Phoebe Waller Bridge non è come nessun’altra. Un esempio di unicità, di humor dissacrante, di intelligenza provocatoria in grado di scatenare tsunami di lacrime e risate in un costante paradosso. Ma chi è Phoebe Waller Bridge, classe 1985, famiglia inglese di origini altolocate, gli occhi guizzanti di maliziosa capacità da agente segreto conradiano del sacrilegio narrativo? Partiamo dalla novità Phoebe Waller Bridge James Bond, visto che è entrata ufficialmente nel roster delle firme delle nuove avventure dello 007 interpretato da Daniel Craig e delle donne di Bond. Proprio lui è stato il promotore della sua presenza in sceneggiatura, suggerendola personalmente alla produzione, e Phoebe Waller Bridge diventa così la seconda sceneggiatrice di James Bond nella storia della saga (la prima fu Johanna Harwood, che firmò Dalla Russia con amore e Licenza di uccidere). Con il plauso felice di tantissimi appassionati di televisione che hanno già assaggiato le storie polarizzanti di cui è fiera autrice, e che hanno giurato di voler riempire i cinema solo per capire cosa si inventerà stavolta. Dissacrare Bond non è un rischio, è puro seppuku. Ma se c’è una figura in grado di poter adattare James Bond alla contemporaneità, snaturandolo dal gattopardesco “se vogliamo che tutto rimanga com’è bisogna che tutto cambi”, non poteva che essere lei. Che vorremmo davvero nella lista delle persone più influenti al mondo, perché il suo modo di raccontarci l'ovvio è più rinfrescante che mai.

Phoebe Waller-Bridge 34 anni, cresciuta in una famiglia dell’alta borghesia inglese a Ealing, nell’ovest di Londra, dove si trovano gli studios di Downtown Abbey e dei Monty Python, non è un’outsider propriamente detta. Con baronetti sparsi qua e là nell’albero genealogico, genitori divorziati, una sorella e un fratello (Isobel di professione compositrice, Jasper che lavora in discografia), se proprio va incasellata in questa definizione, è più che altro una disturbatrice di classe superiore. Come il birthmark di Phoebe Waller Bridge, la voglia sulla sinistra della fronte che è diventato quasi un vezzo narrativo. Ma per raccontare Phoebe Waller Bridge bisogna averla vista in azione sullo schermo, bisogna essersi fatti trascinare dalla sua efficace capacità nel raccontare the gross side of lives. La carriera di Phoebe Waller Bridge inizia sin da piccolissima nelle recite della scuola, poi studia teatro alla Rada School. Ma non è un successo, anzi: come attrice non si sente proprio in grado, la scuola le fa credere di non essere brava abbastanza per recitare seriamente. La vocazione c’è, il talento anche, ma i meccanismi la costringono in rituali di azioni/reazioni per stimolare le emozioni che proprio non le piacciono.

Faticando a trovare parti, comincia a scrivere monologhi e drama com in modo da avere almeno qualcosa su cui impegnarsi. E sopratutto per avere parti drappeggiate addosso a lei, prima interprete di dubbi e insicurezze che le vecchie forme di recitazione non possono rendere pienamente, e delle quali a nessuno piace parlare. Tranne a lei. Phoebe Waller Bridge potrebbe essere definita la numero uno nell’indicare che il re è nudo o l’elefante è nella stanza. Chiamatelo come volete. La giovane autrice britannica ha la rudezza necessaria per tirare fuori quegli argomenti che infastidiscono pressoché tutti, e spiaccicarli in faccia con l’esplosione da barattolo di ketchup. “Scrivo dal punto di vista di ciò che mi piace guardare. Sono sempre pronta a soddisfare il mio appetito. Quindi penso a donne trasgressive, amicizie, dolori. Amo il dolore” ha raccontato al Guardian in una lunga intervista del 2018. “Sessualizziamo le donne costantemente nei drama e in televisione. Sono oggetti. Ma l’esplorazione del desiderio creativo di una donna è molto eccitante. Può essere una brava persona ma gli angoli oscuri della sua mente sono diversi, sono pericolosi, sono rischiosi. Come quelli di tutti” aveva aggiunto poi.

Pensare alle protagoniste delle serie tv di Phoebe Waller Bridge è automatico. Da Fleabag a Killing Eve tornando indietro a Crashing e a Drifters (mettiamoci pure l’interpretazione di Abby in Broadchurch, anche se non scritto da lei), le protagoniste dei suoi pezzi di teatro o le incarnazioni femminili che animano le serie tv sono stratificate e complesse. Attraversano ogni spettro del comportamento umano, sono contraddittorie e odiose, il loro lato oscuro è stirato all’insopportabile (per lo spettatore) e quello teoricamente positivo è opacizzato dalle fissazioni borghesi. Gli esempi sono più che lampanti: quando in Crashing Phoebe Waller Bridge nei panni di Lulu si intromette in ogni discussione strimpellando l’ukulele, l’impulso di fracassarlo con violenza contro il muro è fortissimo. O peggio contro di lei, e scuoterla e urlarle in faccia “ma non lo vedi che non ci stai capendo niente?!”, tanto gli interventi della fanciulla sono inadeguati. Lulu è il detonatore dei problemi soffocati in nome del quieto vivere nella storia degli spiantati trentenni organizzati a vivere in una specie di comune dentro un vecchio ospedale, trasformato in casa ad affitto calmierato. Ma l’efficacia della sua autrice non si ferma di certo qui. E chi ha provato a trovarle paralleli con altre sceneggiatrici e attrici come Lena Dunham o Amy Schumer, Phoebe Waller Bridge ha replicato in maniera ferma che considera questo genere di raggruppamenti molto riduttivi: “Dunham e Schumer sono donne meravigliose e bravissime che ammiro da sempre, ma i termini di paragone indicano proprio quanto siano microscopiche le aree di riferimento. Fa diventare tutto il lavoro delle donne di tipo derivativo, come se ci fosse solo un tipo di corrente di lavoro femmina-centrico e tutti dobbiamo essere ispirati direttamente l’una dall’altra. È frustrante per tutte” ha spiegato al mensile The Gentlewoman nel 2017, l’anno della consacrazione con prima stagione di una serie destinata a cambiare molto il platonismo sulle protagoniste femminili.

Probabilmente per Phoebe Waller Bridge Fleabag è il suo capolavoro. E non solo per lei, a giudicare da premi e acclamate critiche pubbliche. Tanto irresistibile quanto irriverente, scomodo, fastidioso nella continua rottura della quarta parete in un dialogo continuo con chi osserva l’incapacità relazionale e la forte indipendenza della protagonista senza nome. Già dalla prima puntata si mostra senza filtri con un linguaggio colorito e aggressivo, un disincanto al limite della disperazione per la perdita di tutto, la libertà sessuale che il mondo interpreta come sgualdrineria e invece è solo sesso. Di culto la scena della protagonista, la stessa Phoebe Waller Bridge, che si masturba guardando Barack Obama sul portatile, a letto, mentre il fidanzato le dorme accanto. C’è tutto il muro delle ipocrisie della società occidentale che si erige, a protezione dell’ordine costituito di idee, contro uno dei personaggi più antipatici ma potenti (in termini di sviluppo della storia) mai usciti dalla penna della sceneggiatrice inglese.

Fleabag ha fatto uscire ragazze per strada gridando “Sono io!”, ha raccontato la Waller Bridge divertita. Ed è diventato un meme continuo anche sui social (però Phoebe Waller Bridge Instagram non ce l'ha; c'è un profilo a suo nome ma senza foto che potrebbe essere il suo, ma senza certezze), con citazioni e immagini prese dalla serie. E dire che era nato come monologo di stand up comedy d’emergenza, e il testo originario di 10 minuti (diretto dalla più cara amica e sodale di Phoebe Waller Bridge Vicky Jones, regista e sceneggiatrice nonché mentore del successo dell’amica) scandalizzò più di una persona prima di assicurarsi il Fringe First Award a Edimburgo nel 2013. Oggi è diventata una serie di due stagioni acclamatissime ma la terza stagione di Fleabag Phoebe Waller Bridge non intende girarla prima di almeno altri 15 anni: “Non credo che ci sarà una terza stagione prima che io compia 50 anni. Mi chiede molto e al tempo stesso mi dà così tanta energia questo personaggio che penso di dover fare molte altre cose prima di capire dove andrà a parare” ha giurato di recente in un’intervista al Guardian. Intanto la vita privata di Phoebe Waller Bridge è entrata nelle colonne gossip dei tabloid britannici. Non ai livelli di tante colleghe, ma ha fatto comunque notizia il divorzio tra Phoebe Waller Bridge e Conor Woodman, suo ex marito, regista di documentari, col quale faceva coppia dal 2012. Oggi Phoebe Waller-Bridge è fidanzata con Martin McDonagh, il regista del film premio Oscar Tre Manifesti ad Ebbing, Missouri, e vivono insieme a Kensal Rise, nel nord ovest di Londra.

Se le donne di Phoebe Waller Bridge sono complicate da pastoie social-culturali come l’ossessione per il seno (“Mi ha sempre affascinato perché in un certo modo sono espressione di femminilità e sono importantissime quando cresci, che tu le abbia o meno, che la ragazza con le tettone non le voglia e faccia di tutto per coprirle, o che quella che ce le ha piccole metta fazzoletti nel reggiseno: la posta in gioco sul seno è altissima e resterà tale” ha raccontato al Guardian) o la paura di passare per ninfomani di fronte alla semplice voglia di fare sesso, gli uomini non escono molto meglio. Né dalle sue commedie, né dalla società contemporanea. Secondo la sceneggiatrice britannica, la società stereotipizza anche i maschi, non solo le donne: “La pressione della super-mascolinità, la sensazione che devi essere sempre quello che soddisfa, il distruttore, l’uomo sexy che può tutto con uno schiocco di dita” per lei sono ugualmente pregiudizi difficili. Gli uomini sono costretti a questo, sostiene Phoebe Waller Bridge. Nel nuovo film James Bond, epitome della virilità cinematografica, vedremo forse tic e momenti di sconforto che sgretoleranno l’invincibile 007 dal suo ruolo impostato? Phoebe Waller Bridge non si è espressa. Ma quegli occhi rotondi e liquidi, sempre pronti a innestare lo scambio inatteso, sono già pronti a scrivere una storia diversa.