Viggo Mortensen, un elegante antidivo, gentile in modo disarmante

Il suo amore per Madrid, i ricordi dell'infanzia tra Canada e Argentina, le passioni da cowboy: quattro chiacchiere con l'attore newyorkese che è anche poeta e fotografo. E che vedremo presto nel film Green Book.

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Getty Images

C’è qualcosa di profondamente diverso in Viggo Mortensen, attore di talento, poeta, musicista, nato a New York da padre danese e madre americana. Non è soltanto la bellezza naturale, elegante. È che si sente un uomo normale pur non essendolo. Ed è affabile e gentile in modo disarmante, tanto da lasciarmi di stucco quando, per togliermi dall’imbarazzo, mi aiuta a frugare nella borsa a caccia del registratore che cerco da minuti eterni. Ride di cuore, tirando fuori pupazzetti, occhiali, trucchi, fazzolettini e finalmente, al grido di Evvai!, il registratore disperso.

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Un antidivo, unico, che si permette di girare le spalle allo star system e di utilizzare il ricco bottino del Il Signore degli anelli per concedersi il privilegio di essere libero. Avvia la casa editrice Perceval Press, con l’intenzione di pubblicare solo autori ignorati dalle multinazionali, e si dedica al cinema indipendente (A History of Violence, Appaloosa, A Dangerous Method, Captain Fantastic, solo per citare qualche titolo) dove lascia il segno con la sua fisicità straordinaria e le interpretazioni asciutte. Ne La promessa dell’assassino di David Cronenberg si consacra alla storia del cinema, anche per una scena violenta in cui, in una sauna, combatte per la sopravvivenza, completamente nudo.

Oggi, a 60 anni compiuti l’ottobre scorso, va addirittura oltre, con una scelta che sorprende tutti. Ingrassa di 20 chili, si tinge i capelli di nero, diventa strabordante, grossolano, persino logorroico. E si trasforma nell’italoamericano Tony Lip in Green Book (al cinema dal 31 gennaio) di Peter Farrelly (Tutti pazzi per Mary, Scemo & più scemo), splendido drama-comedy basato sulla vera amicizia che nasce nel 1962 fra l’autista Tony Lip
Vallelonga e il pianista classico afroamericano Don Shirley (il Mahershala Ali di Moonlight), durante una tournée nel Sud dell’America.

Dietro l’umorismo grezzo e la pancia enorme che tira la camicia, Viggo Mortensen riesce a dare all’autista Tony Lip una dignità e una bellezza indimenticabili. «Pur avendo amato follemente la sceneggiatura, ho avuto qualche remora ad accettare il ruolo», ci dice guardando il panorama dalla terrazza dell’hotel Bernini a Roma, dove è arrivato per la promozione del film. «Ero cosciente dei miei limiti. Ci sono tanti attori italoamericani bravi e io non volevo fare una caricatura». Ora indossa un completo blu scuro ed è tornato alla sua forma ideale. «È stato difficile buttare giù quei chili, alla mia età. Ma ne è valsa la pena». E mentre sorseggia un mate, la bevanda degli indios, dice: «I paletti sono caduti quando Farrelly mi ha detto che non voleva fare un film pieno di stereotipi. Ho accettato anche se continuavo a essere preoccupato. Dovevo parlare spesso in italiano, ma la lingua degli italoamericani negli anni 60 era un miscuglio di dialetti con parole persino inventate. Ho dovuto studiare molto.»

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Una scena del film "Green Book": nel film diretto da Peter Farrelly Viggo Mortensen interpreta la parte di un buttafuori assunto come autista da Don Shirley (Mahershala Ali), uno dei pianisti jazz più famosi al mondo.
Courtesy Photo

Eppure sembra a suo agio nei panni di Tony Lip. Come ci è riuscito?
Ho passato molto tempo con il figlio di Tony, Nick, che è anche sceneggiatore del film, e con la sua famiglia. Una volta sono passato dal loro ristorante nel New Jersey. Il polpo, la pasta al forno, il polpettone, dopo la terza portata ero già pieno, ma loro continuavano a portare piatti deliziosi e non accettavano un no. Cinque ore di follia. In quel momento sono entrato in sintonia con Tony e ho cominciato a ingrassare. Ma non sono ancora un attore psicopatico che si sente davvero quel personaggio.

Quando decide di accettare un ruolo?
Non mi interessano i budget milionari, non c’è bisogno di tutti questi soldi, no? Mi interessano solo le storie. Per me i contenuti di un film sono qualcosa che resta nel futuro, in grado anche di mettere in discussione le nostre convinzioni. Quando c’è una storia importante, ben scritta, e c’è sintonia con il regista, io accetto.

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Com’è nata la passione per il cinema?
È stata mia madre a insegnarmi l’amore per la narrazione e la recitazione. Mi portava al cinema ogni venerdì dopo la scuola e alla fine passavamo ore a parlarne, ad analizzare le battute, a sviscerare la storia. Quando poi ho deciso di fare l’attore, a ogni ruolo lei mi sfiancava, mi faceva mille domande, voleva sapere tutto!

È un ricordo che la commuove?
Mia madre Grace ha avuto l’Alzheimer negli ultimi anni di vita, lei che era piena di iniziativa. Una volta è venuta con me al galà degli Screen Actors Guild Awards (il premio del Sindacato degli Attori, ndr). C’era il gotha di Hollywood e lei si alzava dal tavolo di continuo per parlare con tutti come se li conoscesse. Ero sbalordito. Alla fine l’ho dovuta portare a cena, non aveva toccato cibo con tutte quelle chiacchiere.

E di suo padre cosa ricorda?
Papà, che si chiamava come me - io ero Little Viggo - era un ex operaio, un allevatore che gestiva ranch di pollami in Sudamerica, abituato al lavoro duro, con qualche pregiudizio e un amore per i cavalli che mi ha trasmesso. Negli ultimi anni, nonostante si fossero separati quando ne avevo 11, si è trasferito a due passi da mia madre vicino a Syracuse (dove Mortensen si è laureato in Scienze politiche e Letteratura spagnola, ndr) ed è morto lì un anno dopo di lei.

Una scena del film "Green Book".
Courtesy Photo

Come definirebbe il rapporto con suo figlio Henry Blake (30 anni, avuto dalla cantante punk Exene Cervenka, ndr)?
Imperfetto ma onesto e sincero. Sono molto orgoglioso di lui. Mi fa da assistente alla regia (in Falling, il film che segna il suo debutto alla regia e che sta girando in Canada) e ha realizzato un bel docu sulle Skating Polly, band punk-rock di Oklahoma City di cui la madre è produttrice.

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Sa sette lingue. Per caso o per passione?
Non è una passione, fa parte della mia storia. Seguendo i miei genitori ho vissuto negli Stati Uniti, in Argentina, in Venezuela, imparando bene lo spagnolo. Il francese è di quando i miei si sono separati e con mia madre, figlia di un canadese, ci siamo trasferiti al confine con il Quebec. Il resto lo hanno fatto il lavoro che mi ha portato dovunque e la mia curiosità. Mi piace conoscere la cultura, le tradizioni, tutto, per questo so anche l’italiano.

Anche l’amore l’ha portata in giro per il mondo.
Sì è vero, del resto buon sangue non mente. I miei genitori si sono conosciuti a Oslo in vacanza. A 18 anni mi trasferii in Danimarca seguendo una ragazza meravigliosa che mi ha fatto soffrire molto. E nove anni fa l’amore mi ha portato a Madrid, dove c’è la mia compagna, l’attrice Ariadna Gil. Amo vivere lì. Ti siedi al bar e tutti intorno a te sembra che urlino, ma in realtà stanno solo discutendo animatamente. Lo trovo stupendo.

Dove si sente a casa?
Dove sto bene. E trovo pace quando cammino, corro, mi occupo dei cavalli (ha una fattoria in Idaho, ndr) o del giardino. Adoro piantare alberi, potarli, anche a casa degli amici. Raccolgo semi ovunque vada, li trapianto da un vaso all’altro, forse è persino illegale. Me li ritrovo sempre in tasca.

Una volta disse che non si annoia mai. È vero?
Tristi, arrabbiati, va bene. Folli, anche. Ma non ci sono scuse per la noia. La vita ha una scadenza, perché non impegnare questo tempo per saperne di più? Sono condizionato da tutto quello che mi circonda: dall’ambiente, la gente, la cultura, e ho bisogno di comunicare ogni sensazione che provo non solo con la parola, ma anche con la musica, la poesia. Voglio vivere il più possibile perché trovo le persone sempre molto affascinanti.

Anche di questi tempi?
L’intolleranza, la misoginia e l’ignoranza imperano dovunque, soprattutto tra chi è ai vertici del mondo. Come in Green Book, dove una semplice amicizia riesce a superare ogni differenza e pregiudizio e invita a riflettere sui limiti della prima impressione, credo che in questo momento ci possano salvare solo i piccoli gesti di umanità. Una borsa della spesa che cade, e invece di girarci dall’altra parte senza preoccuparci, restiamo, aiutiamo a raccogliere la frutta, scambiamo due parole, ci conosciamo, ci apriamo all’altro. Ritroviamo passione e umanità. L’odio sparisce, così.

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