Malika Zarra, la jazzista berbera che ti fa struggere di nostalgia per cose che non hai mai vissuto

Nata in Marocco, cresciuta a Parigi, emigrata a New York: storia (e confidenze) di un'artista straordinaria che tutti dovremmo ascoltare per essere migliori.

image
Courtesy Malika Zarra/Becca Meek

Il jazz è una faccenda con profonde radici africane. Malika Zarra è africana. Malika Zarra fa jazz. Il ragionamento fila liscio come l’olio, come le note dei suoi pezzi in cui è impossibile non percepire un fondo di nostalgia per panorami lontanissimi. Il suo pregio maggiore, però, è che ascoltando, ad esempio una canzone intitolata No Borders si ha la sensazione che la nostalgia sia la nostra, come se ti mancasse un paese dove magari non sei mai stato, figuriamoci averci abitato. Quel paese è il Marocco, dove è nata questa musicista per orecchie raffinate (fatevi un giro dei suoi pezzi su Spotify, per capire). Ma chi è Malika Zarra? La trovate a New York da ormai tanti anni ma è nata a Oluad Teima, in Marocco ed è una French American, un appellativo con cui negli Stati Uniti vengono identificati coloro che ci tengono a manifestare le proprie origini. Come racconta la sua biografia, è la prima di cinque figli di una coppia formata da una berbera e un marocchino del sud est. Come tante famiglie marocchine, anche la sua si è trasferita a Parigi quando lei era piccolissima, ma poiché in casa si parlava sia il berbero che l’arabo, le due lingue ufficiali, lei le ha imparate perfettamente insieme al francese e poi l’inglese. Il primo strumento che ha cominciato a studiare quando ha capito di avere la passione per la musica, è stato il clarinetto. Lo suonava anche nella banda della città, in marcia con i tamburini. È finita così nel conservatorio jazz, sia a Tours che a Marsiglia e poi in tanti festival. La scelta del jazz dipende dalla forte somiglianza che ha con la musica tradizionale marocchina (vedi sillogismo iniziale).

Da lì, Malika ha debuttato sulla scena jazz parigina e a cantare in tutte e quattro le lingue che parla, collaborando con tutti i più eclettici musicisti del genere, dallo sperimentalista John Zorn a Gretchen Parlato. Il suo modo di reinventare il jazz in chiave berbera è di una bellezza e purezza commovente. Dagli Stati Uniti si sono accorti di lei e dopo essere stata messa sotto contratto dalla Motéma Music, nel 2010 si è trasferita a New York, dove forse gli echi delle sue gioiose malinconie si sono amplificati a causa della lontananza dalla terra dove e nata, e da quella dove è cresciuta. Ha pubblicato due album, uno più sognante dell’altro: On The Ebony Road e Berber Taxi. Un personaggio così carismatico, uno di quelli che ti fa fare un figurone mettendo su la sua musica quando ci sono amici sensibili a cena, deve essere esplorato meglio. Apposta le abbiamo rivolto alcune domande “botta e risposta” (alle quali si è scusata con candore “potete aspettare qualche giorno, che sto finendo il trasloco?”).

Getty Images

Un ricordo di quando eri in Marocco che non scorderai mai?
Ero con la mia famiglia a Taroudant, una città nel sud del Marocco, e ho un ricordo vivissimo di me che guardo e ascolto un gruppo di donne che cantano, suonano e ballano.

In quali situazioni a New York ti capita di sentire le tue radici marocchine?
Ogni volta che condivido la musica con il pubblico e con gli altri musicisti sul palco con me.

Chi sono state le persone più importanti della tua vita?
Sicuramente i miei genitori.

Quale dei due senti più affine?
La mia mamma berbera.

E chi è stato il tuo mentore, la tua ispirazione?
Ce ne sono diversi, ma soprattutto Ella Fitzgerald e Bobby McFerrin.

Cosa ti piace del jazz e cosa della musica araba?
Aggiungerei anche la musica nordafricana, che è un mondo a sé molto specifico. Questi generi hanno in comune l’improvvisazione ma anche la libertà e l’interazione con altri musicisti che si trovano lì durante le performance. Ogni volta è come sperimentare qualcosa di nuovo ed è questo che mi affascina di più.

Che tipo di gente ascolta la tua musica?
Gente con la mente molto aperta.

Che ne pensi del fenomeno migratorio che viviamo in Europa?
Che già quando ero bambina, per me le frontiere non hanno mai avuto senso. Ora lo penso ancora di più.

Di che nazionalità ti senti?
… universale.

Cosa saresti oggi se i tuoi genitori non fossero emigrati?
Probabilmente qualcosa di molto, molto diverso...

Getty Images
Pubblicità - Continua a leggere di seguito
Altri da Gossip