Cosa ci dobbiamo aspettare da The Dead don't die

In diretta da Cannes 2019 la recensione di uno dei film più attesi: autore Jim Jarmush, co-protagoniste donne agli antipodi (Selena Gomez inclusa).

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Getty Images

L’edizione numero 72 del Festival di Cannes ha aperto ieri ufficialmente i battenti del concorso all’insegna dell’ultimo film diretto e scritto da Jim Jarmusch, The Dead Don’t DieI morti non muoiono (uscirà il prossimo 13 giugno in Italia), omaggiando gli zombie di oggi, assetatati di caffè (oltre alla carne umana), quelli per intenderci usciti dalle tombe cercando vittime sì, ma anche wi-fi, xanax e tv via cavo. Una black comedy impreziosita da lampi (geniali) brevi, ma divertenti, in cui nella cittadina “un posto molto carino” di Centerville tutto sembra scorrere in maniera troppo normale e fuori dalle logiche frenetiche.

È lo spicchio degli States in cui però la gente indossa ancora i cappellini pro Trump con scritto “Make America White Again”, vive la propria esistenza all’insegna di una quotidianità semplice, ascolta canzoni country, come la ballata – mantra di Sturgill Simpson, appunto The Dead Don’t Die. Lì lavora il piccolo corpo della polizia locale capeggiato da Ronald Peterson (Bill Murray), insieme ai fidati collaboratori Cliff (Adam Driver) e Minerva (Chloë Sevigny). Niente fa pensare a quanto invece sta per succedere, qualcosa infatti sembra inquietare il clima, gli animali scappano e assalgono i propri padroni, la luna piena pare preannunciare un cambiamento radicale, forse l’apocalisse. Mentre i tre indagano, dopo l’uccisione di due cameriere, fatte letteralmente a pezzi, i media danno la colpa al “fracking”, la perforazione del terreno per estrarre gas e petrolio, colpevole dello spostamento dell’asse terrestre. In realtà sono i non morti, i “rianimati”, adulti, bambini, donne, uomini, parenti, tutti uniti contro chi è rimasto in vita, turisti compresi (attenzione a Selena Gomez).

Nessuno pare al sicuro, tranne due personaggi, una becchina scozzese (la sempre perfetta Tilda Swinton, munita di katana stile Kill Bill) e un saggio vagabondo (Tom Waits) nascosto nella foresta ad osservare ciò che accade. Fino alla fine. Decapitazioni e risurrezioni a parte, se il Jarmusch del passato recente pare essere passato ad uno stadio maggiormente asciutto (e splatter) nell’originalità, dall’altro rimane non distante, quello mai, dal disseminare metafore, ambientaliste, materialiste, politiche, prendendosi, qui, maggiormente, gioco della macchina cinematografica in quanto tale. Perché in fondo gli zombie anarchici fanno meno paura di altri orrori intorno a noi.

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