Quindi prima di Billie Eilish nessuno parlava di "cancel culture"?

Nel 2018 c’è stato il momento del Mee Too (dov’è finito il movimento a proposito?), il 2020 è quello della cancel culture. Lo dice anche il Macquarie Dictionary, che ogni dodici mesi decreta la parola più significativa dell’anno. E poi?

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Rich Fury/VF20Getty Images

Da Obama a Billie Eilish sono tutti contro la cancel culture. Ma che cos’è esattamente? Cosa significa cancellare la cultura? Anche definita call-out culture, si tratta un’azione collettiva di persone che intendono screditare pubblicamente un professionista e ciò che fa. Una sorta di boicottaggio. E ovviamente i personaggi che più vengono presi di mira da questo movimento sono le celebrità, gli artisti. L’ultima apparsa alle cronache è proprio la cantautrice statunitense, fresca vincitrice di ben cinque Brit Awards. Qualche ora dopo la premiazione, Eilish, anziché fare l’alba e festeggiare, si sfoga e dichiara che internet e in particolare i social sono uno spazio pericoloso. Ampliando il discorso alla cancel culture, ritiene sia “una pazzia”. E aggiunge: “Internet è popolato solo da un mucchio di troll. Penso che sia questo il problema, penso sia per questo che nessuno pone fine alla questione”. Perciò l’autrice della prossima hit della saga di James Bond No Time To Die ha deciso di non leggere più i commenti dei suoi post su Instagram, e confessa: “forse avrei dovuto smettere di farlo molto tempo fa”. E lo avrebbe fatto se non fosse per i fan, con i quali vuole “sempre stare a contatto”. Prima di Billie Eilish è la collega australiana Iggy Azalea a subire il fenomeno. A causa di dichiarazioni ambigue definite “razziste” l'account Instagram della rapper ha visto un drastico calo dei follower. Il problema è che alla cantante non è stato chiesto di spiegarsi, di motivare le sue parole. I seguaci della cancel culture hanno semplicemente smesso di seguirla. Non prima di averla insultata. Eliminare la cultura assieme ai contenuti, anche quelli discutibili, dei suoi protagonisti - cantanti, scrittori, attori o artisti - ha effettivamente un sapore spiacevole. Ricorda molto gli anni del nazismo e del fascismo, quando le due dittature usavano censurare gli intellettuali controcorrente, scontenti della piega che il mondo stava prendendo all’epoca. Ma almeno in quel periodo chi vietava di tradurre libri dall’inglese all’italiano o imponeva una pittura di regime si conosceva, anche se purtroppo non si poteva punire. Chi è attivo all’interno della cancel culture, invece, si nasconde dietro lo schermo touch del proprio smartphone. E, commento dopo commento, si rafforza, come un virus pericoloso. Fino a diventare una pratica di massa, in cui l’hater solitario è un piccolo parassita, una pecora nera, presto schiacciata da un gruppo ben più forte e coeso, il quale naviga indisturbato nella liquidità del web.

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Tra le tante definizioni date alla cancel culture c’è anche quella di “forma di attivismo”. Ma la militanza è un’attività propagandistica perfettamente riconosciuta nella democrazia, che a farla siano i politici o gruppi di cittadini. Soprattutto, si realizza quando viene individuato un problema importante (aborto, lavoro, pensione, divorzio) da risolvere in maniera alternativa rispetto a quella attuale. Mentre se piacciono o meno i look o le canzoni di Billie Eilish non è certo rilevante in questo senso. La pensa così anche l’ex presidente degli Stati Uniti Barack Obama che l’autunno scorso, in una conversazione con l’attrice Yara Shahidi, ha affermato in modo severo che la call-out culture “non è attivismo”. E che a questa forma di giudizio spietato bisognerebbe “andare oltre e rapidamente”. Il guaio è questo: una volta abbassato il sipario sul fenomeno si troverà un altro modo per fare del mobbing, e non solo ai personaggi della cultura. Perché periodicamente emerge qualcosa di nuovo, un altro hashtag. Nel 2018 c’è stato il momento del Mee Too (dov’è finito il movimento a proposito?), il 2019 è quello della cancel culture. Lo dice anche il Macquarie Dictionary, che ogni dodici mesi decreta la parola più significativa dell’anno. E poi? Quello che è certo è che senza regole rigide, sarà sempre peggio. E la gravità non sta tanto nel commento cattivo, che certamente ferisce, piuttosto nel rischio che si crei un vuoto: l’assenza, tra qualche decennio, di una civiltà consapevole di poter consolidare in libertà il proprio sapere, rischiando così di diventare nel suo insieme un potenziale algoritmo, il quale - guarda caso - è il meccanismo regolatore dei social network. Instagram per primo.

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