La voce di Missey è quella di noi (ventenni) tra ambizioni e paura di non farcela

"Tolti i sogni al muro li ho spostati altrove, orientandoli nella mia direzione", la storia a lieto fine verso l'uscita del suo Ep Prima parte del celeste.

Courtesy Photo / Studio Cemento

"Mi è mancato il tempo di credere nelle cose che volevo" racconta Missey, ma il 6 marzo è uscito il suo primo Ep, e lei è riuscita a riprenderselo quel tempo, imparare a lottare per se stessa, volersi più bene. La musica di Missey, all'anagrafe Francesca, è un soul ibridato con l'elettronica, un viaggio sintetico in una città notturna. I suoi strumenti sono suoni R&B e loop station, voce acuta e rarefatta, testi che raccontano prima di tutto l'accettazione di sé: “Se avessi imparato ad ascoltarmi ora sarei la mia migliore amica” canta nel singolo Oslo. Classe 1995, Missey viene dalla provincia di Foggia e pochi anni fa si è trasferita a Milano per tentare il tutto e per tutto con la musica. Il suo primo singolo in italiano, Kaldera, esce a gennaio 2019 con la produzione di Shune, ma tanti sono i producer, emergenti come lei, che l'affiancano man mano per dare vita a brani sperimentali. Quella che Missey racconta è una storia di crescita, tra alti e bassi, segnata da tanta (tantissima) voglia di realizzare i propri sogni.

La prima pare del celeste è un Ep dolceamaro da ascoltare guardando dal finestrino e lasciando correre la mente in esplorazione, tra lavoro, ambizioni, rapporti non sempre facili con amici, parenti. Ma anche storie d'amore che iniziano con un ritorno brilli verso casa, per poi consolidarsi. Missey racconta se stessa ma anche tutte noi, che ci affacciamo verso i trent'anni e ci confrontiamo ogni giorno con la voglia di arrivare e la paura di non farcela. Noi l'abbiamo intervistata per farci raccontare l'Ep Prima parte del celeste e ripercorrere i suoi passi, per capire come si fa a credere tantissimo in un progetto, fino ad avverarlo.

Da Foggia a Milano per trovare piccoli palchi su cui cantare e farti conoscere: raccontaci le tue primissime esibizioni.

A un settimana dal mio trasferimento ho cominciato a cercare posti in cui ci fosse bisogno di persone che si esibissero, lo facevo tramite i social, usando hashtag improbabili. La prima esperienza è stata con l'Onlus Officine Buone: ho fatto un mini concerto in ospedale dove ho conosciuto altri musicisti come me, e da lì abbiamo cominciato a beccarci anche in altre occasioni. Ho partecipato a contest anche più underground al Barrio o all'Anfiteatro Martesana. Conoscendo diversi artisti, si è formato il mio team. Durante questo primo anno mi spostavo da sola in posti che non sapevo nemmeno dove fossero: accendevo Google Maps e si andava, attrezzatura in spalla. Passare dall'esibirsi per gli amici del paese a farlo davanti a estranei, scoprendo che erano davvero presi da me, ha permesso un confronto con la mia stessa timidezza.

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La tua musica è un ibrido di diverse sensazioni, spiegale.

Ho un background di ascolti soprattutto soul e r&b internazionali e un pop con forti influenze urban. Allo stesso tempo mi piacciono i suoni dell'elettronica. Ciò che faccio è unire tutto e renderlo ancora più sperimentale. In questo momento ci sono diversi artisti che stanno emergendo con questa sonorità ibrida, uno su tutti Mahmood, che ha portato anche a San Remo quella tipologia di soul. Io lo faccio cercando di reinterpretare in vocalità acuta e sottile la base elettronica.

Il filo che unisce le tracce di Prima parte del celeste è il tema dell'accettazione di sé. Parli delle tue esperienze?

      Prima parte del celeste riprende tutte le piccole grandi decisioni del periodo in cui mi sono trasferita a Milano, prima tra tutte quella di cantare per mestiere. È un disco che metabolizza quello che ho vissuto, che ricorda. Ci sono pezzi in cui si evince la mia diffidenza, la paura del futuro, del rischio. Altri in cui, a mio modo dico: “Ok ho superato questa cosa e mi sono buttata in altre, che mi rendono davvero felice. Quindi questa è la via giusta”. Sono una persona disposta a lavorare tanto per riuscire a realizzarsi e via via mi sono accorta che il vero ostacolo tra me e i miei obiettivi era l'accettazione di me stessa. Se siamo spaventati viviamo male persino le cose belle e io volevo esorcizzare le paure, condividendo in musica il mio percorso. Credo che anche al di fuori di una carriera musicale, le persone sentano questa voglia di realizzarsi mista a timore.

      Voglia di arrivare e ricerca del successo qui sono presentissimi, ma nel resto della canzone femminile?

      Noi ragazze dobbiamo crescere in modo rischioso e ingenuo, renderci conto che possiamo esprimere quello che vogliamo in musica, sentirci non un genere (femminile musicale) ma sentirci semplicemente musicisti. Non c'è in me l'esigenza di essere la migliore tra le donne, ma quella di esprimere la mia musica. Ci sono diverse figure femminili che stanno emergendo e che parlano di successo.

      La prima traccia dell'Ep si chiama Nessuno, e sembra proprio il punto di partenza...

      Nessuno è l'inizio, qui mi mostro per come sono: un po' diffidente, una persona che finché non realizza una cosa non è soddisfatta. Ciò che dico è assolutamente identificativo, sparisco quando devo lavorare alle mie cose e non ci sono per nessuno.

      Un altro brano si intitola Mancava il tempo: per cosa ti mancava?

      Mi hanno sempre descritta come una persona molto disponibile per amici e i familiari, ma a un certo punto questa cosa mi è venuta contro. Non riuscivo più a vedermi come persona, ma solo come uno strumento, qualcuno che era lì per gli altri, per farli stare meglio. A un certo punto però non avevo più tempo per pensare alle cose mie, mi mancava il tempo per coltivarmi. Sono cresciuta in mezzo a persone che dicevano: “Sì, puoi farlo, ma fallo dopo, ci sono altre priorità”. Ho vissuto il trasferirmi a Milano come uno spiegare alle persone che sono rimaste giù che quella che hanno conosciuto tanti anni fa esiste ancora, ha solo dovuto dedicare più tempo a sé.

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      Continuiamo col tuo percorso di crescita (e la tracklist dell'Ep): nel brano Non ti preoccupare, parli delle cose che riusciamo a perdonare agli altri.

          Questa canzone l'ho scritta dopo aver passato un brutto periodo, nel momento in cui ho realizzato di stare incredibilmente meglio: mi sono resa conto di aver costruito tanto e di averlo fatto per me stessa, per permettermi di sentirmi bene. Non mi andava più di provare rabbia e rancore, non volevo rivivere certi ricordi soffrendo. Quel Non ti preoccupare lo dico a me stessa, sono io che non mi devo preoccupare per me, perché ora è tutto ok.

          In Luci prima torni a casa post serata e guardi una Milano fatta di luci fuori dal finestrino del bus. A che zona della città è dedicata?

          A Gratosoglio, volevo raccontare la bellezza del vivere in una periferia. I lunghi spostamenti per me sono fantastici, perché mi innamoro di quello che vedo fuori dal finestrino. Lo sento come il momento più mio della giornata, in silenzio, a guardare il posto in cui vivo.

          Quando torni a casa non sei sola, c'è qualcuno con te che ti ha "colpito al cuore malamente"...

          Nella canzone racconto l'incontro con una persona, qualcuno che poi torna a casa con me e che accende le luci, si muove per la stanza, fa tutto per la prima volta. La stessa persona poi torna in Hikkikomori, l'ultima traccia.

          Hikkikomori è il lieto fine?

          Questa canzone chiude il cerchio, è il pezzo della stabilità, in questo caso di un legame che si solidifica. Ammetto che in principio non mi sono fidata, ma alla fine ho raggiunto l'obbiettivo e sono riuscita ad aprirmi verso l'altro.

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