Abbiamo letto "A proposito di niente" il nuovo libro di Woody Allen: di cosa parla, davvero

“Spero non abbiate comprato il libro per sapere di questo”.

C’è una frase tra parentesi e, in quella parentesi, c’è tutto. Dice: “spero non abbiate comprato il libro per sapere di questo”. “Questo” è il triste pasticcio familiare Farrow-Allen. No, non abbiamo comprato il libro, edito in Italia da La nave di Teseo solo online causa corona virus e a prezzo eccessivo per un ebook (15,99 euro), per sapere di questo. Anche perché dovremmo già saperne quanto basta.

Ci sono state due inchieste. Entrambe hanno scagionato Woody Allen dall’orrenda accusa di avere molestato la figlia Dylan quando era bambina. Non sono bastate. Il fango sul regista si è scagliato ancora e più volte, il movimento #metoo ne ha fatto erroneamente uno dei suoi bersagli, attori che avevano lavorato con lui si sono detti pentiti, produttori hanno chiuso i rubinetti, editori hanno fatto marcia indietro. Proprio questa autobiografia intitolata A proposito di niente avrebbe dovuto essere pubblicata da Hachette Book Group negli Stati Uniti, lo stesso editore che pubblica Ronan Farrow, unico figlio di Mia e di Woody (o forse di Frank Sinatra) e che ha vinto il Pulitzer per le sue inchieste su Harvey Weinstein. Alcuni lavoratori della casa editrice hanno protestato contro Allen e Hachette ha deciso di non stamparlo più. Allen ha trovato un altro editore americano, Arcade Publishing.

No, non ho comprato il libro per sapere di questo ma è certo che Woody Allen lo ha scritto anche per ribadire la sua verità, la sua versione della storia. C’è comunque molto altro nelle 400 pagine: l’infanzia (ma se avete visto Radio Days e La rosa purpurea del Cairo sapete già molto), la professione di misantropia e ignoranza ( “non ho mai letto l’Ulisse di Joyce!”) e, naturalmente, lo straordinario umorismo pessimista con battute tipo: “C’è chi vede il bicchiere mezzo pieno e chi mezzo vuoto. Io vedo la bara piena”.

C’è il sognatore che si perde nei fumetti, nei film dove balla Fred Astaire, in un’idea fantastica dell’Europa, nel vedere le donne come fonte di energia, capolavori e muse. Di Diane Keaton “pensai che il suo personal shopper fosse Buñuel”, di Scarlett Johansson “quando la vedi di persona devi farti largo attraverso i ferormoni”, delle ragazze intellettuali che gli piacevano da giovane: “per far colpo su di loro sarei stato disposto ad andare a vedere Macbeth interpretato da marionette thailandesi”.

Ma c’è anche un uomo pieno di ambizione e disciplina. Il suo racconto di come recepì la notizia dell’attentato a John Kennedy è clamoroso. Allen era a Los Angeles, di sera recitava in un locale, di giorno scriveva una sceneggiatura. La cameriera dell’hotel gli disse quello che era successo, lui accese il televisore e, pochi minuti dopo, ricominciò a lavorare, tuffato nella macchina da scrivere. Riusciva a non farsi toccare dalla realtà, era un uomo che viveva nel suo mondo fantastico, fatto di bellezza, musica, intelligenza e leggerezza.

Ma è chiaro che la vicenda Farrow lo ha annichilito, lo ha reso ben più amaro di quanto non siano i suoi personaggi, i suoi molti alter ego passati sullo schermo. Non ha avuto paura di sottoporsi a inchieste e macchine della verità, non ha nulla da nascondere e anche se le indagini lo hanno dichiarato innocente, gli resta il dolore di aver perso ogni rapporto con la figlia Dylan, indotta dalla madre a trasformarlo in un mostro.

Quanto al fatto di essersi innamorato di Soon Yi, la figlia adottiva di Mia, la storia parla da sé: sono ancora sposati, lui la definisce un’eroina, ammette che le è costato caro innamorarsi di lei ma che non cambierebbe nulla della loro vicenda, è felice di adorarla perché ha così i riscattato i primi 21 anni di vita della ragazza: prima cresciuta in un orfanotrofio e poi adottata da Mia che l’avrebbe sempre trattata male così come male venivano trattati i figli adottati rispetto a quelli naturali, in un inferno familiare isterico e morboso, inaccettabile e incomprensibile.

Noi non abbiamo comprato il libro per sapere di tutto questo, ma Woody lo ha scritto per farci sapere come è stato esserne al centro. E arrivare a 84 anni per dire: “Alla mia età ho poco da perdere. Non credendo in un aldilà, non vedo che cosa possa cambiare se verrò ricordato come un regista o come un pedofilo (…) Essere diventato un paria ha comunque i suoi vantaggi: nessuno ti chiede più di partecipare a un talk show o di salvare le balene”.

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