“La maternità e l’amministrazione della casa sarebbero una professione assai elevata se la donna vi fosse diversamente preparata e se queste funzioni venissero considerate dagli uomini-mariti come una vera professione”. Questa frase non l’ha pronunciata Meryl Streep nello speech di uno dei suoi innumerevoli premi, ma una donna vissuta molto, molto prima di lei, quando un'affermazione simile era quasi considerata sintomo di una malattia da curare. Questa donna, citata con devozione anche in Lessico Familiare da Natalia Ginzburg, si chiama Anna Kuliscioff e la sua storia è così fitta di tappe importanti, tra cui molte dedicate alla protezione del lavoro femminile e minorile, che sintetizzarla è un’impresa. Una cosa si può anticipare, come uno spoiler: quello che ha detto, fatto e scritto lei ha contribuito a cambiare le vite di tutti noi. Per le nuove generazioni di donne, che possono decidere se percorrere tutto il percorso di studi fino a una laurea o una specializzazione, ma soprattutto che possono scegliere se lavorare o dedicarsi solo alla famiglia, è difficile immaginare che un tempo tutto questo non fosse scontato, visto che solo pochi decenni fa investire sugli studi di una figlia era considerata una perdita di tempo, tanto le spettava un futuro di moglie e di madre. Quelle che lavoravano? Non erano ragazze per bene. Una donna era praticamente un oggetto che passava sotto la tutela di un uomo, il padre, a quella di un altro uomo, il marito. Ma quando una famiglia faceva l’azzardo di spendere per l’istruzione di una figlia e di lasciarla libera di fare come voleva, era probabile che ne uscisse fuori una Anna Kuliscioff.

Anja Rosenstein, questo era il nome di nascita di Anna Kuliscioff, era nata presumibilmente in Crimea in una famiglia benestante, il 9 gennaio di un anno incerto fra il 1853 e il 1857 – i documenti non sono molto chiari, vedremo perché – e siccome era molto sveglia e attenta, la famiglia l’aveva incoraggiata a ricevere un’istruzione. A 18 anni era a Zurigo a studiare filosofia, i genitori l’avevano spedita lì perché in Svizzera c’era l'apertura di tutte le facoltà universitarie alle donne. Nella sua patria una ragazza che andava all’estero a studiare era considerata una poco di buono in cerca di facili avventure, lontane da occhi indiscreti. Ma i Rosenstein se ne infischiavano. Anna deve però rientrare in patria quando lo Zar, nel periodo che precede la Rivoluzione Russa, richiama tutti i suoi sudditi dall’estero. Anna straccia per protesta il libretto universitario, anche perché tanto in Russia non le era consentito di proseguire gli studi, ma la sua naturale predisposizione al ragionamento e l’ottima memoria di cui è dotata non vanno sprecati: Anna continua a studiare per conto suo ma inizia anche a interessarsi ai fermenti in corso. Sposa Pëtr Makarevič, un rivoluzionario bakuniano, e con lui comincia ad avvicinarsi ai disagi e alla miseria del popolo e dei contadini. Viene processata per le sue idee ma fugge di nuovo in Svizzera. È qui che cancella il suo cognome, Rosenstein, e adotta Kuliscioff, più diffuso fra le persone di estrazione modesta, in modo da non essere rintracciata. Ed è qui che i suoi documenti cominciano a essere confusi, per necessità.

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In Svizzera, Anna trova un nuovo amore con cui ha grandi affinità intellettive, un altro rivoluzionario, il romagnolo Andrea Costa, con cui vive a Parigi fino a quando entrambi vengono espulsi e si trasferiscono in Italia. Anche in Italia Anna viene processata per cospirazione con gli anarchici, per cui viene espulsa anche qui, ripara in Svizzera, poi torna a Milano di nascosto dove viene arrestata con Costa, poi ancora espulsa in Svizzera. Poi sgattaiola a Imola dove dà alla luce la figlia Andreina. In quel periodo si avvicina molto alle idee del socialismo, mentre Andrea Costa è tra i fondatori del quotidiano Avanti!. Anna partecipa a così tante riunioni politiche notturne da essere pedinata dal governo, ma di lì a breve si separa a malincuore da Costa perché non riesce a cambiare, nonostante gli intenti rivoluzionari, la sua mentalità tradizionalista e maschilista che non si addice proprio a una come lei, per nulla disposta a vivere fra quattro mura domestiche per servire il proprio uomo. Appena si separano, infatti, Anna riprende gli studi in Svizzera. Stavolta sceglie Medicina e sostiene tutti gli esami con grande difficoltà perché il carcere le ha regalato tubercolosi e artrite. Mentre il suo ex, Costa, viene eletto deputato in una lista democratico-radicale, Anna torna in Italia, di cui non ha mai smesso di seguire le vicende. Si trasferisce a Napoli, qui consegue la laurea e in occasione di una raccolta fondi per gli esuli nichilisti russi conosce Filippo Turati.

Turati conosce già di fama la giovane rivoluzionaria russa, ma dal vivo ne rimane folgorato. Lo stesso succede a lei, che dirà di aver incontrato un uomo dotato di “armonia e genialità rara”. L’amore è importante nella vita, ma anche il lavoro. Anna, ormai dottoressa, collabora col futuro premio Nobel Camillo Golgi sull’origine batterica della febbre puerperale, si specializza in ginecologia fra Torino e Padova i suoi studi ridurranno drasticamente i decessi post partum, che al tempo erano fin troppo frequenti. Mentre Cesare Lombroso la definisce “la donna più bella d’Europa”, a Milano viene soprannominata la "dottora dei poveri" perché esercita la professione gratuitamente fra i disadattati, nel suo studio al numero 18 di Via San Pietro all’Orto (prima tappa per commemorarla). Lei e Maria Montessori sono praticamente le prime due donne medico a lavorare in Italia. A Milano vive al numero 23 di Galleria Vittorio Emanuele con Turati e la figlia Andreina e la loro casa con vista sul Duomo è un salotto di intellettuali e rivoluzionari, ma anche di persone umili. A Genova, nel 1892, Anna Kuliscioff è ufficiosamente una delle fondatrici del Partito dei Lavoratori, poiché è presente durante la discussione e definizione delle linee guida. Il nome del partito verrà poi cambiato in Partito dei Lavoratori Socialisti, e poi definitivamente in Partito Socialista. L’Avanti! di Costa è la loro testata ufficiale.

A Milano, intanto, Anna frequenta anche le esponenti del femminismo milanese. Ci sono nomi che passeranno alla storia della città come Anna Maria Mozzoni, Paolina Schiff e Norma Casati, fondatrici della Lega per gli interessi femminili. Risale a questo periodo il famoso intervento di Anna Kuliscioff al Circolo filologico di Milano del 1890 intitolato Il Monopolio dell’uomo (ancora oggi da rileggere 12 euro su Amazon.it). Come già detto, le donne al tempo vivevano come pesci che non sanno di stare nell’acqua. Solo quando hanno accesso all’istruzione cominciano a sospettare che la perdita della propria identità per sacrificarsi alla famiglia non sia l’unica soluzione possibile, né che ci fossero alternative che permettono di svolgere quei ruoli di moglie e madre senza annullare se stessa. “Non è una condanna a ogni costo dell’altro sesso che le donne domandano”, dice la Kuliscioff in uno dei passaggi più famosi de Il Monopolio dell’uomo, “esse aspirano anzi a ottenere la cooperazione cosciente e attiva degli uomini migliori”. La sua attività ha una battuta d’arresto quando le forze dell’ordine fanno irruzione nella casa al Duomo alle 5 di mattina e Anna Kuliscioff e Filippo Turati vengono arrestati per reati di opinione e sovversione. Anna viene rilasciata sei mesi dopo per un indulto, mentre Turati deve aspettare un anno. Visto che nel 1896 Filippo Turati viene eletto deputato con il Partito Socialista, Kuliscioff elabora una legge di tutela del lavoro minorile e femminile e la fa presentare in Parlamento dal suo compagno. Verrà discussa, votata e approvata nel 1902.

Gli studi marxiani di Anna Kuliscioff sono praticamente alla base dell’attività politica di Turati. Quando Anna fa i suoi interventi pubblici nessuno fiata, anche il suo uomo si stupisce di come nessuno protesti quando lancia invettive contro la sopraffazione dell’uomo sulla donna. Anna cerca con accanimento di cambiare la mentalità degli italiani, portando avanti il concetto per cui solo il lavoro equamente retribuito può permettere alle donne di vivere liberamente e dignitosamente, invocando misure precise perché questo si realizzi. Anna Maria Mozzoni invece la contrasta perché, a suo avviso, leggi speciali per la tutela delle donne confermano solo la loro marginalità rispetto agli uomini. Un tipo di posizione che ricorre ancora nei dibattiti femministi - è tornata a galla con le Quote Rosa - e che non ha mai avuto una risposta precisa. Anna rimane però molto delusa quando è la figlia Andreina, in una sorta di dissociazione dai genitori, a intraprendere esattamente il tipo di vita da cui la madre sta cercando di affrancare le altre donne. Diventata molto religiosa, sposa un uomo della Milano conservatrice e borghese con cui farà due figli, un maschio e una femmina, che diventeranno da grandi un abate benedettino e una monaca carmelitana scalza. Anna Kuliscioff non se ne farà una ragione per molto tempo, fino a quando riconoscerà alla figlia il diritto di aver scelto comunque spontaneamente la sua vita senza pressioni familiari.

La conquista del diritto e della dignità lavorativa delle donne – anche se il gender gap è ancora un bel problema – non è il sono debito che le italiane devono riconoscere ad Anna Kuliscioff, la bionda russa dalla salute precaria che non ha mai concesso un momento di tregua alla sua guerra. Insieme alla sindacalista Maria Goia ha intrapreso la prima battaglia per l’estensione del voto alle donne. Una questione spinosissima, che inizialmente non entusiasma nemmeno gli uomini socialisti. Turati stesso le dice che è un’istanza inutile perché solo una donna su mille è interessata alla politica e a votare. Quando passa in Parlamento la legge voluta da Giolitti che estende il diritto di voto agli analfabeti purché abbiano compiuto 30 anni e siano maschi, il rapporto fra la Kuliscioff e Turati si deteriora un bel po’. Lei, per protesta, comincia a firmare i suoi articoli sui giornali con lo pseudonimo Omega, l’ultima lettera dell’alfabeto greco per rappresentare la marginalità del ruolo femminile nella società. Tuttavia, le sue battaglie hanno posto le basi per il suffragio universale che arriverà molto dopo, nel 1946. Lei purtroppo non lo vedrà. Morirà a Milano il 29 dicembre 1925, età presunta, 70 anni. Turati la seguirà nel 1932. Persino le sue esequie sono un evento politico perché il carro funebre viene preso d’assalto da un gruppo di facinorosi del nuovo partito in ascesa, quello fascista, che strappano via il drappo e le corone. La penultima tappa del pellegrinaggio per rendere omaggio ad Anna Kuliscioff la rivoluzionaria è il suo sepolcro, al Cimitero Monumentale di Milano. Per finire, la targa che commemora in Piazza del Duomo Anna Kuliscioff e Filippo Turati dove hanno vissuto. Con un brindisi per ringraziarla, perché senza di lei e altre come lei, per una donna, entrare in un bar per ordinare qualcosa forse non sarebbe immaginabile.

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