L'importanza di chiamarsi Brooklyn (Beckham)

Con un anello da cinque carati alla futura sposa Brooklyn si arrende: dopo il lavoro nel coffee shop, e la fase del politicamente impegnato, è ora di essere solo "il figlio di", senza sensi di colpa?

L'anello al dito della futura signora Beckham (Nicola Peltz) sfiora i cinque carati; l'abito per l'annuncio sui canali social, vaporoso, un sogno giallo mimosa con balze e ruches, fa parte della collezione s/s 2020 di mammà Victoria – sul sito ufficiale non si trova già più, ma considerati i costi si dubita sia andato in sold out come certi vestiti a fiori di Zara. Brooklyn Beckham, 21 primavere e l'annuncio di un imminente sposalizio con la fidanzata incontrata ad ottobre scorso, in fondo ci ha un po' provato, a smarcarsi da quel cognome ingombrante, ma alla fine, in uno scatto, è visibile la resa di fronte ad agi e lussi estranei alla maggior parte dei suoi coetanei.


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Figlio primigenio della premiata coppia formata dalla Posh Spice e dall'asso del calcio David Beckham – uomo per il quale fu coniato un termine, metrosexual, che definiva un'intera nuova categoria del maschile, a proprio agio con la vanità, poi replicata rovinosamente da mandrie di tronisti e cubisti assai a loro agio con creme per il contorno occhi e sopracciglia depilate ad arte –il primo dribbling nel quale è riuscito con successo, è stato quello con il quale ha evitato una carriera nel calcio. Già reclutato a 14 anni nell'Arsenal, ha alzato bandiera bianca dopo un anno: se l'allenatore diceva che i suoi compagni erano ben più allenati di lui, papà David raccontò ai microfoni di un programma televisivo inglese una versione molto più lusinghiera, pronta a conquistare tutti i "cuori di mamma" al grido italico di Ogni scarrafone è bello a' mamma soja. Secondo David Beckham la prole aveva deciso di lasciare il campo per paura di continui paragoni con il padre, cecchino delle punizioni ed ex capitano della nazionale inglese: paragoni dai quali, con tutta probabilità, ne sarebbe uscito sconfitto. Figlio d'arte sì, brocco no. Ma che umiltà questo Brooklyn, che onestà intellettuale. A 15 anni, favorito da un DNA che non si è di certo risparmiato – anche se, pure lì, nei paragoni con l'augusto padre sembra partire sfavorito – si reinventa modello. Sarà che sudare di fronte alle luci di un set gli viene meglio che sudare sui campi da gioco, Brooklyn è già uno dei primi esemplari di una nuova specie: quella dei "figli di (icone degli Anni 90)", il cui unico compito sulla faccia della Terra pare essere quello di ricordarci con la loro esistenza la miserrima banalità della nostra, ché a 14 anni eravamo lì con l'apparecchio per i denti, impegnati a tenere in vita un Tamagotchi, mentre lui appare sulle cover de L'Uomo Vogue, T – The New York Times Style Magazine e Vogue China, scattato da Alasdair McLellan e da un Bruce Weber ancora lontano dagli scandali sessuali.

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Forse in un afflato di misericordia, o per sperimentare anche lui cosa voleva dire vivere da "Common People" come cantavano i Pulp di Jarvis Cocker, il ragazzo ha lavorato per qualche tempo in un bar di West London (perché l'East, si sa, è roba da hipster tutti manie vegane e conti in banca foraggiati da genitori residenti in ben più agevoli cap della città). Brooklyn serve frappuccini, Brooklyn prepara la macchina del caffè, Brooklyn è la personificazione del morettiano "faccio cose vedo gente" , The London edition, e però con una consapevolezza tutta millennial del suo privilegio di classe, che cerca di espiare come fosse un peccato capitale.

Un percorso tormentato e virtuoso insieme, che raggiunge l'acme quando si fidanza con Chloé Grace Moretz, attrice holliwoodiana molto impegnata e "woke" – come tutte le ventenni sotto le colline di Hollywood, nell'anno di grazia 2016 – e l'accompagna non a un party, non agli Oscar, non a una festa in qualche magione di colleghi o similari "figli di" e neanche agli Academy, ma alla Convention nazionale dei democratici, dove con lei dà il suo sostegno all'allora candidata alle presidenziali Hillary Clinton.

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Tra i "summer fling" e le cotte adolescenziali, sempre abbondantemente documentate sull'Instagram da 12 milioni di follower, però, si pesca sempre nel solito bacino di modelle e parenti d'arte, come quella volta con Lottie Moss, sorella minore della leggendaria Kate, più adepta del modello estetico made in Calabasas dalle sorelle Kardashian, che dell'"heroin-chic", termine coniato per definire gli eccessi nineties della sorella, e che oggi, in tempi così diversi, forse, sarebbe demonizzato più che glorificato. Finito il liceo, tempo di lasciare il nido, con lacrime e messaggi di cordoglio di Victoria Beckham, più simile a una chioccia del sud Italia che a una algida inglese: Brooklyn ha però finalmente scoperto la sua passione, quella definitiva, la fotografia. Dall'essere davanti alla macchina allo starci dietro, è un attimo: sarà il talento spiccatissimo (anche se il Guardian recensirà le sue foto per la campagna del profumo Burberry Brit del 2016 con una certa puntuta cattiveria, "definire le sue foto un po' scialbe è come dire che il criceto non è un animale molto feroce. Dov'è la rabbia della gioventù? Probabilmente sarà stata spruzzata via con della costosa eau de cologne"). Ma di cosa, in fondo, dovrebbe essere arrabbiato Brooklyn? Cosa ci si aspetta da chi è nato da genitori che hanno un patrimonio netto combinato di 900 milioni di dollari, se non della scialba leggerezza che si posa, inconsistente ma brillante, su tutto ciò che lo circonda? Il ragazzo continua a sentirsi in colpa, e per continuare ad espiare, cerca di essere più normale possibile: nel suo caso, vuol dire andare a scuola, per ottenere dei risultati che riuscirebbe ad ottenere facilmente anche solo, semplicemente, esistendo. Frequenta la Parsons di New York per studiare fotografia. Il suo talento è talmente cristallino, secondo quelli della casa editrice di Penguin Random House Children, che è necessario, obbligatorio, metterlo subito sotto contratto per un libro fotografico "What I see", pubblicato nel 2017, che raggiunge il ragguardevole risultato di essere, qualche mese dopo il suo lancio a giugno, il 28 millesimo libro nella categoria dei best-seller di Amazon. Trecento scatti, alcuni sfocati – ma è sicuramente licenza poetica presa a prestito da maestri della street photography come William Klein – che ci raccontano, come da titolo, cosa si vede attraverso l'occhio di B.B.: nella maggior parte dei casi, senza temere di fare spoiler, è il suo riflesso nello specchio, o immagini di tavoli imbanditi a rendez-vous esclusivi dove è costantemente invitato.

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La nostalgia di casa però, spira forte sull'Hudson, tanto che, dopo un solo anno, Brooklyn torna a Londra, con Victoria in versione neo-melodica, ché era a decantare via social "torna, stà casa aspiett'a te" già qualche ora dopo la partenza del pargolo. Qualcuno smentisce, dice che in realtà, sempre per via di quel talento cristallino di cui sopra, aveva ricevuto un'offerta di stage con un fotografo di fama, troppo ghiotta per esser rifiutata. Di quello stage nessuno ha saputo nulla, ma non sarebbe grave se, in effetti, Brooklyn si fosse semplicemente accorto che gli affetti fossero più essenziali di una carriera lontana dall'abbraccio dei tre fratelli, compresa la piccola Harper, e dalle sicurezze della quotidianità. Internazionale per vocazione, però, Brooklyn è amatissimo anche in Cina, fin quando non lo è più: passa velocemente dall'essere testimonial del Huawei Honor 8 a una pubblica richiesta di gogna. La pietra dello scandalo è una foto scattata a Venezia, di turisti cinesi in gondola, con la caption dal retrogusto ironico "No place like Italy". I dubbi che un ragazzo nato in un paese dal passato colonialista non troppo onorevole, possa sentirsi in diritto di definire come dovrebbe essere rappresentato un paese straniero, e soprattutto attraverso quale nazionalità dovrebbe esprimersi, serpeggiano su Weibo, il contraltare cinese di Facebook, tanto da fargli perdere velocemente il credito acquisito sempre per il suo unico reale merito: quello, semplicemente, di essere al mondo come emanazione del verbo congiunto dei Becks, come li si chiamava nei gloriosi nineties.

Pierre SuuGetty Images


Riparato a più miti consigli, a ottobre conosce la futura moglie Nicola Peltz non a una riunione di un qualche comitato universitario, e neanche a un sit-in per rivendicare uguali diritti per le minoranze, ma in locus amoenus molto più adatti al suo status: alla festa di Halloween organizzata da Leonardo DiCaprio. Lei ha 4 anni più di lui, ed è figlia dell'ex modella Claudia Heffner e del milionario businessman Nelson Petz, con un cursus honorum sentimentale che annovera altre "beautiful mind" del calibro di Justin Bieber e Anwar Hadid, fratello cadetto di Bella e Gigi, ancora non riuscito a emergere dal cono d'ombra delle sorelle. Nicola non è "woke" come Chloé, non entrerà mai nella lista dei 30 under 30 di Forbes, né sarà mai definita, con tutta probabilità, come la "J.D. Salinger della sua generazione", o la "Joan Didion dei millennial", come è successo a Sally Rooney e Jia Tolentino, sul crinale dei 30 e già considerate arieti di sfondamento di una nuova generazione di intellettuali, ma in fondo non ha molta importanza, se c'è l'amore. E forse proprio la relazione con Nicola, che non pare per ora avere grosse ambizioni artistiche, gli avrà insegnato ad accettarsi com'è, e arrendersi alla realtà dei fatti, liberandosi dei sensi di colpa dal retrogusto calvinista: non devi dimostrare nulla, se sei figlio di Victoria e David Beckham. E, in fondo, se sei felice, va bene anche così.

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