Anche Playboy è diventato femminista

Parola di Cooper Hefner, il minore dei quattro figli di Hugh Hefner il mitico fondatore della rivista. Che oggi è l'unico erede dell'impero delle conigliette.

Playboy Mansion pool and grounds, Los Angeles, 1973. Photo by John G. Zimmerman/Courtesy Everett
Everett/Contrasto John G. Zimmerman Archive/Courtesy Everett CollectionEverett

«Pensavo che tutti avessero fenicotteri rosa e pavoni nel giardino di casa. I miei compagni di scuola venivano in gita a vedere il nostro zoo privato, ma la vera attrazione, anche se non lo dichiaravano», dice Cooper Hefner, «era la foto a grandezza naturale di mia mamma completamente nuda sulla parete della biblioteca». Cooper è il minore dei quattro figli di Hugh Hefner, mitico fondatore di Playboy, e ricorda come è stato crescere nella leggendaria Mansion, maestosa residenza in stile Tudor-gotico sulle colline di Los Angeles. È mezzanotte e siamo al Playboy Club di Mayfair, a Londra, circondati da raggianti conigliette con lunghe orecchie e code di peluche. La fidanzata, l’attrice Scarlett Byrne, seduta in un sobrio tailleur bianco discute di femminismo con Ines Rau, la prima playmate transgender apparsa sulla rivista. Cooper Hefner è il direttore creativo di Playboy Enterprises da poco prima della scomparsa del padre, morto nel 2017 a 91 anni. È decisamente più riservato e più moderato di Hefner senior, e si dichiara monogamo. Da piccolo come babysitter aveva le playmates che lo chiamavano “nerdy” perché gli piacevano i libri di storia. «Erano deliziose, ce n’erano di tutti i tipi e mi hanno offerto un osservatorio unico sulle donne».

Cooper Hefner con la fidanzata Scarlett Byrne
Christopher PolkGetty Images

Hefner ha 27 anni e a un party può anche mettersi un pigiama di seta viola come faceva papà, ma è chiaro che vuole rendere Playboy più attuale. «Ho riflettuto molto su come conservare la tradizione e costruire una narrazione che oggi abbia senso per i millennial», dice. «I ruoli di genere e la sessualità si evolvono, scegliere una playmate transgender mi è sembrato giusto. E Ines Rau era perfetta». Ammette però che la sua decisione non è piaciuta a tutti. «Il nostro marchio è focalizzato sullo stile di vita degli uomini etero, ma ha sempre difeso il diritto di tutti a celebrare la sessualità. Abbiamo cambiato il sottotitolo sulla copertina, da Entertainment for Men a Entertainment for All. Mio padre era un convinto sostenitore dei diritti degli omosessuali».

La rivista oggi non significa solo sesso, l’abbigliamento e gli altri prodotti di Playboy sono altrettanto importanti. «E sono le donne a essere responsabili del 50% degli acquisti», spiega Hefner. Non si dovrebbe rendere il nome più inclusivo? «Non voglio rinnegare il passato. Prima di noi nessuno ha messo in discussione la famiglia tradizionale degli anni 50. Mio padre era convinto che non tutti vogliono avere un solo partner nella vita e che molti desiderano sperimentare. È il modo in cui ha vissuto, a parte qualche breve periodo, tipo quando ha sposato mia mamma (Kimberley Conrad, ndr), una playmate. E per un po’ di anni è stato solo con lei». Poi, quando hanno divorziato, Hefner senior ha comprato per Kimberley una casa accanto alla tenuta: Cooper e il fratello maggiore potevano stare dove volevano, in entrambe le case. «I miei genitori non erano persone comuni, ma ce l’hanno messa tutta per garantirci una vita il più normale possibile. Io non andavo in giro nudo ma loro non si mettevano molti vestiti addosso, avevano una sensibilità più nordeuropea che americana. C’era molto nudo anche nell’arte».

Hugh Hefner e Cooper Hefner
Christopher PolkGetty Images

Per Cooper Hefner i bambini non dovrebbero essere tenuti al riparo dal sesso. «Molti dei problemi che i più giovani hanno oggi sono dovuti al fatto che non ne discutiamo abbastanza. Non sanno che cosa sia giusto o no, il sesso li spaventa. Lo fanno più tardi perché hanno aspettative troppo alte, anche a causa della pornografia online». Dice che si tratta di eliminare certi stereotipi ma anche di sfidare comportamenti inaccettabili. «Non mi piace quando una persona, una religione o una cultura sostengono che uomini e donne hanno un determinato ruolo nella società. Le donne devono poter decidere da sole ciò che vogliono, essere padrone del proprio corpo, scegliere se fare la modella o lavorare in un ufficio, o abortire».

A Hefner piacerebbe che Playboy fosse un marchio femminista. «Femminismo significa che le donne sono libere di vivere come vogliono. Il nemico non è il sesso, non c’è niente di male in quello consensuale, è inaccettabile quando diventa un’arma e viene usato per umiliarle o come mezzo di scambio per comprare qualcosa». È convinto che ai bambini si dovrebbero insegnare molte più cose sul sesso e sulle relazioni. «Rispetto, dialogo, conoscenza del partner, gentilezza ed empatia. Sono fortunato perché sono cresciuto tra adulti che si rispettavano. Mio padre era un uomo romantico, e un gentleman».

I suoi gli hanno insegnato a comportarsi bene. «Non è complicato: non toccare una persona a meno che non te lo abbia chiesto; fermati appena ti fa capire che non si sente a proprio agio; non forzarla mai; non pensare di poterla baciare prima di averne discusso con lei. Sono cose fondamentali e bisogna che i genitori ne parlino ai figli. Papà lo ha fatto molte volte con noi, e anche la mamma».

Il suo modello però è stata Christie, sua sorellastra e primogenita di Hefner senior, che oggi ha 66 anni. Per anni è stata presidente del consiglio di amministrazione di Playboy Enterprises e quando ha lasciato l’azienda anche Hefner se ne è andato, per un breve periodo, per protesta contro la decisione di non mettere più foto di modelle nude. «Ho pensato: “Abbiamo contribuito ad avviare la rivoluzione sessuale del Ventesimo secolo ed eliminiamo una delle cose che ci rendono unici?”. Chiedere alle persone di rimettersi i vestiti era come riconoscere che avevamo perso la guerra».

Parla di guerra perché è convinto che oggi il mondo sia diviso proprio sul sesso.
«In alcuni Paesi le donne si devono coprire completamente, in altri cresce la pornografia estrema. La mia generazione è stata la prima ad accedere al sesso online. Non dovevamo andare in camera dei genitori a rubare il Playboy di papà, era tutto lì sullo schermo. A 14 anni ho visto dei video scioccanti, che alimentavano aspettative insane su come avremmo dovuto fare sesso. Terrificante». Anche per questo vuole continuare a pubblicare la rivista. «Oggi abbiamo un ruolo importante nell’indicare un atteggiamento sano verso la sessualità, come negli anni 60 e 70: non umiliamo le donne, non le trattiamo mai come degli oggetti».

Vive in mezzo ai produttori, quindi Hefner dovrebbe essere l’ultimo a rimanere scioccato dalle rivelazioni delle attrici sui comportamenti di Harvey Weinstein. «In realtà mi hanno colto impreparato, io non l’avevo visto». Anche suo padre qualche volta può avere abusato del proprio potere. «Papà non lo ha mai fatto. Mia mamma è stata una Playmate of the Year che ha finito per avere una relazione con lui. È un aspetto del movimento #MeToo che non capisco. Ci sono donne a cui fare la playmate piace. Io sono liberal, ma certi giovani che si definiscono progressisti sono anti-sex, vogliono eliminare completamente il sesso dai luoghi di lavoro. Però è assurdo ignorare che una cosa umana come innamorarsi in ufficio esista».

Kimberley Conrad sulla copertina di Playboy nel 1988 e, a destra, la copertina ricreata da Cooper Hefner l’anno scorso per la festa della mamma
Playboy

Hefner invece ha conosciuto la fidanzata online. «L’ho vista nei film di Harry Potter e le ho mandato un messaggio, e due anni dopo abbiamo preso un caffè a Colonia, in Germania, dove eravamo per lavoro. Sono stato felice quando si è trasferita a Los Angeles». Non lo ha disturbato che posasse per Playboy. «Vuole essere libera e ha anche scritto un saggio sulla questione, The Feminist Mystique. Parliamo spesso di femminismo, del perché gli uomini possono stare a torso nudo sulla copertina di Men’s Health e invece una donna deve giustificarsi se appare sulla nostra». Quando si sposerà e, spera, arriveranno dei bambini, sarà lui a occuparsi del 50% dei lavori di casa e della cura dei figli. «Sono sempre le donne a rimetterci di più. Per loro è tutto complicato: sono criticate per ogni scelta. Devono conciliare maternità e lavoro, essere molto resilienti».

Anche Donald Trump è finito sulla cover di Playboy, una volta. «L’ho conosciuto quando ero un bambino e veniva da noi con Melania. A casa nostra ha girato una puntata di The Apprentice. Con le donne si comporta male, è chiaro che ha un atteggiamento malato con l’altro sesso». Se non lavorasse a Playboy, Cooper Hefner forse si darebbe alla politica. «Collaboro con Children of the Night, che si occupa della tratta dei minori, e cerchiamo di sensibilizzare l’opinione pubblica sul cancro al seno. Voglio che il marchio partecipi alla vita politica». La Brexit e la presidenza Trump, dice, sono un ritorno al passato. «C’è chi ha paura del futuro. Invece dobbiamo tutti andargli incontro, andare avanti. Playboy non può restare fermo al secolo scorso, in America vende ancora mezzo milione di copie, ha 26 edizioni straniere ed è diffuso in più di 100 Paesi, ma è guardato sempre di più online. Di recente abbiamo abbandonato Facebook, ci preoccupa come gestiscono i dati degli utenti, ma siamo su Instagram. Abbiamo dei casinò e non ho
niente contro il gioco d’azzardo. Ogni tanto vado a Las Vegas, perché io non posso giocare nei miei club».

Ora che la Playboy Mansion è stata venduta, non vuole crearne un’altra. «Sono un tipo più noioso di papà». Quando se ne è andato, lo shock è stato grande. «È ancora dura, devi farti forza. Non mi ha dato fastidio che tutti parlassero di lui, gli sarebbe piaciuto. Papà era un veterano della Seconda guerra mondiale. Un uomo dalle molte facce». Nessuno dei suoi fratelli ha voluto occuparsi dell’azienda ma a Hefner sembra piacere molto. «Passo il tempo a Beverly Hills a seguire la direzione creativa del brand, molte donne chiedono di lavorare per noi. Kate Moss ha posato per l’edizione del nostro 60esimo anniversario ed è una grande fan. Abbiamo una tradizione di grandi scrittori che hanno collaborato al giornale, ne sono orgoglioso».

Lo farebbe leggere a sua nonna? «Certo. Ci sono ottimi articoli. Però la nonna è cristiana metodista. Va fiera di me, ma è più tradizionalista. Le voglio bene e non farei niente che la turbasse, e lei è decisamente pro-sex. La felicità ti fa vivere a lungo e fare sesso ti rende più felice, le persone dovrebbero farlo spesso. Il sesso è rilassante, divertente, non costa. È normale, naturale e sano, e dobbiamo incentivarlo».

© The Times / The Interview People

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