Meg Ryan "con la scena dell'orgasmo in Harry ti presento Sally mi sono messa nei guai"

Intervista alla “fidanzatina d’America” che ha saputo osare e rischiare come poche (e che al Festival di Locarno ha ancora qualcosa di urgente da dirci).

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Courtesy Photo Locarno Film Festival

Se parliamo di coraggio, Meg Ryan, ne è ha davvero da vendere, non solo per ciò che oggi rappresenta a livello artistico, una grande icona del cinema americano, ma soprattutto per il suo modo di vivere la propria esistenza, nel bene e nel male, e lì ripartire ogni volta, brillante, scomoda, e un po’ fuori dagli schemi. Per Meg Ryan parla una carriera fatta di personaggi pop, controcorrenti e di culto, da Harry ti presento Sally.. a The Doors, Insonnia d’amore, French Kiss, «la mia preferita» dice, fino a C’è posta per te, o Kate&Leopold, in oltre trent’anni di attività, nei quali si è messa in gioco anche come regista e produttrice. Una donna ancora da celebrare, com’è avvenuto all’ultimo Festival del Cinema di Locarno dove Meg Ryan ha ricevuto l’ambito Excellence Award. Una donna che ha ancora voglia di guardare al futuro, pensando, chissà, a una serie tv tutta sua.

Ci pensa mai agli inizi?
Ricordo assolutamente tutto, ero confusa, ma non avevo paura. All’epoca studiavo giornalismo, dedicandomi un po’ anche alla pubblicità, ogni tanto mi veniva dato qualche incarico, poi decisi di tentare il provino per Ricche e famose. Non sapevo recitare, ne tanto meno di cinema, nessuna preparazione, il mio primo lavoro fu scendere per le scale e aprire un barattolo. Ebbero comunque molta pazienza, sbagliai pure a pronunciare il nome del regista, George Cukor, uno dei più grandi, dopo dissero che avrei dovuto smettere, che forse non era la mia strada, come vede non ho voluto dargli ascolto.

Courtesy Locarno Film Festival

A cosa si è ispirata davvero?
Le attrici degli anni ‘30 e ‘40 sono state fondamentali, così come certi lavori legati a quell’epoca. Quando ero piccola, alle quattro e mezza del pomeriggio, si guardavano i vecchi film in bianco e nero, era davvero entusiasmante, anche se il primo che vidi sul grande schermo fu nel 1972, L’avventura del Poseidon.

Tanti ruoli importanti, uno su tutti, quello in Harry ti presento Sally, com’è andò veramente?
La scena dell’orgasmo è rimasta impressa per dire, ma mi sono messa nei guai da sola (ride, ndr). Nella sceneggiatura, dovevo risultare buffa nel comportamento, parlando sull’argomento, senza però far battute, sono io che a un certo punto ho suggerito di introdurre quel momento, pensare che sul set c’era pure mio figlio piccolo, si sarà domandato che razza di lavoro stesse facendo sua madre! Non mi rendevo conto di far parte di un film che poi sarebbe diventato iconico, talvolta ci vuole distanza per comprendere che potrebbe durare.

Il segreto è improvvisare allora.
Direi semmai non recitare. Se fai cinema, studi è vero, però devi essere leale verso la telecamera, se non lo sei tutto crolla, in teatro gli atteggiamenti cambiano. Io stessa ho diretto, ma per me ha rappresentato una grande lezione attoriale, dove poter vedere tutti i miei attori.

C’è un partner sul set a cui è maggiormente legata?
Forse Tom Hanks. Non ti sorprende, è la persona che ci si immagina, curioso del mondo, è un grande artista, così aperto, capace di trovare la perfezione senza cercarla a tutti i costi.

Nell’immaginario lei è considerata la “regina delle commedie romantiche”, si ritrova?
In parte, anche se ne ho girate solo dieci, gli altri sono stati tentativi in altre direzioni. Le commedie sono quasi matematiche, strutturate, nascondono tante cose insieme, per questo bisogna arrivare al tono giusto, come nelle pellicole di Billy Wilder: se si decostruiscono scopri la cultura di una intera epoca, i pro e contro, sembra prenderla in giro in maniera leggera, eppure... Hugh Grant un giorno mi disse, "chi fa come noi, è come un palloncino in un mondo di spilli. Ci vuole precisione, anche a far ridere". Vita e arte sa, alla fine, si fondono, e il connubio può diventare terapeutico.

In che senso?
Girando City of Angeles, dovetti confrontarmi con un personaggio dedito anche all’alcol, nello stesso periodo ero sposata con Dennis (Quaid, ndr), che a sua volta aveva intrapreso un percorso di terapia, in rehab, cercando di disintossicarsi dal bere. Beh in qualche modo, il ruolo, mi ha aiutato ad essere più empatica anche nella vita reale, a liberarmi da certi demoni. C’è chi guarisce sul set, io ci credo.

Courtesy Locarno Film Festival

Nel momento in cui è diventata moglie e madre, in questo senso com’è cambiato il suo modo di lavorare?
La maternità aiuta tantissimo a ritrovare sintonia, perché aumenta il livello della propria compassione, ti ricorda quanto è fragile ogni cosa al mondo.

Ad un certo punto è arrivato il ruolo di In the Cut, diretta da Jane Campion: la travolse vero?
Cercavo di aggiungere nuovi stimoli e complessità alla mia carriera e contemporaneamente volevo lavorare con lei, è una regista diversa dagli altri. Quando lavori con gli uomini talvolta sei oggetto, qui ero il soggetto, un vero lusso, fu un’esperienza intensa, dove poter investigare anche la mia sessualità femminile.

Fino ad allora il pubblico aveva di lei un’immagine all’opposto...
Certamente ho offeso molte persone, a molti quel ruolo non piacque per niente, in un talk show inglese, venni quasi insultata da un giornalista. Si impara sa, se vuoi convivere con una sorta di archetipo, devi chiedere quasi il permesso, non si scherza, e io non avevo chiesto.

Cosa ne pensa di alcune attrici che oggi partono dalla Rete per poi imporsi?
I social media possono diventare l’opportunità di parlare alla gente, guardi Instagram, e fare a meno della stampa, da un lato è molto vantaggioso, ma io non sono fatta così. Devo pensare al mio essere pubblico.

Courtesy Locarno Film Festival

È vero che per un’attrice sopra i 40 anni si fa più fatica a trovare la storia giusta?

Cercare materiale interessante, raccontandolo attraverso lo sguardo femminile, non è facile, penso che adesso la tv di qualità sia fatta però da molte donne, è lì che bisogna puntare per maggiori opportunità.

A proposito di donne, che idea si è fatta riguardo a movimenti come #MeToo e Time’s Up?
Le rivelazioni su Harvey Weinstein hanno acceso un fuoco che covava da tempo, le donne erano pronte a denunciare l’ineguaglianza sul posto di lavoro, ad alzare la voce, e così abbiamo creato una delle marce più importanti della nostra storia. Tutto questo ha a che vedere con il Presidente degli Stati Uniti, Donald Trump. Credo sia solo il primo tassello, finalmente possiamo parlare, ma maschi e femmine, ora, devono trovare un equilibrio.

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