteriosi continuano a cancellare dalla lapide il cognome Plath o quello da sposata Hughes, alternativamente. Chissà perché.

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