La storia vera di Ed Gein, il mostro di Plainfield che ispirò il killer di Psycho

All'inizio del secolo scorso gli Usa furono sconvolti da un maniaco criminale così scioccante che tutti gli scrittori di thriller si rifanno ancora a lui.

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Nel 1959 lo scrittore Robert Bloch pubblica un romanzo il cui protagonista si chiamava Norman Bates. Si intitolava Psycho, e grazie alla riduzione cinematografica di Alfred Hitchcock e all’interpretazione perfetta di Anthony Perkins, Norman Bates diventa un personaggio iconico dell’immaginario horror. Nel 1988 anche Thomas Harris pubblica il suo romanzo più famoso Il silenzio degli innocenti, e lancia il personaggio di Annibal Lecter. Anche questo è un bestseller, grazie anche al regista Jonathan Demme e ai due attori che interpretano i protagonisti, Jodie Foster e Anthony Hopkins, nell’omonimo film, premio Oscar nel 1992. Sarebbe bello dire che Bloch ed Harris hanno lavorato solo di fantasia e che assassini del genere non potrebbero mai esistere. Purtroppo entrambi gli scrittori, e poi anche gli sceneggiatori della serie cinematografica Non aprite quella porta, con il personaggio di Leatherface, e molti altri ancora, si sono tutti ispirati a un uomo realmente esistito, uno solo. Si chiamava Edward Theodore Gein, passato alla storia semplicemente come Ed Gein, o come Butcher of Plainfield, il macellaio di Plainfield, o Plainfield Ghoul, il mostro di Plainfield. Ed è il padre di tutti i mostri psicopatici.

Ed Gein era nato nel Wisconsin, nel 1906, il secondo figlio di George Gein e Augusta Lehrke. Il padre di Ed era un alcolista, aveva un negozio di drogheria che non riusciva a gestire, per cui lo vendette e trasferì tutta la famiglia in una fattoria a Plainfield, molto lontani dalla città. George Gein cercò di lavorare come carpentiere, conciatore, persino come agente assicurativo. Ma si faceva cacciare via ovunque. Non che sua moglie, Augusta, fosse la parte sana della famiglia. Paranoica e agorafobica, fervente luterana, cercava di ridurre al minimo indispensabile i contatti dei due figli Edward e Henry col resto dell’umanità. Nonostante ciò, i ragazzi prendevano buoni voti a scuola - Ed soprattutto in lettere - ma trascorrevano tutto il tempo libero a svolgere faccende nella fattoria senza giocare mai con altri coetanei. La madre, oppressiva e ossessionata dall’immoralità del mondo, insegnò ai figli a stare alla larga dall’alcol, che poteva essere un bene. Ma li convinse che tutte le donne sulla faccia della terra - tranne lei - erano strumenti del demonio e che il sesso era una cosa sporca e riprovevole.

Di conseguenza, a scuola Edward ed Henry erano bambini timidi e a disagio. Terminati gli studi, incapaci di relazionarsi con la gente, rimasero a vivere con i genitori. Ed, il più sensibile all’idea che la madre fosse l’unica donna pura e vera dell’universo, aveva sviluppato un legame morboso con lei. Tutti i pomeriggi la ascoltava attentamente mentre leggeva ad alta voce le parti più macabre e sanguinolente del Vecchio Testamento. Nel 1940 muore George Gein, stroncato dall’alcolismo, e i due figli devono mettersi a lavorare anche fuori dalla fattoria. Ed, che non aveva mai sviluppato un serio rapporto con gli adulti, si trova molto a suo agio come baby sitter nelle fattorie circostanti. Nel 1944 muore però anche Henry, il fratello maggiore di Ed, in un incendio scoppiato nel loro campo. Secondo la versione di Ed, i due avevano acceso un fuoco per bruciare delle sterpaglie, ma era finito fuori controllo. Quando finalmente i soccorsi erano riusciti a spegnerlo, Henry era stato trovato morto in mezzo al campo. Non aveva bruciature, solo dei lividi in testa. Si abbozzò pigramente un’indagine, ma quando il coroner confermò che l’uomo era morto per inalazione del fumo, cosa che avrebbe potuto succedere anche in stato di incoscienza, il caso venne chiuso frettolosamente. Molti, in città, restarono dell’idea che Ed avesse ucciso il fratello e appiccato il fuoco per far sparire il corpo.


Alla notizia della morte del figlio maggiore, la madre Augusta aveva avuto un ictus ed è rimasta semiparalizzata. Edward decide di votare la sua esistenza alla cura e l’assistenza del madre. Ma quando nel 1945 muore anche lei, l’uomo senza un familiare e senza più una ragione di vita, è devastato. Abbandonata la stanza dove era cresciuto da bambino, si trasferisce in quella della madre al piano superiore. Questa diventa l’unica zona della casa a cui dedica un’accurata manutenzione, mentre tutto il resto, piano piano cade a pezzi. Gein si crea una routine nuova, solitaria. Diventa un avido lettore di pulp magazine, in particolare quelli con storie di cannibalismo, e di libri sulle atrocità del nazismo, che compra in città. Si mantiene con un sussidio agricolo statale e con lavoretti da tuttofare. Non stringe amicizia con nessuno.

Il 16 novembre 1957 accade qualcosa di strano, a Plainfield. È la stagione della caccia al cervo, per cui quando la mattina alcuni paesani si recano all’emporio agricolo e di ferramenta del paese, gestito da Bernice Worden, e lo trovano chiuso, pensano che la caccia c’entri qualcosa. Quando, verso le cinque del pomeriggio, della signora Bernice non si sa ancora nulla, il figlio, il vicesceriffo Frank Worden, apre con la sua chiave e trova il registratore di cassa aperto e macchie di sangue sul pavimento. Frank Worden ricorda che l’ultimo cliente della sera prima è stato Ed Gein e che aveva detto di dover tornare la mattina dopo per comprare dell’antigelo. Nel blocchetto delle ricevute della signora Bernice, infatti, ne risulta una per la vendita di un gallone di antigelo compilata proprio la mattina. Poi più niente. Lo sceriffo di contea spicca un mandato d’arresto per Ed Gein, e uno di perquisizione della sua casa. Ed Gein viene trovato e fermato in un altro negozio di ferramenta nel lato ovest della città. Quello che invece viene scoperto nella sua casa, da cui tutti erano sempre rimasti alla larga, è scioccante.

Nel capanno degli attrezzi c’è il corpo della povera signora Worden appeso a testa in giù. I medici incaricati dell’autopsia, per fortuna, diranno in seguito che tutte le mutilazioni che riportava erano state commesse post mortem, e che la causa del decesso era stata un colpo di pistola con un fucile calibro 22. Ma la perquisizione porterà alla luce uno scenario da incubo. L’imbottitura di molte sedie è rivestita in pelle umana, e dello stesso macabro materiale è stato realizzato un cestino della carta straccia. La testiera del letto di Ed Gein è fatta di teschi umani, con cui ha realizzato anche delle scodelle, conservate fra le stoviglie. Nel suo guardaroba ci sono un corsetto e un paio di calzamaglie, entrambe in pelle umana praticamente intera, e diverse maschere dello stesso materiale. In un sacco di iuta c’è la testa di Bernice Worden, mentre in un sacco di carta c’è quella di un'altra donna, ma con il volto asportato dal teschio. In un sacco di plastica, vicino alla stufa in camera da letto, c’è anche il cuore della povera negoziante.

La lista dei ritrovamenti di parti umane è lunghissima e agghiacciante: l’orrore degli investigatori è tale che tutto viene fotografato accuratamente, prima di essere cremato in fretta. Ci si domanda: quante donne ha ucciso Ed Gein? L’uomo viene interrogato e ammette solo due omicidi: quello della signora Worden e quello di Mary Hogan, una taverniera sparita tre anni prima, a cui appartengono la testa e il volto trovati nel sacco di iuta. Le altre parti del colpo, dice Ed Gein all’interrogatorio, le ha rubate al cimitero da corpi appena inumati. Dichiara di aver commesso almeno 40 profanazioni di tombe dal 1947 al 1952, e che in quei momenti era immerso in una sorta di sonnambulismo. Quando gli è capitato di svegliarsi da questo stato confusionale mentre era al cimitero, racconta, aveva sempre rimesso tutto in ordine senza portare via nulla.

L’ossessione per la madre Augusta l’aveva condotto a prendere di mira soprattutto le donne che somigliavano vagamente a lei. In quei casi, aveva portato a casa i corpi interi, ne aveva conciato le pelli e ci aveva confezionato i suoi oggetti. Ma l’obiettivo più importante a cui ambiva era quello di confezionare un’intera “tuta” di pelle da indossare lui stesso, per sentirsi ancora dentro sua madre. Per accertarsi che non fossero bugie per coprire altri omicidi, si effettuarono delle verifiche nelle tombe indicate da Gein che risultarono vuote, o con dentro solo i gioielli delle defunte, o qualche parte del corpo che non gli erano servite e aveva rimesso a posto. Gli inquirenti gli credettero quando, alla domanda se aveva profanato sessualmente i corpi, si scandalizzò: “non hanno un buon odore”, disse. Il figlio 16enne di uno dei fattori del circondario raccontò che Gein una volta gli aveva mostrato delle tsantsa, le teste rimpicciolite come quelle delle civiltà precolombiane, e gli aveva detto di averle ricevute da un cugino militare in Thailandia. Dalle indagini risultarono quasi sicuramente realizzate da lui, forse ispirate da quelle ritrovate nel campo di concentramento di Buchenwald, esibite al processo di Norimberga come prova delle atrocità naziste di cui era tanto appassionato.

Ed Gein venne accusato di altri due omicidi di donne irrisolti, commessi nel 1953. Ma la confessione a riguardo fu invalidata perché lo sceriffo Art Schley, il primo a interrogarlo, gliel’aveva estorta battendogli ripetutamente il capo contro il muro. Lo sceriffo Schley era talmente coinvolto emotivamente nella vicenda che rimase stroncato da un infarto a soli 43 anni, alla vigilia del processo contro Gein. I suoi agenti lo consideravano la terza vittima accertata di Ed Gein. Al processo, Gein venne accusato di omicidio di primo grado. Ma la diagnosi di schizofrenia, e il conseguente ricovero in un manicomio di massima sicurezza, rimandò il processo fino al 7 novembre 1968, quando fu dichiarato “guarito”. I medici che lo avevano avuto in cura testimoniarono che durante i colloqui Ed Gein diceva di aver ucciso la signora Worden con un colpo partito accidentalmente da un fucile che stava esaminando nel negozio e che voleva acquistare. Di ciò che aveva fatto al corpo, non ricordava più nulla.

Ed Gein fu riconosciuto colpevole di omicidio, ma poi riprocessato per valutarne la sua sanità mentale. Stavolta venne dichiarato non colpevole perché incapace di intendere e di volere. Fu ricoverato e trascorse il resto della sua vita in strutture psichiatriche di massima sicurezza. Non venne mai processato per l’omicidio di Mary Hogan anche se, al contrario di quello che aveva fatto per Bernice Worden, aveva confessato di averla uccisa. La sua casa degli orrori doveva essere messa all’asta il 30 marzo del 1958. Ma dieci giorni prima, un incendio, per caso o per dolo, la distrusse completamente. Gein fu informato dell’accaduto e si limitò a fare spallucce e a dire “pazienza”. Morì di cancro ai polmoni in un istituto psichiatrico, il 26 luglio 1984, a 77 anni. La sua tomba nel cimitero di Plainfield, posta tra quella dei genitori e del fratello Henry, diventò una morbosa tappa di pellegrinaggio e i visitatori presero il vizio di staccare schegge della sua lapide come souvenir finché, nel 2000, qualcuno la rimosse per intero e se la portò a casa. È stata ritrovata nel 2001 in un magazzino di Seattle ma si è deciso di non posarla più. La tomba è ancora lì, a Plainfield. Ma nessuno può più trovarla.

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