La polemica sull'attrice nera nel ruolo della Sirenetta cambierà davvero i nostri sguardi?

Da quando la Disney ha scelto la 19enne Halle Bailey per interpretare Ariel, le polemiche sono diventate un groviglio e non si trova più il bandolo della matassa.

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Getty Images

La notizia ha generato commenti e discussioni da qualche giorno, la parte di Ariel nel prossimo film della Disney dedicato alla Sirenetta è stata assegnata ad Halle Bailey e ciò che ha mosso i commenti di cui sopra è l’etnia della prescelta: decisamente afroamericana. Halle è così giovane, ha solo 19 anni, che non esiste nemmeno una sua pagina personale su Wikipedia ma solo quella di Chloe X Halle, il duo che costituisce con la sorella e con cui si sono fatte conoscere postando filmati su YouTube, e poi vincendo il concorso Next BIG Thing di Radio Disney. Una semi-esordiente fin troppo giovane per finire in questa tempesta, dove è pure volato qualche commento social sgradevole, e sopportarla. Questo tipo di argomenti è più che mai delicato e la conclusione ideale alla questione continua a rimbalza da una parte all’altra come un criceto in una scatola. Perché ogni tipo di obiezione, che sia da un lato all’altro, alla fine sembra essere valida. “La Disney annuncia a sorpresa che La Sirenetta sarà interpretata da un’attrice di colore”, scrive su Facebook Max Franco, un giovane insegnate del British Institute. “La Sirenetta. Che è sempre stata rossa, con la pelle pallida e gli occhi azzurri. Sembra una di quelle battaglie politiche portate avanti anche nei film e serie tv. Come il personaggio di Piper in Streghe, omosessuale nel reboot, perché considerata una mossa 'moderna'. E chiunque non sia d’accordo con queste scelte artistiche viene additato dai paladini della giustizia come razzista e omofobo”. Boom.


Un utente americano su Twitter obietta a un commento simile, ironicamente: “Ho provato a cercare su Google l’etnia delle sirene e ho scoperto che non esistono! Per cui nessuno sa dire di che colore sia la loro pelle, nemmeno se a scriverne la storia nel 1837 è stato un danese”. Qualcuno, ancora, si lamenta perché queste operazioni cinematografiche della Disney sono fondamentalmente riduzioni fedeli dei famosi cartoon, e in La sirenetta del 1989, la protagonista Ariel è caucasica, ovvero di pelle bianca, e con i capelli rossi: se per il genio della lampada di Aladdin è stato scelto Will Smith, rispettando la presunzione che un personaggio mediorientale sia di pelle scura, perché questa mossa della Disney? Perché quando si è avanzata l'ipotesi di far interpretare a Scarlett Johannson una transessuale, alla fine non è andato in porto nulla? Okay, obietta ancora qualcuno: la storia della Sirenetta nel cartoon è già talmente diversa dall’originale che non possiamo stare a pensare alla nazionalità dell’autore, era già abbastanza stravolta di suo.

Ma poi c’è chi è arrivato a sfiorare un po’ il paradossale, facendo presente che la storia di Ariel sarebbe ambientata ad Atlantide, e che secondo le teorie più accreditate, Atlantide sarebbe stata nei Caraibi, quindi è corretto affidare il ruolo a un’attrice dalla pelle scura. Teoria a cui si potrebbe rispondere che la pelle scura dei caraibici dipende dagli schiavi che ci sono stati portati dall’Africa molto dopo Atlantide, ammesso che sia mai esistita. Mettendo da parte la questione “razzismo”, di cui si stanno occupando molto le testate statunitensi, il problema forse è più una questione di appropriazione culturale all’inverso? Da quando la sensibilità verso le minoranze è aumentata – per fortuna –, si condannano le operazioni artistiche che saccheggiano le culture di altre etnie. Così può capitare, per esempio, che un servizio fotografico in cui la modella russa è ritratta in un’ambientazione ispirata ai nativi americani finisca al centro di una polemica rovente. Al di là del politically correct, la domanda che ci si dovrebbe porre è: obiettivamente, personaggi di fantasia dalla pelle nera ne esistono pochi, se giusto ai più agé viene in mente solo Lotar, l’assistente di Mandrake vestito estate e inverno come un fenomeno da circo, e poi poco altro. E a questo bisogna porre rimedio. Ma provando a pescare nei personaggi reali, non sarebbe strano far interpretare Nelson Mandela a Brad Pitt? Cosa ne pensano le persone che queste materie, in un verso o nell’altro, le maneggiano quotidianamente?

Anche secondo Diana De Marchi, consigliera comunale e Presidente della Commissione Pari opportunità e diritti civili di Milano, la faccenda è solo apparentemente relegata alla sfera dell’entertainment. “Per noi che ci occupiamo di diritti civili, invece, anche questo tipo di riflessioni sono preziose”, spiega la consigliera, “ma posso dire che sono perplessa? Faccio un po’ fatica a credere che la decontestualizzazione di personaggi straconosciuti serva davvero ad abbattere i pregiudizi, che probabilmente è l’obiettivo per cui si compiono queste operazioni. Sono d’accordo con tutte le forma di attenzioni possibili alle minoranze, sono d’accordo che nei cartoni animati di oggi ci siano più bambine eroine di un tempo, che i personaggi siano di più etnie, ed è giusto che tutti siano protagonisti con la stessa quota di dignità. Ma distorcere una situazione già esistente, già consolidata nell’immaginario, non rischia di ottenere l’effetto contrario? Poi, si vedrà”.

Il parere opposto è quello di Giulia Steigerwalt, che quest’anno ha vinto a Taormina il Premio Siae e Nastri d’Argento come miglior sceneggiatrice emergente, con i film Il Campione e Croce e delizia: “il cinema, come tutte le forme d’arte, è una ripetizione di immagini, e questa ripetizione crea una cultura. Ecco, noi siamo abituati a una ‘cultura caucasica’ dove persino Gesù viene rappresentato biondo e con gli occhi azzurri, ma non ho mai visto sollevarsi polveroni per questo. A parte il problema di razzismo che stiamo vivendo in questo momento storico, io ho vissuto in California dove l’apertura verso i diritti delle minoranze è molto forte; come sappiamo, la Disney ha avuto una grande responsabilità nei confronti dell’immaginario mondiale producendo cartoon in cui la principessa è passiva, paziente, aspetta il principe che la salvi e deve essere pure bella. Già nell’89, con il cartone de La Sirenetta, la Disney aveva iniziato un’operazione di redenzione da tutto questo. Ariel era già molto diversa da Biancaneve: buffa, simpatica e lotta per realizzare i suoi sogni. Per cui, stiamo parlando di un personaggio di fantasia e non importa che colore avrà. Certo, se si trattasse di scegliere un’attrice nera per interpretare la principessa Sissi, che è realmente esistita, allora forse qualche dubbio lo dovremmo sollevare...”.

L'ultima parola va a Sandrine Nguimfack Tamgoua, assistente sociale a Milano, di origine camerunese. "Per me è un'operazione positiva", mette il sigillo Sandrine. "Nell'immaginario comune il nero è ancora 'il cattivo', credetemi. In Italia, i bambini fino a qualche anno fa venivano cresciuti minacciandoli di chiamare 'l'uomo nero'. Non abbiamo mai visto una giornalista nera ai tg italiani, ad esempio. Per cui credo sia importante trasmettere il messaggio che il passato è passato. Cenerentola, Biancaneve, la Sirenetta sono prima di tutto ragazze, esseri umani, non importa di che colore siano, mi pare che questo processo sia importante soprattutto quando si tratta di donne, che vengono anche raccontate come indipendenti e che possano salvare un uomo, perché no. Appropriazione culturale? Mah, io ho un figlio per metà italiano e metà camerunense, se un giorno in Camerun dovesse sentirsi attratto da quella cultura, chi gli impedisce di vestire come si usa lì? L'appropriazione culturale, quando nascono le polemiche perché la modella bionda è vestita da africana o indiana, vale solo quando è puramente a scopo di lucro. Forse che il ragazzino italiano che si fa i dreadlocks sta facendo un furto a qualcuno? Lasciamo che ognuno scelga ciò con cui si sente meglio. Lo sapete che il tessuto tipico africano wax è invece olandese, importato dai coloni? Riflettiamoci".

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