Il monologo di Pierfrancesco Favino che ora, con il Traditore, corre agli Oscar 2020

Porta le figlie a manifestare come Greta Thunberg, viviseziona la storia d'Italia per portarla alla luce di tutti, crede esista un prima e un dopo il momento "Bellocchio": incontro con l'attore de il Traditore.

HFPA/THR TIFF PARTY - Arrivals
Frazer HarrisonGetty Images

Metà luglio, l’alito di vento che ha casa a Pantelleria, il cinema di Scauri, le sedie da cinema onesto e non un multisala. Sullo schermo compare Pierfrancesco Favino che vede suo figlio bucarsi il braccio sulla spiaggia, durante una cerimonia mafiosa. “Sai, non dipende sempre da noi, gli attori sono là, fanno il loro lavoro, dopodiché ci sono i registi, la storia, tu puoi rendere al massimo se un personaggio ha un limite di possibilità espressive o se ne ha una quantità infinita: e in tutto questo, certo che conta dove hai visto il film”. Il film in questione è il Traditore, candidato a rappresentare l’Italia agli Oscar 2020. Fine settembre, l’alito di vento che ha casa a Milano, il negozio di Canada Goose che ha una sala dove la temperatura va ampiamente sotto lo zero. Nella stanza vetrata compare Pierfrancesco Favino vestito con piumino. Ci rivediamo a sei anni dall’ultima volta quando parlavamo dell’arrivo imminente della sua seconda figlia “nel frattempo è nata!” sorride delicato. E poi torna la voce di quella sala pantesca, chiusa in un’abitacolo dell’auto che ci porta a cena. Tommaso Buscetta è tra di noi, potrebbe non esserlo? “No, non ho avuto paura di interpretare Buscetta, al contrario provavo un gran desiderio, ho cercato di convincere Bellocchio in tutti i modi affinché fossi io”.

Sei identico, mi hai fatto passare notti a guardare vecchi video su Youtube del processo.
È stato un lavoro che ho fatto anch’io per lungo tempo, poi ho cercato quello che non si poteva trovare. Lui ha avuto la grande abilità di crearsi una memoria di sé: cioè tu sai quello che lui vuole farti sapere. Dovevo andare al di là di quel confine invalicabile voluto da Buscetta. Anche ora che è uscito il documentario (Our Godfather ndr) con le dichiarazione dei familiari, familiari che confermano totalmente quella sua memoria, compreso un cenno alla violenza familiare. È interessante perché quando regista e sceneggiatori hanno parlato con loro la prima cosa che mi hanno detto è stata “era un ottimo strangolatore”. Lui non viene da una famiglia mafiosa, lui ha scelto di entrare nella mafia.

Ti ha lasciato o è ancora un personaggio che ti abita?
In parte mi ha lasciato perché nel mentre ho girato altri tre film ma c’è qualcosa di estremamente magnetico di quest’uomo che parla anche di me. C’è una parte di lui che condivido: la parte dell’uomo di famiglia che fa errori, che ha un sogno - ora: i miei sogni non sono i suoi - un ideale.

Come quello dell’amicizia. Il tradimento da parte degli amici è il momento di maggior vulnerabilità per Buscetta?
Quello è un codice mafioso. Qualcosa che lui non pensava assolutamente potesse accadere. Crede che Calò (Pippo amico storico e poi traditore di Buscetta ndr) l’abbia tradito perché ha permesso che qualcosa accadesse, non credeva che lo avesse fatto con le sue mani. Per chi crede così profondamente in questo tipo di relazioni quello è un vero blackout mentale.

Pierfrancesco Favino nella boutique di Canada Goose
Johnny Dalla Libera

Tommaso Buscetta è un uomo ago della bilancia della storia d’Italia?
Buscetta o tornava a Palermo e sarebbe stato ucciso, anche in carcere, o sceglieva questa via. È stato molto scaltro nel ribaltare la sua posizione: "io rimango un mafioso e loro non lo sono più". La sua è stata una grande capacità di adattamento.

Tu ce l’hai?
Tutti gli uomini ce l’hanno, anche tu ce l’hai: per intuirlo devi essere costretta ad adattarti.

Quando ti sei adattato?
Sempre, sai io vengo da una famiglia numerosa, siamo quattro di cui tre sorelle e io, l’ultimo. La ricerca dell’attenzione, dei propri spazi è qualcosa di sano: queste sono già le prime forme di adattamento in una micro società.

Nella tua coppia ci sono molti momenti di adattamento?
Sono 15 anni che condivido la vita con la mia compagna, poi ti adatti ancora di più quando arrivano i figli. C’è un adattamento costante.

Perché l’Italia attuale non sa adattarsi?
Penso che lo sbando della generazione successiva alla nostra è una percezione dalla nostre idee di direzione. I giovani hanno più orientamento di quello che immaginiamo.

Le tue figlie subiscono gli effetti di Greta Thunberg?
Soprattutto su una delle due che si chiama anche lei Greta: fa effetto l’idea di appartenere a un gruppo. Quando mi ha chiesto di partecipare alle manifestazioni ho risposto “assolutamente sì, se c’è da giustificati ti giustifico”. Al di là della motivazione prima di tutto è l’idea di partecipare a una cosa così rara: l’idea che diventa un luogo di unione. In questo momento storico è assolutamente necessario.

Per te è contata l’idea di appartenere a un gruppo?
Sì, certo ma io vengo da una generazione completamente diversa. Non è un caso che la mia generazione abbia inventato internet. Faccio parte della generazione che non ha vissuto il ’68 e non ha vissuto il ’77 e ha provato a scimmiottare quei sistemi. E faccio parte della prima vera generazione individualista; siamo stati i figli piccoli e non è stato consentito mettere becco su cose che non ci riguardavano: la mia generazione è venuta dopo l’enclave politica e culturale che non consente l’ingresso a chi non ha fatto parte di quei momenti storici. Questo ha generato una generazione di 50enni isolati e la risposta è stata connettersi nel loro isolamento.

Un americano che guarda il Traditore che Italia vede?
L’America ha una tradizione molto forte sui temi di mafia, conosce la mafia italo-americana, ma non ha mai visto la mafia raccontato in questo modo. Seguo il film in giro per il mondo e la forza di questa pellicola è nella sua asciuttezza, nel suo stare lontano dai cliché della mafia.

La scena del figlio che si buca, vulnerabilità ed emotività del mafioso, rimane addosso per mesi.
Quella è la visione di Marco (Bellocchio). Io sono rapito dall’uomo, dal regista, dall’artista Bellocchio. Per me c’è un prima e un dopo questa esperienza.

Passeresti alla regia?
Sono molto attratto. Ho fatto regia in teatro ma non so se ho quella capacità. Conosco molto tecnicamente lo strumento, so di poter lavorare con gli attori e mi piace ma per raccontare la storia in immagini...non so se ho quel talento.

Difficile credere che tu non sappia fare qualcosa, a Sanremo hai portato momenti di costume a momenti sociali.
Penso che Sanremo sia una questione sociale che diventa costume quando decidiamo di dividere il sociale in tante categorie. Io ci sono entrato bocciando tutte le volte che mi sottoponevano cose a caso. Ho deciso di accettare Sanremo quando mi sono accorto che le paure non erano le mie ma quando temevo quello che gli altri potevano pensare di me. E questo mi faceva molto arrabbiare.

Non ti immagino arrabbiato.
Eh, meglio per te…Tra l’altro questa sarebbe la mia più grande ambizione: essere ciò che sei indipendente dai lacci, anche non scritti ma esistenti, del pensiero comune, se tu hai un’esigenza perché negartela quando ti viene proposta?

Ti manca il teatro?
No, perché continuo a farlo ed è l’origine di tutto, è il momento in cui torni e fai i conti. In teatro non può mai mentire, sono direttore artistico della Compagnia degli Ip´ocriti, compagnia che ha prodotto spettacoli in cui recitavo, dirigevo, ed è stato un gesto di lealtà nei confronti della produttrice che ha creduto in me e purtroppo non c’è più. Il teatro ci sarà sempre, non è sostituibile.

L’attore il cui film Il Traditore è candidato agli Oscar 2020
Johnny Dalla Libera

C’è stato un periodo in cui non hai recitato e hai pensato “verrò dimenticato”?
Certo che l'ho passato. Quando ho avuto bisogno di pagare l’affitto oltre al mio mestiere ho fatto anche altro senza mai drammatizzare. Ho un rapporto intimo con quello che faccio: l’esigenza primaria è fare questo. Anche questa intervista è un corollario di tutto ciò. Ho un rapporto spirituale con il mio mestiere. Mi fa strano quando mi dicono “Deve essere stato duro interpretare...” ma quando mai! È lo strumento che ho scelto per esprimermi. Non penso “Favino va sul set”, mi fa impressione quando sento questo alone di rispetto.

La tua importanza sul set è la stessa di un macchinista?
È diverso: se il macchinista non c’è io non ci sono, non viceversa. La macchina da presa montata può riprendere qualunque cosa, io da solo che faccio? Non è un eccesso di modestia è un mestiere davvero di insieme se c’è qualcosa di cui sono orgoglioso è che sono amato dalla troupe perché so, rispetto e apprezzo il lavoro che svolgono.

Se le tue figlie volessero recitare?
La mia piccola interpreta mia figlia in un film che co-produco, l’altra ha una piccola parte. All’inizio è stata una scelta che non ho molto caldeggiato, dopodiché credo che la bottega di famiglia è fatta di attori, crescono in questo ambito, normale avere la curiosità ma penso anche che l’infanzia si è talmente ridotta che i bambini debbano rimanere bambini, se rimane un gioco okay. Le sosterrò sempre ma so che, se non è davvero un’esigenza di espressione, questo mestiere può essere davvero frustrante.

Anche pericoloso?
Ma no, quello lo è tanto quanto un altro mestiere. Se diventi ingegnere e ti va bene fai tanti soldi ma se poi ti annoi? La qualità della mia vita la fa la gioia che provo nel recitare. E so che tutto questo non me la possono rubare. Ho vissuto con 60mila lire a settimana felice, ora ringraziando dio guadagno qualcosa di più, sostengo anche qualcosa di più ma non è quello attraverso cui misuro ciò che sono.

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