Sono un insicuro, non accetto me. Marracash digrigna i denti, li graffia, non porta il bite. Senza dimostrare più a nessuno, eccetto a me. Marracash si guarda allo specchio, si viviseziona in quindici parti, ci mette in discussione in quindici minuti. Di ascolto del suo ultimo album Persona, pubblicato lo scorso 31 ottobre per Universal Music Italia, di quelli che dopo che lo ascolti dici Holy shit, come fa a costare come gli altri, che c'ha solo hit? scrive lui, provocatorio, facendoci il verso sullo spartito con la penna in bocca e le mani sporche d’inchiostro. Uscito dopo 3 anni da Santeria, il concept del rapper eroe dei due mondi, quello dell’entroterra sicula e della periferia milanese, è un colloquio ad alta voce (e volume) tra Marracash artista, Marracash uomo (all’anagrafe Fabio Bartolo Rizzo), Marracash corpo, organo dopo organo. Il cervello, la pelle, lo stomaco, l’anima… Ad ogni parte del suo corpo Marracash assegna un beat e un artista che se ne prenderà cura, in qualche modo, ognuno con il proprio stile: storico, virale, maturo, straordinariamente autentico. Madame, Coez, Cosmo, Gué Pequeno, Luchè, Mahmood, Massimo Pericolo, Sfera Ebbasta e tha Supreme sono i (pre)scelti dal king del rap (e delle strade Barona) per spalleggiarlo nel racconto fino alle sue viscere, di vittime e carnefici insospettabili, vasi di debolezze volutamente scoperchiati, rimproveri amarissimi che hanno la voce più dolce del mondo.

Incontriamo Marracash nel backstage del fashion show rock 'n' roll di Aniye By, scoprendolo (parte del) corpo a corpo.

Rosdiana CiaravoloGetty Images

I denti. Per lavoro non ti si vede mai a bocca chiusa, ma c’è qualcosa che dici a denti stretti?
Cerco di non tenere niente in bocca, dico tutto abbastanza esplicitamente e questo disco ne è la prova. È raro che tenga qualcosa imprigionato dentro, e poi scapperebbe, ho la fessura fra i denti…

L’ego. I tuoi colleghi sanno come ingigantirlo evitando di scrivere testi molto intimi sulle loro debolezze personali, tu invece lo fai. Perché?
La mia prerogativa è cercare di rimanere il più possibile reale, non avere un personaggio, di fondere Fabio e Marracash in un’unica persona. Prima di scrivere il disco ho vissuto un periodo abbastanza duro, mi ha molto provato, ho deciso di rimanere fedele a ciò che sentivo in quel momento e costruirci su un “ego trip”. Insomma, mettere in campo le debolezze era proprio l’unica possibilità che avevo per esprimermi.

Il fegato. Ce ne vuole a pubblicare un disco hip-hop in pieno monopolio della musica trap?
Presentarsi per quello che si è credo sia la più grande dimostrazione di coraggio, fegato e palle, per rimanere in tema anatomico, che si possa avere.

I muscoli. Li hai usati per scendere in piazza con le sardine a Bologna domenica scorsa. Hai ammesso di non essere schierato politicamente anche se le frecciatine nei tuoi testi non mancano (“Il sonno della ragione vota Lega”…). Visto e considerato il baby pubblico del rap, l’artista engagé in Italia ha senso? Funziona?
Schierato lo sono sicuramente contro la xenofobia e il razzismo in ogni sua forma. Per me è importante che l’artista si esponga nel momento in cui anche la sua musica lo fa, sennò è troppo facile definirsi “impegnati”. L’impegno che si chiede a un cantante è in primis di fare bella musica, e questo è già un fortissimo messaggio politico in un Paese lassista, nepotista e molto poco meritocratico. Fare bene il proprio lavoro è già un gran segnale ed esempio da dare agli altri. Se, poi, dopo esserti impegnato a fare la musica, ci metti le tue idee e la tua faccia, allora ancora meglio. Ecco, in sintesi, non mi piace vedere gente che fa “musica da mille lire”, uscirsene con slogan impegnati. È troppo comodo scrivere un hashtag su un argomento spinoso. È con il lavoro che si dimostra l’impegno.

Madame e Marracash ospiti del fashion show di Aniye By
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Il ca**o. A te gira nei casi in cui l’esasperazione del politicamente corretto nello showbiz evira la vostra arte? Penso, ad esempio, a dischi pubblicati 10 anni fa che se uscissero oggi costerebbero la carriera a un artista…
Questo è un tema veramente drammatico in generale, è una caccia alle streghe, e non solo nella musica. Siamo tutti talmente attenti a non offendere nessuno che poi, di fatto, non possiamo dire più niente. Questo distrugge la satira, la comicità, la musica, crea polemiche ovunque, e non è di certo la via più giusta per insegnare il rispetto a tutti. La censura non è mai una buona lezione.

Il sangue. Scorre come un filo rosso che unisce tutto il concept album. Ma in quanto tempo l’hai scritto?
Tre mesi.

Il cuore. Lo hai aperto parlando di un amore tossico che hai vissuto da “vittima”. Quanto è difficile, per un uomo, denunciare una donna? E, soprattutto, trovare supporto nella nostra società che spesso ragiona per cliché?
Ho dovuto combattere contro il cliché secondo cui l’uomo è sempre forte, predatore e non è mai la parte lesa di una relazione. In realtà, il fenomeno di cui parlo del testo di Crudelia, il narcisismo maligno o perverso, è radicalmente in aumento per le donne, di pari passo con l’empowerment femminile. Il che è assurdo e sorprendente.

I nervi. La scrittura ti aiuta a calmarli?
Sì, basti pensare che proprio Crudelia è il primo pezzo dell’album che ho scritto perché avevo bisogno di liberarmi. Ho pensato che raccontare la mia esperienza avrebbe aiutato qualcun altro, un po’ come era successo a me, leggendo online le storie di altri ragazzi-vittime. Pensa che l’80% dei messaggi che ricevo su Instagram sono di uomini, anche sposati o molto grandi, che sono finalmente riusciti a dare un nome alla patologia del proprio partner.

E, dare un nome alle cose o capire cosa ti è successo, è un po’ il primo passo per iniziare ad agire

I polmoni. L’ambientalismo non è proprio un classico topic del rap, eppure hai scritto "Greta Thunberg"…
Sono convinto di aver trattato questo tema in una maniera molto rap. Il pezzo non è una filippica sul “non inquinare, non sporcare” anzi è molto provocatorio, in realtà la mia vena iniziale era proprio provocatoria. Poi è stato Cosmo a riportare la canzone a un messaggio più chiaro e definito. Mi ritrovo nelle sue parole, soprattutto quando dice che potremmo e dovremmo fare meglio rispetto alla generazione che ci ha preceduti. Detto questo, colpevolizzerei fino a un certo punto chi c’è stato prima di noi, la gente comune è impegnata a lavorare e portare a casa la pelle. E, quindi, salvare l’ambiente non credo sia un problema che spetti al popolo risolvere, semmai gli si può chiedere di avere una coscienza civile, certo. Però, di base, è una cosa più grossa di noi.

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