Vita, morte e rimpianti di Sue Lyon, la Lolita che avrebbe voluto essere anche altro

L'attrice diventata icona pop con l'interpretazione della ninfetta per Stanley Kubrick non riuscì mai a liberarsi da quell'immagine.

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“Lo-li-ta: la punta della lingua compie un percorso di tre passi sul palato per battere, al terzo, contro i denti. Lo. Li. Ta”. Di sillabe nel nome Sue Lyon morta a 73 anni ne aveva solo due, ma il suo sguardo azzurro dietro le lenti a forma di cuore, i capelli biondi brillanti di riflessi sotto il cappello, è diventato più iconico della descrizione della ninfetta. Uno scatto riportato fedelmente sulla copertina dell’edizione italiana di Lolita di Vladimir Nabokov, quell’immagine dell’omonimo film di Stanley Kubrick che ha iconizzato per sempre le sembianze della ninfetta. Sue Lyon è morta lontana dalle scene e dalla memoria delle persone, senza dar voce a rimpianti e rimorsi, dopo qualche anno di una malattia sconosciuta che ne ha minato la salute. A dare la notizia della sua scomparsa al New York Times è stato un amico, Phil Syracopoulos, senza però specificarne le cause.

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La luce della mia vita, fuoco dei miei lombi descritta dal premio Nobel russo dissidente non aveva mai accettato del tutto l’associazione Sue Lyon Lolita, determinata da quel ruolo vinto a 14 anni sbaragliando 800 candidate all’interpretazione. Suellyn Lyon (vero nome di Sue Lyon) era nata in Iowa nel 1946, ultima di cinque figli, e aveva perso il padre poco prima di compiere un anno: sua madre si era trasferita con la famiglia prima a Dallas poi a Los Angeles, dove i ragazzi e le ragazze avevano studiato. Sue era diventata un volto televisivo già nella preadolescenza, partecipando allo show di Loretta Young nel 1959, e aveva avuto un paio di ingaggi come modella in erba grazie al tipico faccino da fidanzatina del liceo d'America.

Dopo il film di Stanley Kubrick, girato in gran segreto a Londra modificando alcune caratteristiche del romanzo di Nabokov per venire incontro alle esigenze di produzione (nel libro Lolita ha 12 anni, nel film la Lolita di Sue Lyon ne ha invece 15), celebrata da un Golden Globe per la sua interpretazione anche se alla prima del film non aveva potuto assistere perché troppo giovane rispetto alle maglie censorie, Sue Lyon aveva continuato a recitare, partecipando al film di John Huston La notte dell’iguana tratto da un dramma di Tennessee Williams. Il suo ruolo, ovviamente, era quello di una teenager che sembrava ripescare le caratteristiche del suo personaggio più famoso, stavolta però nei confronti del prete interpretato da Richard Burton accanto ad Ava Gardner: una nuova Lolita che contribuì a saldare quell’immagine che Sue Lyon non voleva e che avrebbe tentato in tutti i modi di allontanare da sé. Ci aveva provato ad allontanarsi dalla perfetta incarnazione dell’inconsapevolezza adolescenziale, ma i giornali da lei volevano sempre quello. Sue Lyon Lolita per sempre, che le piacesse o meno, l’icona collettiva amata e temuta, incarnazione morbosamente pericolosa di pensieri impuri. Non ci riuscì con Missione in Manciuria di John Ford, con L’investigatore di Gordon Douglas e nemmeno con Carta che vince, carta che perde di Irvin Kershner. Ci si avvicinava ai Settanta, Lolita era di un decennio precedente e gli spettatori cercavano altro nelle attrici da seguire sul grande schermo: la sweetheart che turba i sogni degli adulti non funzionava più. Dopo qualche pellicola incolore e poca riconoscenza di critica e pubblico, nel suo ultimo film Sue Lyon si diede all’horror con Alligator di Lewis Teague. Era il 1980, il poco successo riscosso la convinse definitivamente a lasciare Hollywood e lo showbiz, un desiderio che aveva espresso già nel 1967 in un’intervista a The Pittsburgh Press: “Vorrei insegnare a scuola, mi piacerebbe sposarmi e avere figli”.

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Le riuscì di rispettare le ultime due, iniziando quando l’attività cinematografica era ancora nel pieno dello svolgimento. Sue Lyon si è sposata 5 volte: il primo marito Hampton Fancher III lo sposò che aveva appena 17 anni, fresca del successo di Lolita, ma finì appena 14 mesi dopo. Il secondo arrivò quando sue Lyon aveva 24 anni e terremotò le convinzioni di Hollywood: Roland B. Harrison era un fotografo, ed era afroamericano. Le nozze durarono poco ma furono sufficienti a generare l’unica figlia di Sue Lyon, Nona, che ha scelto di stare rigorosamente lontana da qualunque tipo di gossip e vivere una vita normalissima. La sequenza della turbolenta vita privata di Sue Lyon continuò anche col terzo marito Cotton Adamson, che fece scalpore perché era un omicida e rapinatore. Sue Lyon lo sposò in carcere in Colorado nel 1973 ma le nozze durarono appena un anno. Ci volle un decennio perché l’attrice, ormai lasciata Hollywood, scegliesse il suo quarto marito per un altro short wedding, Edward Weathers, divorziato nel 1984. Chi ha resistito di più è stato il quinto e ultimo dei mariti di Sue Lyon, Richard Rudman, che è rimasto al suo fianco dal 1985 al 2002: gli anni in cui della ex attrice di Lolita si è parlato poco e niente, a malapena per gli anniversari dall’uscita del film. Nemmeno per la morte di Kubrick Sue Lyon aveva rilasciato dichiarazione, come se lei stessa avesse voluto far dimenticare quel ruolo e quell'associazione per sempre. L’unico momento in cui Sue Lyon ha avuto qualcosa da (ri)dire è stato per lo scialbo remake di Lolita di Adrian Lyne, nel 1997. “Sono inorridita dal fatto che abbiano dovuto far rivivere il film che ha causato la mia distruzione come persona”. La maledizione di Sue Lyon, icona suo malgrado.

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