Per caso (tanto il caso non esiste), il nuovo libro di Paolo Stella

Intervista + review + racconto di un'autobiografia che non è un'autobiografia.

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A Paolo Stella le classificazioni, le definizioni, gli incasellamenti proprio non vanno giù. A cominciare dalla sua carriera, per proseguire con aspetti più personali «Detesto essere classificato, sia come professionista sia come uomo: ti vengono tolti talmente tanti possibili universi in cui poterti esprimere…». Esce il suo secondo libro, Per caso (tanto il caso non esiste) edito da Mondadori, e ci ritroviamo a parlarne partendo da qui: come sia possibile, in un’epoca che definiamo liquida dove il cambiamento è l’unica cosa permanente e l’incertezza l’unica certezza, che suoni stonato essere curiosi, sperimentare, passare da un’occupazione all’altra: «Ho iniziato come architetto, continuato come attore, poi blogger, giornalista, influencer, imprenditore e scrittore», ride Paolo. E scherza sul dover pagare due volte la sua commercialista costretta a barcamenarsi tra le sue mille etichette: «Una per il suo lavoro, la seconda per lo psicoanalista da cui deve andare per riprendersi». Paolo è così. Diventato famoso per gli ennemila follower su Instagram, riesce a mantenersi sul sottile sentiero che divide l’agire dal vedersi agire. Questo gli concede di osservarsi con uno humour un po’ malinconico, come quando di sé dice di essere stato «un attore cane. Peggio, un cane scritturato: ancora adesso sono perseguitato dalle repliche delle stagioni di Un ciclone in famiglia, prova della mia incapacità recitativa». Ed è in questa autoironia che risiede il suo fascino. Corroborato - stavolta - anche da un’ottima scrittura.

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Per caso (tanto il caso non esiste), più che un’autobiografia, mi sembra più quella che gli intellettuali chiamano autofiction, cioè un racconto di vita con inserti più inventivi. Nel libro si rincorrono due piani: quella di un piccolo Paolo (non solo di età, ndr) che vive esperienze di ospedali, bullismi, affetti familiari, sofferenze fisiche e incontri che gli modificheranno per sempre la prospettiva sulla vita, e quella di un adulto Paolo – su cui si apre la narrazione – che scrive e pensa in una lussuosa lounge dell’aeroporto di una Shanghai già in preda al panico da Covid-19…
L’ho terminato in due mesi: gennaio e febbraio. Non è una mia biografia: siccome forse non sono uno scrittore così bravo, ho sempre bisogno di partire elementi reali: e allora ho pensato che per trasmettere il messaggio che scorre sottotraccia in tutto il libro – che comunque tu sia, in ogni caso vai bene così – dovevo iniziare a parlare di me, delle mie perdite che poi si sono tramutate in conquiste emotive.

Il piccolo Paolo, ricoverato al reparto pediatrico disfunzioni genetiche dell’ospedale Sant’Orsola di Bologna conta su una presenza importante, nel lettino accanto…
Sì, il personaggio a cui do per soprannome Sottile. È la mia bussola nel riuscire a orientarmi in un viaggio nella mia sessualità dove scoprirò che ci può innamorare non solo di un uomo o di una donna e non c’è niente di male, ma che la passione divampa per elementi imprevedibili: un sospiro, un sorriso, una carezza…

Trovo intelligente che l’adulto Paolo racconti delle sue esperienze sentimentali con uomini senza far prima editti o dichiarazioni. Agghiacciante che tu abbia avuto un agente che, quando facevi l’attore, non ti permetteva di parlarne pubblicamente…
Ritorniamo al discorso delle etichette. Sai, viviamo in un momento storico strano: da un lato, per fortuna, vedo giovanissimi che vivono senza problemi il loro orientamento sessuale, dall’altro ci sono sacche di resistenza dove dichiararsi gay causa modificazioni anche linguistiche. Tipo il “ma”. «È gay, ma è intelligente», «è gay, ma è bravo», «è gay, ma non lo diresti». E lo senti dire anche da persone da cui mai te lo saresti aspettato. Figurati, per me già fare “coming out” nel 2020 è un atto antistorico, anacronistico, detto con enorme rispetto per tutte le persone omosessuali che, nei decenni passati, hanno passato i guai per il loro orientamento sessuale. Non vorrei mai che questo libro passasse come “Paolo Stella si dichiara!”. Per carità. Però potrebbe essere un esempio per chi ancor oggi si sente emarginato e inadeguato.

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A proposito dell’essere colpiti, mi ha turbato il momento in cui l’adulto Paolo, in un momento di disagio emotivo, chiama il suo guru che gli ordina di ripetersi il mantra: «Ognuno si salva da solo» che è esattamente il contrario di quel «Nessuno si salva da solo» proclamato da Papa Francesco. Non è un po’ egoista?
No, assolutamente. Ho imparato a mie spese che la felicità, come l’amore, è una scelta razionale che si modula a seconda di come reagisci al dolore, o con la chiusura totale o con il suo attraversamento. È una conquista che si può raggiungere solamente in piena autonomia. Certo, come me, che sono curiosissimo, ci si può far aiutare da altre discipline: il buddismo, la cabala, la psicoanalisi, la numerologia… Sono strumenti che possono dare una mano ad amare sé stessi, impresa più difficile al mondo. Ma se ce la fai, a regalarti la felicità che ti spetta, niente e nessuno potrà mai più farti male.

Se l’adulto Paolo di oggi, che ha 42 anni, incontrasse il piccolo Paolo di 30 anni fa, che cosa gli direbbe?
Di non sentirsi più fuori luogo. Perché il vero luogo è lui.

Però il piccolo Paolo è stato anche compreso da una famiglia amorevole, benché la mamma non sappia vestirsi bene e il papà ogni tanto sia burbero…
È verissimo. Sono cresciuto in provincia, a Forlì, in una famiglia che mi ha sempre amato anche se, ovviamente, legata a una mentalità un po’ tradizionale. Invece oggi sono apertissimi. Tant’è vero che ho inventato un “coming out” al contrario in cui telefono a mia madre per dirle che sono diventato etero, e lei si arrabbia moltissimo.

La copertina è un artwork bellissimo. Chi l’ha disegnata?
È una storia bellissima. Quando mi hanno chiamato per dirmi che il libro sarebbe uscito in ritardo perché mancavano i grafici per il lockdown, ho detto: «Ci penso io». Ho scritto un post. Sono arrivate circa 2500 disegni da parte della mia community. Si è dovuto scegliere, ma di almeno 500 ho voluto lasciare una traccia nella controcover. Credo che Per caso (tanto il caso non esiste), sia il libro con più varianti di copertina. Atro che follower, questi sono amici. Altro che chiacchiere. Altro che influencer.

Sincero: credi davvero che il caso non esiste?
Ma da morire! Tutto quello che chiedi, prima o poi ti viene dato, in qualche modo. Ecco: se mi dovessi definire, direi che sono una domanda che cammina. E la vita mi ha sempre risposto. La vita risponde a tutti.

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