L'evoluzione dei film sulla fine di un matrimonio, da Mariti e Mogli a Marriage Story

Com'è cambiato il modo in cui il cinema racconta matrimoni, divorzi e rinascite.

On the set of Barefoot in the Park
Sunset BoulevardGetty Images

Nei momenti di ottimismo il mio film preferito sul matrimonio è A piedi nudi nel parco, con Jane Fonda e Robert Redford. Sono giovani, sono belli, abitano all’ultimo piano di un palazzo senza ascensore ma questo non li turba, almeno all’inizio. Nei momenti di pessimismo, il mio film preferito sul matrimonio è Mariti e mogli di Woody Allen che ha una prima scena folgorante: due amici sposati vanno a casa di altri due amici per bere un bicchiere prima di andare tutti insieme fuori a cena. Il vino non è ancora stato versato quando gli ospiti annunciano che hanno deciso di separarsi. Sembrano poco turbati dalla notizia che stanno dando o comunque fingono un certo aplomb, mentre gli altri, soprattutto lei (è Mia Farrow, nel film e nella vita ancora sposata a Woody Allen ma questo è stato il loro ultimo film insieme) sono a dir poco sconvolti. Mariti e mogli, girato con cinepresa a mano, volutamente più simile a un documentario casuale che a un film patinato, è il racconto brutale della fine di un matrimonio e delle conseguenze che questo può avere anche al di fuori della coppia che si sta separando.

Tra i due estremi, cioè tra A piedi nudi nel parco e Mariti e mogli, il mio film preferito sul matrimonio è Affari di cuore di Mike Nichols, scritto da Nora Ephron. Racconta di come è iniziata e soprattutto finita tra Nora e suo marito, il giornalista Carl Bernstein. Nora ha sofferto moltissimo ma su quella vicenda ha scritto un libro e poi questo libro, appunto, è diventato un meraviglioso film, diretto da Mike Nichols, con Meryl Streep e, nel ruolo del marito fedigrafo, Jack Nicholson. Nora/Meryl ce la mette tutta per far funzionare il matrimonio ma non le resta altro che rassegnarsi alla sua fine e riprendersi la sua vita. C’è gente (maschi in maggioranza ma anche qualche femmina) che proprio non è portata per la generosità e la pazienza che il matrimonio richiede. Un po’ come Adam Driver nel più recente film su una coppia che scoppia, Marriage Story. Un po’ come Meryl Streep, sempre lei, in Kramer contro Kramer che lascia marito (Dustin Hoffman) e bambino creando un precedente che, al tempo, nel 1979, fece molto discutere. Va bene separarsi ma può una madre trascurare i figli? Non dovrebbe sacrificarsi, sopportare ogni ostacolo, gli eventuali tradimenti, il tedio e le umiliazioni pur di proteggere e garantire alla prole la presenza di entrambi i genitori? Oggi, trent’anni dopo, tutto questo si può riferire anche ai padri. Mentre Dustin Hoffman, alle prese con la colazione che non ha mai preparato fa simpatia o quasi tenerezza, da Adam Driver, nel 2020, ci si aspetta impegno e persino una certa perizia nel cucinare. Non ce l’ha, o comunque è sfortunato: in una delle scene più forti del film, si taglia con un coltellaccio da cucina e tutto quel sangue versato è metafora del dolore causato dallo strappo lacerante all’interno della piccola famiglia.

In Marriage Story, che si basa sulla vera esperienza del regista Noah Baumbach e la ex moglie Jennifer Jason-Leigh, la frantumazione della coppia, già problematica di suo, è ulteriormente complicata dall’entrata in scena degli avvocati, animali rapaci che, in teoria, dovrebbero filtrare gli scontri e smussare gli angoli ma che, in realtà, acutizzano la tensione. Ce lo aveva già fatto capire Danny De Vito nei panni dell’avvocato in mezzo alla Guerra dei Roses, ovvero Michael Douglas e Kathleen Turner (1989). Con una delle sue domande retoriche e ciniche, De Vito (che era anche regista del film) riassume perfettamente l’atmosfera:

“Come trattieni qualcuno che non vuole rimanere?

E come ti liberi di qualcuno che non se ne vuole andare?"

Douglas e Turner si scontrano in modo grottesco per tutto il film, una sorta di commedia nera che non lascia speranze, un quadro molto simile a quello raccontato dai Joel e Ethan Coen in Prima ti sposo, poi ti rovino con George Clooney e Catherine Zeta-Jones. In entrambi i film il divorzio è un esercizio di crudeltà (il titolo originale del film dei Coen è Intolerable Cruelty), il divorzio è uno tsunami che tutto devasta, gli unici a guadagnarci sono gli avvocati. Succede anche in Marriage Story ma, siccome sono passati trent’anni, il messaggio che ci lascia il post-tsunami tra Scarlett Johansson e Adam Driver è sereno, pacificato. Possiamo continuare a volerci bene anche se c’eravamo tanto odiati.

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