Queste canzoni sul coraggio delle donne di Sanremo 2020 sono state scritte tanti anni fa?

Cinque canzoni in gara a Sanremo 2020 che parlano della forza delle donne, cinque canzoni gemelle del passato (perché il tempo, in fondo è tutta un'invenzione)

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Il Festival di Sanremo è sinonimo di polemica. E in particolare, le canzoni che parlano delle donne nella storia di Sanremo sono sempre state una calamita di polemiche sin dalla prima edizione del 1951, quando a qualcuno venne l’idea di attirare un po’ di attenzione nella bassa stagione turistica della bella cittadina costiera della Liguria. Una manifestazione modesta, come quelle a cui a volte ci capita di assistere in piccoli comuni, con la differenza che questa, invece, prese il volo (è proprio il caso di dire) dalla vittoria di Nilla Pizzi con Grazie dei fiori, quasi un omaggio malinconico alla tradizione floreale della cittadina, per poi vincere anche l’anno dopo con Vola colomba, arrivando anche seconda con Papaveri e papere. Proprio riguardo a quest’ultima, dietro il testo che piaceva ai bambini si nascondeva una polemica e ancora oggi è aperta la discussione su chi ne fosse il destinatario. Qualcuno dice che fosse rivolta alla politica, in particolare agli alti papaveri della Democrazia Cristiana che governava l’Italia, altri reputano che fosse un messaggio contro il patriarcato che teneva la donna in posizione subalterna.


Se nel 2020 fioccano le dispute su Junior Cally – maschilista vero, o accusatore dei mali della società con mezzi inappropriati? – il festival di Sanremo 2020 rispetta invece una lunga tradizioni di canzoni dedicate alle donne ma soprattutto di canzoni sul coraggio delle donne. Tutti conosciamo il brano Donne, scritta a quattro mani da Zucchero e Alberto Salerno diventata (fin troppo) un inno di manifestazioni di piazza al femminile. Se proviamo a distogliere l’attenzione da Junior Cally e proviamo a leggere qualche altro testo, invece, ci accorgeremo che anche l’edizione 2020 riprende temi già trattati con successo, in un gioco del “questa canzone avrebbe funzionato nell’anno…”. Vediamone cinque.


Come mia madre – Giordana Angi
Avrebbe potuto essere Tutte le mamme, dell’edizione del Festival di Sanremo 1954. Si dice che la mamma sia il puntello della società italiana, protagonista di un inspiegabile paradosso per cui è venerata anche dal peggior maschilista. La mamma a Sanremo è sempre stata un argomento che funziona. Nel 2017, con La prima stella, Gigi D’Alessio ha reso omaggio alla madre scomparsa quando lui aveva 18 anni e nello stesso anno Ermal Meta dedicava Vietato Morire alla sua madre-coraggio, fuggita in Italia da un marito violento, con i tre figli. Nell’edizione 1989, anche Toto Cutugno presentò Le mamme, in chiave nazional-popolare. Ma è nell’edizione 1954 di Sanremo che Giorgio Consolini e Gino Latilla hanno fatto da pionieri al genere con Tutte le mamme, diventata un classicone. Il motivo del successo: il passaggio più famoso del testo in cui da celebrazione delle mamme in generale diventa una canzone d’amore:

Son tutte belle le mamme del mondo
ma, sopra tutte, più bella tu sei;
tu, che m’ hai dato il tuo bene profondo
e sei la Mamma dei bimbi miei
.

Nel 2020, Giordana Angi a Sanremo rispolvera quella tradizione in chiave moderna: una donna che parla a un’altra donna, la elogia, ma si rammarica anche di quanto a volte non ci rendiamo conto dell’importanza degli affetti:

Ti chiedo scusa se non ti ho mai detto
Quanto ti voglio bene
Tu che hai trovato sempre un posto
Dove nascondere le mie paure
È che l’orgoglio a volte è un mostro
Che ci fa solo allontanare
E se un giorno sarò una mamma
Vorrei essere come mia madre

Finalmente io - Irene Grandi
Avrebbe potuto essere Nessuno mi può giudicare, Festival di Sanremo 1966. Al tempo, Caterina Caselli cantava il diritto di essere imperfetti e di cambiare idea senza che nessuno ti punti il dito addosso. A posteriori, una profezia dei cambiamenti in arrivo nel 1968, e l’abbandono definito del melò, delle figure femminili col capo cosparso di cenere. Un pezzo capostipite delle canzoni sulle donne forti, anche in amore:

Ognuno ha il diritto di vivere come può
(La verità ti fa male, lo so)
Per questo una cosa mi piace e quell'altra no
(La verità ti fa male, lo so)
Se sono tornata a te
Ti basta sapere che
Ho visto la differenza tra lui e te
Ed ho scelto te


Con Finalmente Io, canzone scritta da Vasco Rossi, la grintosa Irene Grandi ci racconta la stessa storia infinita, il diritto a non essere giudicate, a non dover essere perfette a tutti i costi, un obbligo a doppio standard di cui, da quel 1966 della Caselli, pare che le donne italiane non si siano ancora liberate. Diventerà un inno? Intanto, sicuramente, una fonte di citazioni.

Da sempre arrabbiata da sempre sbagliata
E ancora così
Perdonami adesso oppure è lo stesso
Io son fatta così
Ma quando canto... sto da Dio
Lo sai che quando canto... finalmente io!
Mi sento d’incanto... e il mondo è mio


Musica (e il resto scompare)
– Elettra Lamborghini

Avrebbe potuto essere Domani Domani, Festival di Sanremo 1978. Aveva solo 20 anni, la dolce Laura Luca quando si presentò all'Ariston con un brano che parlava di quel languore malinconico che ti resta dentro quando si conclude una storia d’amore, anche nella persona che ha deciso di chiuderla. Questa brava musicista ha percorso il cammino delle ballate sui sentimenti fino a passare al rock, per poi ritirarsi e dedicarsi solo alla famiglia. La sua canzone, però fece breccia nei cuori di chiunque ci si identificasse (ed erano in molti):

Domani domani
Ti faccio un regalo
Ti rendo di nuovo
La tua libertà
Ti libero il cuoreCosì volerai
E io farò a meno
Del poco che dai


Elettra Lamborghini riprende quel tema con energia, si ribella alla leggenda della donna salvatrice, ci fa fare un ripasso su quelle fasi intermedie in cui si sta chiusi in casa a leccarsi le ferite perché sappiamo che di mal d’amore si può guarire, a volte proprio grazie a una buona canzone che ci fa compagnia:

Questa notte dormo sul divano
Altro che pensare a te
Tanto qui resta la
Musica e il resto scompare


Andromeda
– Elodie

Avrebbe potuto essere Maledetta Primavera, 1981. Sono passati quasi quaranta anni da quando Loretta Goggi, in una tuta verde militare di Versace, è salita sul palco e con la sua voce intesa ha attaccato a cantare una canzone destinata a diventare leggenda. Uno dei (non molti) casi in cui il buon risultato al festival – arrivò seconda – ha coinciso col successo di vendite. Un brano che parla della cautela in amore, del darsi da soli consigli da soli, magari parlandosi allo specchio, su come evitare di cascare in amori illusori, sbagliati:

Se per innamorarmi ancora
Tornerai, maledetta primavera
Che imbroglio se
Per innamorarmi basta un'ora?
Che fretta c'era
Maledetta primavera?
Che fretta c'era
Se fa male solo a me?

Elodie a Sanremo 2020 sembra riprendere quel sentimento universale con un brano scritto da Mahmood, in cui stavolta il pericolo è quello di innamorarsi di un uomo troppo grande ma irresponsabile, e come immagine simbolica il vincitore di Sanremo 2019 sovrappone l’interprete ad Andromeda, figura mitologica, carica di allegoria, di una donna in catene.

Tu non lo sai non lo saprai cosa per me è il vero dolore
Confondere il tuo ridere per vero amore
Una volta 100 volte chiedimi perché
Esser grandi ma immaturi è più facile ma perché
Forse non era ciò che avevi in mente
Ti vedrò come un punto tra la gente
Come un punto tra la gente
Non sai cosa dire se litighiamo è la fine

Ho amato tutto – Tosca Avrebbe
potuto essere Vattene Amore, Festival di Sanremo 1990. Anche in questo caso, una delle tante sfaccettature dell’amore: le storie sbagliate che faticano a concludersi e diventano una sorta di telefonata interminabile di quelle “attacca prima tu”, “no, prima tu”. La canzone fu scritta da Amedeo Minghi e da Pasquale Panella, e interpretata da Minghi stesso in duetto con Mietta, emersa l’anno precedente nella sezione nuove proposte. Parlava di una coppia separata da molti viaggi ma diventò l’inno degli innamorati vagamente non corrisposti (più, o da sempre), mentre il ritornello trottolino amoroso, dudù dadadà è tutt’oggi, trent’anni dopo, un tormentone.

Vattene amore, che siamo ancora in tempo
Credi di no? Spensierato sei contento
Vattene amore, che pace più non avrò, né avrai
Perderemo il sonnoCredi di no?
I treni e qualche ombrello
Pure il giornale leggeremo male

Anche la canzone di Tosca Ho amato tutto parla di amore arrivato alla parola "The End", e dello sforzo estremo che la parte razionale di noi compie per cercare di tagliare i legami fortissimi con chi si è amato (una corrente del buddismo dice che anche se ci si lascia, durano per sette anni!). E se Cervantes diceva che il momento più bello di una storia d’amore è l’inizio, e per questo si cerca di riviverlo spesso, c’è una piccola parte un po’ “masochista” di noi che ripensa con dolcezza anche agli addii, in alcuni casi. Come questa canzone.

Io so cantare so suonare so reagire ad un addio
Ma stasera non mi riesce niente
Stasera se volesse Dio
Faccio pace coi tuoi occhi
FinalmenteCon te ho riscritto l’alfabeto
Di ogni parola stanca il significato
Perfettamente inutile cercare di fermare l’onda che
Ci annega e ci lascia senza fiato

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