Più Oscar per tutti

Allargare la visione. Non si parla d’altro: non si premiano abbastanza donne, neri, latini e asiatici. Sono passati 80 anni da quando la prima attrice di colore vinse la statuetta, ma Hollywood fatica ancora ad accogliere. Dalle minoranze allo streaming.

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courtesy photo

Quando George Clooney vinse l'Oscar nel 2006 fece un bel discorso dei suoi, dicendo di essere orgoglioso di far parte dell’Academy e di esserne premiato perché «anche se a volte ci accusano di vivere in una bolla, spesso qui a Hollywood siamo stati pionieri di cambiamenti importanti». Per esempio, ricordò George, il 29 febbraio 1940, quando ancora esisteva la segregazione razziale, Hattie McDaniel vinse un Oscar come miglior attrice non protagonista. La prima nera a ricevere la statuetta. Hattie era un’attrice e cantante allora già ultraquarantenne, che aveva girato molti film, tra cui Via col vento, che sbancò quell’edizione e in cui lei interpretava, come quasi sempre, una cameriera. Ci mise un po’ ad arrivare al punto del salone dell’Hotel Ambassador di Los Angeles, dove venivano consegnati i premi, perché non era seduta nei tavoli dove stavano gli altri candidati. La direzione dell’hotel non ammetteva clienti neri. Fecero un’eccezione, ma l’Academy fu costretta a patteggiare un penoso compromesso. Hattie e il suo accompagnatore vennero sistemati in un tavolo in fondo alla sala. Il suo agente, un bianco di nome William Meiklejohn, si sedette con loro. Si godettero lo stesso la serata straordinaria. In fondo, era già un grande passo avanti. Due mesi prima, ad Atlanta, alla prima del film, né Hattie né gli altri attori neri del film poterono entrare al cinema. Clark Gable, protagonista maschile di Via col vento, minacciò di boicottare l’evento se a Hattie fosse stato proibito l’ingresso ma fu lei stessa a convincerlo di andare in ogni caso.

Più di 50 attori neri sono stati nominati all’Oscar dopo Hattie, e 16 lo hanno vinto, quasi sempre come non protagonisti. Due di loro, Denzel Washington e Mahershala Ali hanno fatto persino il bis, due statuette a testa. Halle Berry è stata la prima donna a vincere nella categoria attrice protagonista. La vincitrice del 2013, Lupita N’yongo, è diventata una delle più richieste giovani star di questo decennio, corteggiata da stilisti e grandi brand. Nello stesso anno, l’Academy ha eletto per la prima volta un’afroamericana come presidente e allargato il numero dei membri nel segno dell’inclusione: più donne, più neri, più asiatici, più latini. Tutto molto bello e molto giusto ma c’è una conseguenza. Circondati come siamo da un eccesso di correttezza politica, è diventato più difficile distinguere se un film vince un premio perché è davvero un bel film o se lo perde perché non è abbastanza “appropriato”. Per dire, Once Upon a Time in Hollywood di Quentin Tarantino potrà anche far vincere un Oscar a Brad Pitt come miglior attore non protagonista, ma sul film si sono allungate le ombre di accuse di maschilismo perché il personaggio di Margot Robbie parlerebbe troppo poco. Accuse gratuite: non è la protagonista, è un ruolo sullo sfondo, ci sta.

Lupita Nyong’o
Steve GranitzGetty Images

Nel segno del femminismo dovrebbe vincere Piccole donne: regista, sceneggiatrice, produttrice, tutte ragazze, per non dire dell’autrice del romanzo, 150 anni fa. E, invece, magari per il film di Greta Gerwig vincerà solo la protagonista Saoirse Ronan, sempre che non sia battuta (come è probabile) dalla Scarlett Johansson di Marriage Story. Ma Marriage Story è un film di Netflix e anche su questo le polemiche non mancano. Potrà mai l’Academy riempire di premi film prodotti e distribuiti da una piattaforma di streaming? Eppure, Marriage Story e The Irishman di Martin Scorsese (altro “figlio” di Netflix) sono tra i favoriti, anche se potrebbero essere messi all’angolo dalla pellicola sulla Prima guerra mondiale di Sam Mendes, 1917. In fondo l’anno scorso Roma di Alfonso Cuarón ha vinto come miglior film straniero e non come miglior film in assoluto anche, secondo alcuni, perché targato Netflix.

Quest'anno tutti scommettono su Parasite del coreano Bong Joon-ho come migliore film straniero e c’è chi pronostica che solo lui potrebbe riuscire laddove il messicano Roma non riuscì: un Oscar come miglior film. Per la prima volta un lungometraggio asiatico dominerebbe il rito più importante di Hollywood. Perché asiatico o perché davvero il migliore dell’anno? Ah, saperlo. Sta di fatto che per arrivare a tanta centralità di discorsi sull’inclusione e la diversità ci sono voluti 80 anni, le lotte per i diritti civili, un presidente degli Stati Uniti nero per due mandati ma anche gli scandali, le proteste, gli hashtag #oscarssowhite. Il movimento d’opinione ha aperto le porte a scrittori e registi afroamericani e si è potuto realizzare un film su un supereroe nero come Black Panther. Solo vent’anni fa, Denzel Washington in un’intervista mi aveva parlato di un suo progetto di kolossal sulle imprese di Annibale e di quanto a Hollywood gli avessero riso in faccia. Per la prima volta, nel 2018, uno sceneggiatore nero, Jordan Peele (Scappa – Get Out) ha vinto un Oscar, seguito l’anno dopo da Spike Lee (BlacKkKlansman), non senza qualche irritazione. Spike Lee non ha fatto mistero del suo disappunto sul fatto che la statuetta al miglior film fosse andata a Green Book, secondo lui espressione di una visione buonista e annacquata del segregazionismo.

Parasite
Courtesy Everett Collection

L'eco di mostruose gaffe di certi film del passato (Mickey Rooney asiatico in Colazione da Tiffany, lo scozzese Sean Connery berbero nel Vento e il leone, Marlon Brando giapponese ne La casa da tè alla luna d’agosto solo per citarne alcuni) è arrivata fino a tempi vicini. L’accusa di “sbiancare” la realtà è sempre presente e ha un nome: whitewashing. Nel 2015, in Sotto il cielo delle Hawaii, la candida Emma Stone interpretava una donna per metà hawaiana e per metà cinese. Il regista Cameron Crowe e la stessa Stone, travolti dalle polemiche, hanno dovuto chiedere scusa e Sotto il cielo delle Hawaii, comunque, è stato un flop. Un successo al botteghino, invece, è stato il film tratto dal romanzo Crazy Rich Asians (Asiatici ricchi da pazzi) nel 2018. Ma da noi ha incassato, benché il titolo fosse stato abbreviato in Crazy & Rich, chissà, per renderlo più “neutro”. Comunque sia, il protagonista di Crazy & Rich, Henry Golding, nato in Malesia, è diventato una star, al punto da essere scelto per il recente Last Christmas come innamorato della britannica Emilia Clarke. Nel frattempo, Awkwafina, americana di origine cinese, anche lei emersa con Crazy & Rich, è una delle attrici brillanti più considerate in questo momento, vicina anche lei ai premi più importanti della stagione, per The Farewell (Una bugia buona) di Lulu Wang, altra cinese naturalizzata americana. Non solo: il live action della Disney ispirato al cartoon Mulan è in arrivo a fine marzo. Ogni notizia che riguarda la lavorazione e il lancio del film ripete (persino un po’ ossessivamente) che la maggioranza del cast è asiatica e che tra gli interpreti c’è anche Gong Li, diva del cinema d’autore orientale. Per il ruolo di Mulan è stata scelta Yifei Liu, nata 32 anni fa a Wuhan, in Cina e trasferitasi bambina negli Stati Uniti. È stata scelta tra mille candidate ed è famosa dalle sue parti, dove ha già girato serie tv e film, popolarissimi. Sarà una star anche in Occidente? Non è detto. Prendete il caso di Mena Massoud, attore egiziano naturalizzato canadese. Ha 29 anni e ha iniziato a recitare in una serie televisiva in un ruolo senza nome, indicato solo come “uno di Al Qaida”. E dopo? Ha continuato.

Il mercato offre queso a un attore di orofine mediorientale: parti da terrorista. Poi, la svolta. Massoud batte altri duemila ragazzi ai provini per Aladdin, altro live action Disney che, come Mulan, ha un protagonista non bianco. Aladdin è stato un trionfo. Quando gli incassi superano il miliardo di dollari, Massoud twitta: «Egitto, questo successo lo dedico a te». «Purtroppo, in seguito, non mi ha chiamato nessuno, nemmeno per una particina», ha detto, sconcertato, in un’intervista. «Non voglio sembrare ingrato ma, mentre Aladdin sbancava, io e tutti quelli intorno a me si aspettavano che questo sarebbe stato l’inizio di una formidabile carriera ma, al momento, non è così. La situazione è sempre la stessa. Quando c’è un casting, in una stanza piena di attori bianchi, ci sono sempre un paio di facce diverse dalle altre, due jolly fuori dal mazzo. Io, di solito, sono uno dei due. Essere scelti è solo un colpo di fortuna». Insomma, nemmeno un film miliardario aggiusta i guasti di certi pregiudizi. Eppure qualcosa è cambiato. Se mai Mena Massoud, un giorno, dovesse vincere l’Oscar, sarà in prima fila, non seduto in fondo alla sala come Hattie McDaniel.

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