Con la morte di Keith Flint dei Prodigy gli anni 90 sono finiti per sempre

Il cantante e leader dei Prodigy aveva 49 anni.

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L’addio agli anni 90 ha la linguaccia del frontman dei Prodigy Keith Flint morto il 4 marzo a 49 anni nella sua casa nell'Essex. Il colpo definitivo a un’epoca che continua a provare a tornare ma che ormai davvero non esiste più. I capelli separati in due ali verdi/rosse/gialle sopra le orecchie, i piercing a costellazione sul volto, gli occhi approfonditi da pesanti righe di kajal in scena. La voce di Keith Flint oggi, allora, nei nostri ricordi è sempre acidissima montata ad arte su basi elettroniche in grado di sdoganare i clubber e i raver una volta per tutte. Era il 1997 quando, tra Spice Girls e Britpop, si fece strada a spallate quello che sarebbe diventato l’album simbolo di un movimento musicale potentissimo. The Fat Of The Land dei Prodigy arrivò come una sberla ben assestata, rivoluzionando tutto. Dai visual dei loro provocatori videoclip a partire da Smack My Bitch Up censurato che persino i progressisti di MTV faticavano ad accettare, fino alla consacrazione di Keith Flint in Firestarer, il video in cui il cantante si agita tarantolato in bianco e nero sui binari della metropolitana di Londra. Furente, energico, violento nel suo modo di cantare per puro caso. Keith Flint nasceva come ballerino e studente modello di performing arts. Per questo mandava fuori di testa chi non riusciva a capacitarsi del suo look da punkettone orbitale.

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Fu merito di Keith Flith e dei Prodigy se ebbe inizio l’epopea gloriosa di una cultura underground che fino ad allora era stata parzialmente tenuta sotto controllo. I rave, la potenza dell’elettronica lanciata oltre i 140 bpm, la notte senza nessun romanticismo ma in tutto lo squallore affascinante che catturava uomini, donne, disperati, adolescenti in un viluppo di sudore e comunanza di solitudini. Ci avevano messo in guardia sui Prodigy ma noi adolescenti li ascoltavamo lo stesso, imponendo l’acido di quelle sonorità in case dove forse di elettronico c’erano a malapena i computer. Invece i Prodigy di Keith Flint, Liam Howlett, Leeroy Thornill e Maxim, il quartetto di quel glorioso album, spalancarono le porte con una tracklist compatta, perfetta, che non lasciava benché minimo spazio all’immaginazione. Assieme ai ben meno scenografici Chemical Brothers e a Fatboy Slim diedero la svolta definitiva ai beat compulsivi, alle ricerche musicali, a quelle sonorità dinamiche in grado di trapassarti il cervello. Era iniziata una nuova era e loro ne erano i più disinvolti, astuti e provocatori protagonisti. Sarebbe durata poco, in realtà, con cambi e reunion affettuosamente retromaniac: l’ultima nel 2018 per un nuovo album. Contemporaneamente Keith Flint si occupava di moto e continuava a lavorare come team manager di una scuderia motociclistica, la Team Traction Control che ha vinto diversi titoli secondari di Superbike nel 2015. Ma la sua carriera disturbante, peculiare e unica di cantante Keith Flint non l’ha mai realmente abbandonata. Anzi, si stava preparando al tour 2019 dei Prodigy che sarebbe partito nel giro di pochi mesi quando è stato trovato senza vita nella sua casa di Dunmow, nell’Essex, dalla polizia allertata per la presenza di un uomo riverso nel soggiorno. E nei nostri ricordi di ex tardoadolescenti risuonerà per sempre quel I'm the trouble starter, punkin' instigator con la lingua di fuori.

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