Cosa ha detto Javier Bardem agli Oscar 2019 (e perché se ne parla così tanto)

Poche parole, concise, dirette, forti, parecchio: e una polemica elegante quanto necessaria.

image
Getty Images

“Le frontiere e i muri non fermano il talento: in ogni Paese e regione ci sono storie che ci commuovono”. Nelle parole del discorso che Javier Bardem ha tenuto ieri sera alla 91esima edizione degli Academy Awards, c'è tutto il malessere, tutta la voglia di rivincita e di farsi sentire di un popolo, i messicani, e di un Paese, il Messico, in cui la lingua più parlata è proprio quella del celebre attore spagnolo. Parole dure, le sue, contro Donald Trump e la sua amministrazione, applaudite da tutto il pubblico del Dolby Theatre di Los Angeles e – sicuramente, anche da casa – da milioni di telespettatori di questa cerimonia più sobria e dimessa del solito, con nessun presentatore e solo con coppie di volti noti birazziali. I muri, dunque, non fermano il talento, ha ribadito Bardem prima di premiare, affiancato da Angela Basset, “Roma” come Miglior Film Straniero.

Il regista di quel film strepitoso, che abbiamo avuto l'onore di vedere in anteprima all'ultima Mostra Internazionale d'Arte Cinematografica di Venezia, è Alfonso Cuarón, anche lui messicano proprio come il collega (e amico) Guillermo Del Toro che lo ha abbracciato prima di consegnarli un altro Oscar per il Miglior Film. “Roma”, che racconta la storia della domestica di famiglia nell'infanzia del regista a Mexico City, “è dedicato ai 70 milioni di collaboratori domestici che lavorano nelle nostre case e che di solito sono relegate nello sfondo dei nostri film. Gli immigrati e le donne proiettano il mondo in avanti".

Cuarón è salito in totale tre volte su quel palco (anche per la statuetta alla Miglior Fotografia) e con lui milioni di messicani che, nel mentre il presidente Usa si batte in ogni modo per costruirgli un muro divisiorio, loro hanno colonizzato Hollywood e quell'intera industria della creatività. Ne abbiamo avuto conferma negli ultimi anni: per il quinto di seguito, la statuetta più ambita e più prestigiosa è andata al Messico e tutta questa 91esima edizione si ricorderà come quella delle minoranze che, immediatamente, sul grande schermo sono diventate grandi. Come Miglior Film, ad esempio, ha vinto Green Book, che non era tra i favoriti, ma sicuramente in linea con una serata i cui temi d'inclusione e d'integrazione ne sono stati al centro. La storia del viaggio del musicista Don Shirley e del suo autista nell'America profonda e razzista degli anni Sessanta, ha vinto tre statuette importanti, tra cui anche al Migliore attore non protagonista, Mahershala Ali, e alla Migliore sceneggiatura originale, scritta tra gli altri da Nick Vallelonga, attore e sceneggiatore italoamericano che si è basato sulla reale esperienza del padre che fu davvero l'autista del musicista jazz in quel viaggio che sfidò la segregazione razziale e l'intolleranza del tempo. Un'altra afroamericana, Regina King, è stata la prima della cerimonia a stringere in mano una statuetta come Migliore Attrice non Protagonista per Se la strada potesse parlare. I tre Oscar per costumi, scenografia e colonna sonora sono andati a Black Panther, il primo supereroe nero dello schermo ed è di colore è anche il regista di Spiderman, Miglior film di animazione. A Spike Lee è andata la Migliore sceneggiatura non originale e il regista di BlacKkKlansman, dopo aver ricordato la bisnonna “che è stata una schiava” che ha permesso, assieme a tanti come lei, “di costruire gli Stati Uniti sopportando il genocidio dei nativi”, ha infiammato la platea ricordando che le elezioni 2020 sono dietro l'angolo, e che si può ancora fare “una scelta di amore e non di odio".

C'è stato poi Rami Malek, vincitore dell'Oscar per il Migliore Attore Protagonista con Bohemian Rhapsody, il film che ha vinto più statuette (quattro in totale, compreso montaggio, sound editing e sound mixing) che ha ricordato la sua storia d'inclusione: "Sono figlio di immigrati egiziani, americano di seconda generazione, non ero la scelta più ovvia ma a quanto pare ha funzionato". Della serie, gli Oscar che “imitano” Sanremo. É sempre stata tra le minoranze (“facevo la donna delle pulizie, l'Oscar è un sogno”) anche Olivia Colman, Migliore attrice protagonista per La Favorita, avendo la meglio su una non proprio fortunata Glenn Close, già nominata sette volte agli Oscar (questa volta per The Wife) senza però mai aggiudicarsi una vittoria. La Colman ha battuto anche Lady Gaga che si è rifatta con il premio alla migliore canzone, Shallow, da A Star is Born, anche questo visto a Venezia come La favorita, che su otto candidature ha portato a casa solo quella andata a Miss Germanotta. Lei, si sa, è di origini italiane, di immigrati dunque, e le sue parole, in una cerimonia come questa, hanno fatto ancora più effetto. “Il segreto del successo è la disciplina e la capacità di tornare in pista dopo i no”, ha precisato. “Il segreto è il numero delle volte che sei in grado di rialzarti dopo le cadute”. Parole di cui farne tesoro, come quelle di Spike Lee. Un invito, un consiglio per migliorarsi e migliorare. "Do the right thing!”.

Pubblicità - Continua a leggere di seguito
Altri da Gossip