Isabella Rossellini oggi, una splendida modella che sorride alla vita

Un'intervista esclusiva con la testimonial di Lancôme, una donna che, abbandonata la pressione dei vent’anni, lascia spazio alla gratitudine. E affronta la vita con senso pratico. Merito di mamma e papà, certo. Ma anche della nanny

Isabella Rossellini Dolce & Gabbana - Runway - Milan Fashion Week Spring/Summer 2019
Victor VIRGILEGetty Images

Isabella Rossellini è quel tipo di donna che ti dà l’impressione di essere esattamente quello che sembra – appagata, felice, protetta da un invidiabile senso pratico – e poi chissà. Quel tipo di donna che se le chiedi qualcosa che le suona fastidioso (per esempio a proposito delle sue storie d’amore con Martin Scorsese, David Lynch, Gary Oldman...) taglia corto con «lei mi fa domande come fossi un filosofo, io ho vissuto solo la mia vita. Se mi chiede perché mi sono sposata con Martin Scorsese le rispondo perché mi sono innamorata, poi è andata male e abbiamo divorziato». E che ride di gusto quando le domandi se siamo sicure di essere migliori dei maschi: «No che non ne siamo sicure. A livello individuale, forse... (e ride più forte)».

Vive vicino a New York coi figli Elettra (35 anni, a sua volta mamma di Ronin, un anno) e Roberto (del ’93), in una fattoria di 28 acri a Bellport, Long Island, dove si occupa di animali e coltivazioni biodinamiche. Da due anni è tornata a essere testimonial e «ambasciatrice globale» di Lancôme, che la licenziò perché «troppo anziana» quando aveva 42 anni. Mi riceve alle 10 della mattina in un albergo milanese tutta vestita di bianco e con un sorriso grande così: «Mi sento in un periodo blessed, come dicono gli americani, una fase benedetta, fortunata, e finché dura la vivo con tutta la leggerezza possibile».

Vuol dire che oggi, a 66 anni, si sente finalmente libera di... (non mi lascia finire la frase).
Eccome. Ricordo ancora la pressione che facevo su me stessa quand’ero giovane per dimostrare di essere brava, indipendente. Man mano che s’invecchia la pressione lascia il posto alla gratitudine: un tempo quando mi dicevano ah, come somigli a tua madre, non pensi di avere fatto carriera per questo, mi offendevo. Ora se me lo dicono mi fa piacere, una dinastia che continua è una bella cosa.

L’età insegna a sdrammatizzare?
Per me è così, diventa tutto positivo, e credo valga per tanti, lo capisco quando mi mettono in qualche giuria: nei film dei giovani ci sono sempre la tragedia, i morti ammazzati... Poi ne vedi uno spiritosissimo, chiedi quanti anni ha il regista, e ti dicono 60. Ah la leggerezza dell’essere vivi, quanto l’apprezzi con gli anni!

Forse è anche questione di carattere...
Sì, ma soprattutto di disciplina, di allenamento a vedere il bicchiere mezzo pieno.

E se lo si vede mezzo vuoto?
Mah, se per esempio mi guardo allo specchio il collo mi fa impazzire. Allora sposto l’attenzione, mi metto il rossetto, e cerco di seguire il mio ottimismo.

La stanchezza non va mostrata?
Sul lavoro mica tanto.

E nella vita?
Non capisco molto la domanda, quando arrivo a casa e sono stanca lo dico, e vado a dormire.

Non si sente mai sopraffatta?
Sì, ma il tempo va avanti ed è meglio seguirlo, con molto senso pratico e la leggerezza del caso.

A proposito di leggerezza, mi ha colpito il modo in cui è entrata nel dibattito sul #MeToo parlando del ragazzo che le ha fatto violenza quando aveva 16 anni ma di cui non ha rivelato il nome perché «che senso ha ritornare su questa storia 48 anni dopo, lo distruggerei...».
Ne parlo volentieri anche perché c’è stato un malinteso: io ho usato la parola inglese date rape che non significa stupro – in questo caso sia io che i miei genitori saremmo andati alla polizia – bensì uscire con uno con cui hai un mezzo flirt e finirci a letto senza averne veramente voglia. A quelle della mia generazione succedeva spesso, oggi credo molto meno.

Merito del #MeToo?
Anche, certo. Il MeToo è importante perché finalmente si parla di cose che prima erano tabù. Però mi pare anche un po’ estremo, tanti hanno perso il lavoro e la reputazione senza un vero processo, e non mi piace. È tutto bianco o nero, io invece sono per il grigio. E sono contraria a certe follie: quando è morto Bertolucci ho scritto sul mio Instagram una cosa affettuosa su di lui (il personaggio di un film di Bernardo Bertolucci ha detto «non possiamo vivere senza Rossellini». È stato l’omaggio più commovente a mio padre Roberto Rossellini. Oggi mi sento di dire «non possiamo vivere senza Bertolucci», ndr) e fra i molti commenti c’è stato anche chi ha scritto «ma come, proteggi questo stupratore?». Le sembra possibile?

Qualche mese fa Vogue ha dedicato un servizio a Charlotte Gainsbourg ma non ha voluto usare le foto d’archivio di Bruce Weber perché implicato in casi di molestie. La Gainsbourg ha definito «delirante» quest’ossessione contemporanea per la censura. È d’accordo con lei?
Certo. Non c’è stato un processo, c’è stata una persona che ha detto che lui ha cercato di baciarmi - baciarmi, mica stuprarmi - e Weber si vede screditare una carriera di 40 anni con cui, fra l’altro, ha anche contribuito a creare un’immagine positiva dei gay. Be’, l’ho trovato eccessivo e l’ho detto anche ad Anna Wintour. In un certo senso anche la mia famiglia è stata vittima di qualcosa di simile: nel 1949 mia mamma è rimasta incinta di mio padre prima di aver divorziato dal marito e per questo gli Stati Uniti l’hanno dichiarata “persona non grata” e per otto anni le è stato vietato di tornarci. Una reazione esagerata, come mi sembra esagerato quello a cui stiamo assistendo oggi.

Trova esagerato anche un certo vittimismo femminile?
Forse... Però c’è una cultura che va cambiata e sono contenta che le donne parlino sempre di più di sé e della vita che hanno fatto.

Delle donne che l’hanno particolarmente ispirata?
Be’, intanto mia mamma, Ingrid Bergman... Ma se poi le parlo di persone non famose lei non lo scrive.

Certo che lo scrivo, racconti.
Mia mamma ha sempre detto che non avrebbe avuto la carriera che ha avuto se non ci fosse stata Argenide, una cameriera-baby sitter di Gubbio, che aveva perso il marito contadino in un incidente sul lavoro ed era venuta con suo figlio Orlando a vivere da noi. Una persona meravigliosa, che anche se non sapeva leggere e scrivere è stata insieme a mia mamma la figura più rilevante della mia formazione.

Mi viene in mente Roma di Alfonso Cuarón, l’ha visto?
Non ancora, ma so che il ruolo della domestica è fondamentale e sono contenta che finalmente qualcuno l’abbia raccontato in un film. Un’altra donna importante della mia vita è stata Francis Dreel, la mia prima agente, che ho conosciuto a 19 anni quando sono arrivata in America. Mi ha insegnato il modo internazionale di lavorare, quel mix di efficientismo e disciplina che ancora governa la mia vita.

E uomini fondamentali?
Di sicuro papà mio (dice proprio così, papà mio, e suona benissimo, ndr), per la joie de vivre, e per quella capacità di comunicazione che aveva con le persone. Lui era morto da poco, io prendo un taxi, e il taxista mi dice «ma lei non è la figlia di Rossellini?, ma pensi che un giorno suo padre è salito sulla mia auto, io gli ho detto che mio figlio era malato, e lui “ma sta scherzando, andiamo subito all’ospedale...”, ed è rimasto lì con me tutto il giorno». Papà era così, generosissimo, e andava dritto ai problemi veri della vita, come si vede anche nei suoi film. E poi c’era la sua allegria.

Altri riferimenti maschili?
John Schlesinger, grande regista - a cominciare da Un uomo da marciapiede, il mio preferito dei suoi film - e grandissimo uomo. Con lui ho fatto The Innocent, che non ha avuto successo ma pazienza: John mi ha dato un’enorme sicurezza di me come attrice. E poi Jonathan (Wiedemann, ex modello, ndr), il papà della mia bellissima figlia: forse non siamo stati i migliori degli sposati - nemmeno tre anni! - però ci diciamo sempre che siamo i migliori dei divorziati: lui si è risposato, ha altri tre figli, io vado d’accordissimo con la moglie, e abbiamo creato per mia figlia una bella famiglia allargata.

Se la sua vita fosse un film chi sarebbe il regista?
Mi piacerebbe risponderle con una battuta spiritosa, ma non mi viene in mente e allora dico Charlie Chaplin perché è il mio regista preferito.

Una cosa che la spaventa?
Quando hanno chiesto a Pasolini tre cose che gli facevano paura lui ha detto il passato, il presente, il futuro. Adotto la sua risposta, però a lei piace farmi queste domande filosofiche... Perché non parliamo di Lancôme, guardi che è interessante.

Ne sono certa, da dove vuole cominciare?
Per esempio dal fatto che l’altro giorno un dirigente mi ha chiesto se non avrei preferito essere sempre stata una loro testimonial, invece di venir licenziata vent’anni fa e richiamata adesso. E io gli ho detto di no, la storia è più bella così.

Perché?
Perché è una sintesi esemplare dell’evoluzione dei nostri tempi: ti cacciano perché sei troppo vecchia, e poi ti richiamano a 66 anni perché la bellezza di una donna non ha età! Lancôme non è un movimento politico che anticipa le cose, ma un servizio che risponde a quello di cui le donne hanno bisogno, e dunque è una bella finestra per capire dove siamo. Negli anni Ottanta i dirigenti erano tutti uomini e sois belle et tais-toi, sii bella e statti zitta, era la filosofia a cui le modelle dovevano attenersi. Oggi le donne sono la maggioranza, e al timone c’è Françoise Lehmann, la prima direttrice generale donna.

Cosa l’appassiona di più di questo suo ruolo in Lancôme?
Mi piace rendermi conto di com’è cambiata la sensibilità nel giudicare una foto, nel modo di definire la bellezza, di catturarne l’anima. L’ultima volta che ho posato per un servizio ho detto alla dirigente vieni qui, mentre il fotografo scatta ti racconto una storia, poi io sono italiana, parlo con le mani, magari viene fuori qualcosa di buffo... E poi trovo interessantissimo andare nei laboratori, provare a capire cosa c’è dietro un prodotto. Guardi che non scherzo, me l’ha insegnato mio padre: col sapere tutto diventa interessante. Mi mandano le creme e io le provo per rendermi conto del perché hanno scelto proprio quelle. Un po’ di tempo fa ero in treno, guardavo questo vasetto, e leggo Rénergie Multi-glow Anti-age. Ma come antiage? Siamo troppo indipendenti: dateci degli strumenti non degli ordini! E ho telefonato in Lancôme: ma non basta la parola glow (splendore, ndr) con tutto il suo glamour per raccontarci quello che vogliamo sapere? Mi hanno spiegato, ci abbiamo ragionato insieme. Alla fine mi hanno convinto, e poi
multiglow è scritto molto più in grande di antiage e il messaggio così è più inclusivo. Però...

Però?
Però sono contenta che via via stiano cambiando anche le nostre parole: glow è più bella di antiage. Io ho l’age, perché devo essere anti me stessa?

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