Innamorarsi di Roger Federer e non accettare il suo ritiro, mai

20 anni in più dei suoi avversari, inarrivabile nella grazia del gioco, luci (e luci) di Roger.

paris, france june 3 roger federer of switzerland during his match against marin cilic of croatia on court philippe chatrier during the second round of the singles competition at the 2021 french open tennis tournament at roland garros on june 3rd 2021 in paris, france photo by tim claytoncorbis via getty images
Tim Clayton - CorbisGetty Images

Cosa si proverà a essere l’oggetto di tanto amore? Trasversale. Potente. Assordante, talvolta. Da lasciare increduli, soprattutto gli avversari. In ogni parte del mondo. Quali sentimenti affiorano e che brivido si deve sentire, ascoltando il proprio nome scandito, urlato, ritmato in ogni angolo di terra? Che sia rossa. Verde. O di cemento. Da padri di famiglia, adolescenti, mamme, bambini. A lui capita così, e soltanto a lui, in un modo totalizzante. Senza distinzione di sesso o di età. Ogni volta in cui Roger Federer partecipa a un torneo lo impreziosisce, lo illumina. Di gioco, certo. Ma, da che il suo addio si fa più vicino, lo contamina di incanto e anche di quel velo di malinconia. Che portano da sempre i suoi occhi, scuri e lucidi. Per il tempo che corre, e per noi, romantici e innamorati, che lo vorremmo fermare.

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Sta accadendo anche in questi giorni, a Parigi, al Roland Garros, dove anagraficamente Roger Federer risulta essere “il giocatore più anziano" in gara nel singolo. Ha vent’anni in più della nostra promessa più grande, Jannik Sinner. Fa impressione sfogliare il diario di Roger, che si deve tornare indietro di diciotto anni, poco più dell’età di Sinner oggi, per vedere la sua prima vittoria in uno Slam, a Wimbledon nel 2003. Da allora il tennis - e il mondo - sono cambiati. Lui no. Da che ha smesso il look improbabile delle primissime apparizioni - e anche un temperamento un po’ fumantino, ricomposto da un importante lavoro su di sé, il che ci dice che senza disciplina non c’è talento che tenga - Roger si è conquistato, partita dopo partita il titolo, indiscusso, di Re. Ma prima di tutto quell’amore totale e incondizionato del pubblico. Ha fatto il miracolo di avvicinare al tennis una platea vasta - sport televisivamente difficile da raccontare e di non larga diffusione -, ha dettato mode, con un’eleganza innata e gentile, è diventato icona, in vita. È il solo che quando va - come è capitato nella giornata di giovedì al secondo turno, nella partita vittoriosa con Marilin Cilic - a discutere con l’arbitro di sedia, il pubblico normalmente infastidito per le proteste, inizia a ritmare il suo nome. A incitarlo. Mortificando - e senza cattiveria, ma soltanto per eccesso di amore - l’avversario.

Nole Djokovic, numero uno attuale, e suo storico rivale, lo sa bene: ogni volta che scende in campo contro di lui, credo addirittura se lo domandi “Ma perché lui è così tanto amato? Cosa devo vincere ancora per avere la metà di tutto questo?”. Roger Federer è il rovescio a una mano sola, le discese a rete, la volée, il dritto lungolinea: azioni che sembrano vederlo danzare sul campo, con quelle mani sempre curate a toccarsi i capelli, spostandoseli dal viso, prima e dopo ogni giocata. Anche ora, con quel fisico curatissimo, ma che inevitabilmente sa di padre di famiglia (non dev’esser semplice avere a che fare tutti i giorni con 2 coppie di gemelli e Mirca, ma questo capitolo lo affrontiamo un’altra volta), lo si ama, se possibile ancora di più. Vorremmo aggrapparci alle sue magie, vederlo vincere una volta ancora, che ancora dobbiamo essere risarciti dalle lacrime per la non vittoria a Wimbledon, nel 2019. Lui per primo.

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