L'adagio di Alessandra Ferri oggi è "portare sulla scena donne che hanno la mia stessa età"

L'étoile meneghina: “Quando lasciai le scene, sentivo che l’Alessandra della giovinezza era finita e tutte le mie eroine oramai non mi appartenevano più, qualcosa dentro di me si era chiuso”.

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Si può ricominciare la vita a 55 anni e prendere dalla stessa solo il meglio? “Assolutamente sì, si deve e si può, ma bisogna avere la consapevolezza che esserlo è meraviglioso”. Ce lo conferma Alessandra Ferri, l’étoile del Royal Ballet, dell’American Ballet Theatre e della Scala, una donna che della sua intelligenza interpretativa ha fatto l’orma più potente del suo carattere. La incontriamo a Milano, protagonista, proprio al Teatro alla Scala - “il mio sogno di bambina” - di Woolf Works, il balletto di quel genio della coreografia e regia che è Wayne McGregor con musiche di Max Richter e la direzione di Koen Kessels.

Sedici minuti di applausi alla prima, un ritorno alla grande per lei che aveva deciso di abbandonare le scene nel 2007 dopo la fine del matrimonio (con il fotografo di Fabrizio Ferri), per dedicarsi alle sue due (oramai ex) bambine e per ritrovare se stessa. Da allora però, ancora una volta, qualcosa è cambiato nella vita di Alessandra Ferri ballerina straordinaria, come l’ha definita più volte il Times (e non solo), che dopo 35 anni passati a New York, ha deciso di vivere a Londra, “perché avevo voglia di aria europea”. “Quando lasciai le scene, sentivo che l’Alessandra della giovinezza era finita e tutte le mie eroine, dalla Carmen a Manon, senza dimenticare Giulietta, oramai non mi appartenevano più, qualcosa dentro di me si era chiuso”. Quel distacco ha portato un periodo difficile da più punti di vista, ma lei ha continuato comunque ad occuparsi dei programmi di danza per il Festival di Spoleto fino a danzare di nuovo (era il 2013) proprio alla kermesse umbra in The Piano Upstairs e poi per Martha Clarke in Chéri, “il modo più giusto per riprendere la vita artistica a cinquant’anni”.

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“La vita è bella fino alla fine, l’età conta per come la si vive”, dice più volte Alessandra Ferri oggi (e da sempre) libera da luoghi comuni. “Adesso ho una consapevolezza che prima non avevo, ma anche una maggiore sicurezza in me stessa che mi ha fatto capire quanto posso ottenere”. La cosa più bella di questo momento? “Portare sulla scena e interpretare donne che hanno la mia stessa età”, precisa. Non è certo un caso, quindi, che sia nata questa sua collaborazione con McGregor, che l’ha voluta in un’evocazione speciale di Virginia Woolf, un po’ come fece Stephen Daldry con i tre Premi Oscar Meryl Streep, Julianne Moore e Nicole Kidman in The Hours, trasposizione cinematografica perfetta del delicato e indimenticabile romanzo che fece vincere il Pulitzer a Michael Cunningham.

Tornare a danzare è la cosa più naturale del mondo per una ballerina, un po’ come riprendere a sciare dopo tanto tempo, perché si ritrovano e si ricordano gli stessi movimenti, la stessa tecnica e lei, per restare in esercizio e mantenere l’elasticità delle articolazioni, ha continuato nel frattempo a fare pilates, yoga e girotonic. McGregor l’ha chiamata e voluta per questo che è un vero e proprio spettacolo dei sensi e Alessandra Ferri è risultata perfetta nell’interpretare la vera anima della scrittrice inglese. Diviso in tre atti che son dei veri e propri momenti pieni di intimità e passioni – “I now, I then”, Becomings” e Tuesday”, che riprendono i tre romanzi/simbolo della Woolf (Mrs Dalloway, Orlando e The Waves) – il balletto, in scena fino al 20 aprile, vede la partecipazione anche di Federico Bonelli e ha fatto vincere alla Ferri il secondo Olivier Award per “Outstanding Achievement in Dance”. Inizia con una voce fuori campo della Woolf, ma più che un’autobiografia in senso tradizionale e la messa in scena delle emozioni che nascono dalla sua scrittura e nelle tre parti rappresentate, non c’è nulla di descrittivo né di didascalico. La stessa morte della scrittrice - conosciuta dai più e più volte annunciata nel corso dello spettacolo . non è mai spiegata e, solo alla fine, chi guarda realizza di aver assistito ad un suicidio. È la stessa Alessandra Ferri che parla con i suoi movimenti e i suoi passi, con la sua eleganza e unicità, riuscendo a stimolarci e ad evidenziare, atto dopo atto, un personaggio alla volta come fece la scrittrice con il suo realismo psicologico, una maniera, anche questa unica, per creare un’illusione di simultaneità attraverso rapidi e impercettibili cambiamenti di prospettiva.

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