Un borgo umbro abitato da meno di 500 abitanti, un imprenditore italiano con una grande tenuta e alcune delle migliori teste della Silicon Valley.

Inizia così questa storia. A Solomeo, lo stilista Brunello Cucinelli invita per parlare di “capitalismo umanistico” il fondatore di Amazon Jeff Bezos, l’ex ceo di Twitter Dick Costolo, la mente dietro LinkedIn Reid Hoffman, il ceo di Dropbox Drew Houston e molti altri fra cui, scrive GQ America, l’ambasciatore americano d’Austria.

Alla fine dei due giorni Cucinelli posta su Instagram una foto di gruppo, a ricordo dell’evento. Curiosamente manca Bezos, ma non è questo dettaglio che insospettisce un giornalista di Buzzfeed: oltre a 15 uomini si vedono due donne, che sembrano inserite nell’immagine in modo posticcio. Qualche ricerca e si scopre che le due sono state effettivamente aggiunte in seguito con Photoshop. Su Twitter monta l’indignazione e molti giornali ironizzano:

è talmente complesso trovare donne nel mondo del tech che bisogna inventarle.

La situazione si ridimensiona il giorno dopo. È una delle photoshoppate, Lynn Jurich, a a spiegare in un post su LInkedin la vicenda, confermando la sua presenza al simposio: “Il team Cucinelli ha cercato di garantire che tutti fossero nella foto di gruppo. Ruzwana (Bashi, l’altra donna, ndr) e io eravamo altrove quando è stata scattata e abbiamo accettato di essere aggiunte”.

Jurich, che è la ceo di Sunrun, un’azienda che si occupa di energia solare, ne approfitta per provare a spostare l’attenzione dell’opinione pubblica: “Temo che ci stiamo concentrando sulla cosa sbagliata. Quello che le donne vogliono è essere trattate allo stesso modo. Riguardo al grande problema della diversità nella Silicon Valley, non penso sia utile arrabbiarsi per questo. Cerchiamo di essere il cambiamento che vogliamo vedere”.

La risposta della manager è lodevole e diplomatica, ma c’è un motivo se la foto ha generato così tanto scandalo: la situazione per le donne, nel settore tecnologico, è molto complessa. Per non dire problematica. Le donne sono poche e le poche presenti denunciano spesso un clima tossico. Di chi è la colpa?

Andiamo con ordine e partiamo dai dati. In Apple le donne sono il 33% della forza lavoro, ma se si analizzano solamente i ruoli nel comparto tech, la quota scende al 23%.

La percentuale si riferisce alle donne assunte in Apple per lavorare nel comparto tech dati 2018 - Fonte Apple
Courtesy Photo

Situazione peggiore a Microsoft, con il 19,9%. L’azienda fa comunque notare che la presenza femminile nell’area tech è cresciuta del 3% dal 2015.

Questo è il dato di donne con impiego tech a Microsoft, sempre 2018 - Fonte Microsoft
Courtesy Photo


Google, nel suo report, ha un paragrafo tutto dedicato al tema, in cui enuncia: “Il nostro obiettivo di assumere più donne nella tecnologia sta avendo risultati significativi. Nel 2018, le assunzioni in tutto il mondo di donne in ruoli tech sono salite al 25,7%, continuando il trend positivo che abbiamo visto dal 2015. In questi quattro anni, le assunzioni di donne in questi ruoli sono aumentate dal 22,1% al 25,7%”.

Numeri che segnano un (lento) aumento della diversità di genere nelle aziende tecnologiche. Ma non tutti, nel campo, lo considerano un miglioramento. È di un paio di mesi fa un piccolo ammutinamento in Microsoft richiamato da Quartz, che nel blog aziendale è stata criticata per la sua politica di inclusione: “Un numero sempre crescente di dipendenti maschi bianchi di Microsoft ha subito discriminazioni evidenti e manifeste perché ha avuto la sfortuna di essere nato sia bianco che maschio”, lamentava un programmatore.

Ancora più celebre il caso di James Damore, ingegnere di Google che nel 2017 scrisse e condivise con il resto dell’azienda un documento in cui spiegava perché le donne erano “scientificamente” meno adatte degli uomini a lavorare nella tecnologia. Google licenziò Damore per aver violato il codice di condotta e aver promosso, disse il ceo Sundar Pichai, “dannosi stereotipi di genere”. L’ingegnere fece causa all’azienda per discriminazione, diventando un eroe tra i conservatori e gli attivisti dell’estrema destra americana (il processo è ancora in corso).

A queste prese di posizione bisogna anche aggiungere alcuni spiacevoli casi di molestie che si sono verificati in Silicon Valley. L’intera cultura aziendale di Uber è stata messa in discussione, portando il fondatore alle dimissioni nel 2017. Di fine 2018 è lo scandalo a Google: un’inchiesta del New York Times ha obbligato il ceo ad ammettere di aver (silenziosamente) allontanato 48 dipendenti in due anni per i loro comportamenti scorretti. Fra loro anche Andy Rubin, il papà di Android, a cui fu riconosciuta una generosa buonuscita in cambio delle sue dimissioni. Per altre storie, qui uno speciale della CNN dedicato alle molestie nel settore, con interviste e testimonianze.

Fatto questo breve excursus sul clima a volte non proprio amichevole della Silicon Valley, non stupisce la presa di posizione dell’esperta di cybersicurezza Elissa Shevinsky: “la ragione per cui non abbiamo un maggior numero di donne nell’area tech non è per una mancanza di educazione scientifica. È perché troppi individui influenti e di alto profilo all’interno del settore hanno ignorato o addirittura maltrattato le donne candidate e dipendenti. Per farla breve, il problema non sono le donne, è la cultura tech”.

Shevinsky tratta il tema nel libro Lean Out: The Struggle for Gender Equality in tech and Start-up Culture (8,80 euro in formato Kindle su Amazon.it), uscito nel 2015 negli Stati Uniti e mai tradotto in italiano. Nel saggio che apre il volume, l’imprenditrice smonta l’assunto secondo cui le grandi aziende di tecnologia non assumono le donne perché sono troppo poche quelle laureate in materie scientifiche. Secondo la tesi contestata da Shevinsky, basterebbe spingere di più le ragazze a studiare le cosiddette materie stem (scienza, tecnologia, ingegneria e matematica) per avere più donne in questi campi. È un approccio accettato da tutti e su cui si lavora da anni, anche in Italia: nel governo precedente vennero stanziati alcuni milioni di euro dall’allora ministra per le pari opportunità Maria Elena Boschi. Obiettivo: organizzare dei campi estivi di informatica per le bambine delle medie inferiori.

“L’idea che il problema possa essere risolto insegnando codice a delle bimbe di cinque anni mi fa infuriare”, scrive Shevinsky. Il punto, denuncia lei, è l’ambiente, che negli anni è diventato sempre più maschio centrico. Negli Stati Uniti si parla di “bro culture”, che potremmo tradurre come “cultura da confraternita”. A tratteggiarne le caratteristiche è il libro Brotopia (12 euro su Amazon.it) in cui l’autrice, la giornalista di Bloomberg Emily Chang, descrive luoghi di lavoro tossici, aggressivi e misogini. Nel promuovere il volume, la stampa si è soffermata sulle pagine più scabrose (dedicate all’organizzazione di orge e festini a base di droga), ma sono le interviste ai grandi manager a svelare la parte più interessante. Come quella a un celebre investitore, che confessò che non avrebbe mai “abbassato i suoi standard” per assumere delle donne.

Non è sempre stato così. Senza andare indietro fino ad Ada Lovelace, vissuta nella prima metà dell’Ottocento e universalmente riconosciuta come la madre dell’informatica, dalla seconda guerra mondiale agli anni ’60 molte donne ebbero un ruolo cruciale nello sviluppo del settore.

Nel libro Programmed Inequality, Marie Hicks spiega anzi come tra gli anni ’40 e la fine degli anni ’60 la gestione delle macchine fosse considerato un impiego per gente senza cultura, quindi perfetto per le donne non laureate. Addirittura, nota sempre Hicks, nel 1967 Cosmopolitan fece un articolo dal titolo “The Computer Girls”, in cui si raccontava quel lavoro così prettamente femminile. L’arrivo dei primi corsi universitari dedicati all’informatica e la sempre più centralità del campo cambiarono le carte in tavola. Hicks fa risalire il momento della svolta all’arrivo dei personal computer: se prima nessuno sapeva programmare, e le donne potevano giocarsela insieme agli uomini nei corsi di formazione aziendali, con l’avvento dei computer in casa, regalati perlopiù ai maschi, le ragazze vengono pian piano tagliate fuori da una prima conoscenza di base, rimanendo più indietro dei compagni.

La tesi del mancato accesso all’istruzione come causa del gap, come abbiamo visto, non è accettata da tutti. Elissa Shevinsky la rigetta, usando la sua esperienza personale, che risale a metà degli anni ’90. “Quando sono entrata nel mondo della programmazione, da ragazza, mi sono sentita la benvenuta. Gli assistenti erano ragazzi bianchi e nerd (io li ammiravo tantissimo), ma la classe era perlopiù bilanciata fra maschi e femmine. Nel 1997 non sapevamo che la programmazione era roba da maschi. Non avevamo modelli di comportamento come Zuckerberg o Jobs. Zuck non aveva ancora iniziato il liceo nel 1997”.

“La questione”, continua Shevinsky, “non è che le donne hanno bisogno di una educazione diversa. La questione è quello che le donne trovano quando si informano sul nostro settore. E come appaiono le loro opportunità ed esperienze una volta che sono dentro”. Non che manchino brillanti esempi di manager donne: la ceo di YouTube è Susan Wojcicki, la numero due di Facebook è Sheryl Sandberg, che ha fatto molto discutere con un libro dedicato alla discriminazione delle donne nel mondo del lavoro (Facciamoci avanti, da 9 euro su Amazon.it). Ma non è dalle eccezioni e da poche storie individuali che ci si può basare per valutare l’avanzamento delle opportunità di tutte.

Forse la vera domanda che dovrebbe scatenare quella foto scattata a Solomeo, in fondo, non è perché due donne sono state photoshoppate.

Ma perché solo due donne sono state photoshoppate.