Miele e senape. O mostarda, secondo varie interpretazioni della tradizione/traduzione. Miele di dolcezza suprema venato del piccante gentile, persistente, rugoso della senape. Il significato del nome di Honey Dijon dj transgender, icona della musica elettronica contemporanea, amica di Riccardo Tisci (uno che sulle persone e gli amici giusti di alto profilo ci azzecca sempre). Profondamente suo. Honey Dijon in Italia ci passerà in piena Milano Fashion Week, il 21 settembre sera sarà possibile ascoltare i suoi mix in un locale di Milano. Una data extra che nessuno si aspettava ma i DJ sono così: saltano da un posto ad un altro anche all’ultimo momento. E come appaiono possono smaterializzarsi a piacimento. Non lei, però.

Non Honey Dijon from Chicago, passata da New York negli anni 90 quando la scena iniziava appena a cambiare post sbornia sintetica (sintetizzata) anni 80, (ri)lanciando la house e sfoderando l’acciaio nell’esplorare la techno. Anche se lei non parla mai di generi, di nessun tipo: che siano sessuali o musicali. Honey Dijon biografia che avanza per sfumature. L’unico argomento sul quale si scaldi molto è l’uguaglianza civile: “Il mio obiettivo come DJ, ora, è riuscire a far passare tutta la conoscenza musicale, la club culture e l’energia creativa alle persone queer, di colore e marginalizzate dalla società per renderle visibili” ha raccontato in una succulenta intervista a Wonderland Magazine.

Honey Dijon si è fatta da sola, crescendo con tutti pregiudizi che possono avvolgere a morsa una persona nera, trans, appassionata di musica e arte nella Chicago pericolosa attorno tra gli anni 70 e 80. Pura supposizione temporale: Honey Dijon età sconosciuta, vezzo che la rende già oltre la diva. Nemmeno il NYT è riuscito a farle confessare quanti anni abbia: d'altronde delle grandi personalità si sanno le storie, non i dettagli. Da piccola, Honey Dijon manteneva come unica via di fuga al quotidiano la sua fantasia, leggendo e rileggendo tutti i giornali e i magazine sui quali riusciva a mettere le mani. Allo shop sopra il negozio di dischi Wax Trax, dove Honey si rifugiava a leggere, la conoscevano bene. E sui giornali la ragazzina acerba, curiosa e affamata di cultura assorbiva profondamente il fascino delle notizie presentate. “Negli anni della crescita venivo ostracizzata per essere una persona diversa, le riviste erano la mia fuga. Non mi facevo di droghe, collezionavo giornali, imparavo la cultura, l’arte, la musica. Li divoravo, erano la mia salvezza” ha raccontato a Thump.

Ma c’era anche la musica, naturalmente. E non è un caso che il suo negozietto preferito fosse sopra un record store. Honey Dijon DJ lo è stata sin da quando aveva 3 anni. È cresciuta in una famiglia di appassionati di musica, in pieni anni 70, quando note e sesso andavano di pari passo e davano una spinta potente alla libertà. Musica come pane quotidiano, mattone della bellezza di ogni giorno. “I miei genitori erano molto giovani quando mi hanno avuto, e mi ritrovavo a mettere musica alle loro feste prima di andare a letto. Mi emoziona condividere la musica con le persone, è così che mi hanno creata” ha spiegato senza mezzi termini in un’intervista a Ssense. Da qui è partita la sua ricerca personale, prima dell’approdo in quella New York anni 90 pre Rudolph Giuliani (e la sua tolleranza zero), sfolgorante, che di lì a poco avrebbe conosciuto da vicinissimo l’incubo dell’AIDS. E l’eredità di tutti i creativi incrociati sulla strada e divorati dalla malattia, la Black Girl Magic (la descrizione di Honey Dijon su Instagram) la porta con sé. “L’AIDS ha spazzato via due generazioni di creativi e strambi queer. È molto bello essere qui e continuare a trasmettere quello che hanno lasciato”.

Dopo aver sorvolato decenni problematici e un paio di disavventure personali, tra le quali la perdita inestimabile della sua collezione di dischi dopo un’alluvione, Honey Dijon è una profetessa dell’hic et nunc, qui ed ora. “So che non c’è niente che mi appartenga, quello che pensi sia tuo non lo è. Ci resta l’esperienza”. Case libri auto viaggi fogli di giornale, ci si perdoni la citazione pop al cospetto della Queen Of DJs, non sono niente. Ci sono solo le persone, c’è la capacità di non essere mai definibile, sfuggente, idolo dell'high profile e al tempo stesso chicca nascosta. Lei, icona della moda che veste Givenchy e Alexander Wang, in realtà non è una fissata. "La musica per me non è mai stata solo essere DJ, e la moda non è solo roba di vestiti. È la possibilità di una vita migliore" ha raccontato al New York Times.

Per questo Honey Dijon detesta la gentrification, l’imborghesimento che costringe le persone ad abbandonare i grandi spazi dove fare musica e arte e la cultura viene prodotta in un big bang continuo di ispirazioni e creatività, dati spesso dal caos e dalla precarietà. "Chi riesce a creare cambiamento viene spinto fuori. Le persone ricche consumano, non creano" sostiene Honey Dijon. Che non ha peli sulla lingua quando si tratta di chiarire le sue posizioni sociali, personali, politiche e civili. Per la DJ più cool, il problema sta nella mancanza di valore che si dà alla diversità: come esponente dei diritti LGBTQ+ e delle comunità nere, Honey Dijon è convinta che ci sia bisogno di varietà totale, mentre nelle città si tende a uniformare in base a canoni precisi. “C’è bisogno di diversità. Dietro le quinte tutto è maschile ed eterosessuale, io ho a che fare con persone che mi classificano per quella che sono e pensano che io suoni in un certo modo per un certo tipo di folla" ha spiegato, non senza amarezza. In un mondo di codificazioni binarie, Honey Dijon DJ è la trasversalità fatta persona. Come la musica: "Non ha etichette. È una lotta continua e sono felice di avere la possibilità di gettare una luce su tutto ciò che non sia maschio, bianco ed etero".