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È morto Stephen Hawking, e ora dell'universo sa davvero tutto

Quando scompare un'icona dell'astrofisica come Stephen Hawking siamo tutti più poveri, mentre lui forse, ora ha scoperto ciò che la dimensione umana non gli permetteva.

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Stephen Hawking è morto , ironia della sorte, il 14 marzo, compleanno di Albert Einstein. E la percentuale di intelligenza e coraggio nel mondo si è abbassata drasticamente, statisticamente, nell'attimo stesso in cui ha emesso l'ultimo respiro. Forse è la notizia più triste e destabilizzante di questa prima metà di marzo, perché il professore lo amavano tutti, a leggere i suoi libri ci abbiamo provato tutti, il leggendario Dal big bang ai buchi neri, del 1988, La grande storia del tempo, del 2005, per citarne solo due dei tanti, stupendoci di come ne capivamo più del previsto pur non essendo esperti. E ogni volta che nella vita abbiamo cercato la scusa più stupida per non fare qualcosa, per rimandarla, adducendo immaginari dolori lancinanti all'alluce, giornate storte "non so perché" e finti problemi che gonfiavamo in proporzioni cosmiche per non alzarci dal letto, bastava pensare a lui che, malato di Sla dal 1963, sopravvissuto ben oltre le previsioni dei due anni che i medici gli avevano concesso allora, riusciva a formulare teorie, tenere conferenze con migliaia di spettatori, scrivere, appunto, libri, e concedersi pure lo sfizio di partecipare come guest super star a programmi tv: la frase Stephen King The Big Bang Theory è da tempo una delle più ricercate su Google.

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Stephen Hawking con la seconda moglie Elaine Mason
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La biografia di Stephen Hawking la sappiamo bene perché ce l'ha regalata un film meraviglioso come meritava: La teoria del tutto, del 2014. Scelta perfetta quella di affidare il suo ruolo a Eddie Redmayne, che col suo sguardo intelligente e dolce gli ha regalato quel misto di tenerezza e di genialità di cui avevamo bisogno. Stephen Hawking era nato l'8 gennaio 1942, aveva compiuto da poco 76 anni. Un miracolo, come detto, vista la sua malattia, una vita stirata 50 anni oltre le previsioni. Decenni messi a frutto, aiutato nella comunicazione da un sintetizzatore. Era ancora direttore del Dipartimento di Matematica Applicata e Fisica Teorica di Cambridge, dove incontrarlo era considerato un privilegio anche (soprattutto) per le nuove generazioni che lo idolatravano. Si era sposato due volte, guardava la vita con una passione riservata a pochi, eppure aveva avuto problemi a imparare a leggere, da bambino ed era uno studente mediocre. Tuttavia, già da adolescente aveva costruito un computer pezzo per pezzo e per questo i compagni di scuola lo avevano soprannominato "Einstein". La malattia gliel'avevano diagnosticata dopo una caduta mentre pattinava sul ghiaccio, e da allora ha vissuto nella fragilità fisica. Nel 1985 ha contratto una polmonite gravissima ed è stato necessario tracheotomizzarlo. Per tutta la vita ha sondato i misteri dell'universo, formulando a volte teorie con cui smontava quella precedente. "Perdendo la sensibilità delle mie mani", diceva, "sono stato costretto a viaggiare attraverso l'universo con la mente, visualizzando i modi in cui funziona". Ora il suo ultimo viaggio gli sta regalando tutte le risposte che cercava. Ma noi, egoisticamente, lo avremmo voluto ancora un bel po' con noi. Addio professore.

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