“Racconto le ferite italiane” Lisa Camillo

Incontro emotivo con la regista di Balentes, il docu-denuncia "storia di un paese perduto, di un popolo costretto al silenzio".

Courtesy lisacamillo.com

Ritornare alle origini per scoprire, sconvolgersi, agire e ricominciare. Sfruttare le proprie possibilità – conoscitive, economiche e sociali – per denunciare e far conoscere ai più l’isola in cui si è cresciuti con la propria famiglia – la Sardegna - presentandocela però da un altro punto di vista, quello più duro e che fa più male, quello inaspettato. Lo ha fatto Lisa Camillo, regista, scrittrice e antropologa italo-australiana, che dopo diversi anni trascorsi a Melbourne e poi a Sidney - dove si è laureata in Criminologia e dove ha lavorato per oltre quindici anni soprattutto con gli aborigeni – ha deciso di tornare in Italia. “Pensavo che sarei morta lì, ma in realtà mi sentivo sempre più isolata e mi mancava la cultura europea”, ci dice. “Lavorando con gli aborigeni e vedendo il loro attaccamento con la terra, mi è mancato il mio. Mi sentivo persa, non sapevo più chi ero. Il richiamo alle radici è stato così forte che sono tornata in Italia, nella mia Sardegna”. La incontriamo proprio in quell’isola, a Fluminimaggiore, costa sud occidentale, tra i super ospiti della seconda edizione dell’Andaras Film Festival dedicato a tutti coloro per cui girare intorno al mondo, conoscere terre e genti lontane è la via più breve per giungere a se stessi. Che è poi esattamente quello che ha fatto lei che, quando la si vede da lontano, per la prima volta, sembra una delle tante bellezze di cui è piena o si riempie d’estate la Costa Smeralda, ma in realtà, da vicino, dimostra di essere una ragazza con apparenza e grande sostanza, una donna forte, determinata e molto preparata, una Erin Brockovich sempre pronta a mettersi in gioco, a studiare e informarsi di continuo, a risultare scomoda non per fare il bastian contrario, ma per denunciare soprusi e garantire diritti a chi questi ultimi – quotidianamente e da troppi anni – non li ha.

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Tornata dall’Australia, non ha trovato il paradiso che ricordava - quello dove aveva vissuto con suo padre Laurence (che vi arrivò negli anni Sessanta per trasformare, con l’Aga Khan, i Monti di Mola in quella che è poi divenuta la Costa Smeralda, oggi il più importante agente immobiliare del posto), la madre Mabi Satta (per diciassette anni è stata la segretaria di Paolo Riccardi, segretario generale dell’Aga Khan nel Consorzio Costa Smeralda) e il fratello Alex - ma una terra di conquista, rovinata da interessi economici e servitù militari che hanno sconvolto l’intera regione. Ha trovato poligoni sperimentali, industrie chimiche, un tessuto economico distrutto, penisole interdette, spiagge martoriate dalle bombe, missili adagiati sul fondo marino. E, ancora, storie di feti deformi, tumori, leucemie, capi di bestiame dalle fattezze mostruose, il dramma dei militari malati e delle loro famiglie, patologie come quelle dei soldati italiani contaminati dall’uranio impoverito in Bosnia tra processi, omertà dei vertici militari, assenza di uno Stato, triangolazioni e denaro in quantità più grandi di quello stesso mare.

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Lo ha raccontato in Balentes– “un lavoro immane e faticoso durato sei anni” - un documentario necessario che come il libro Una ferita italiana, da lei scritto per Ponte alle Grazie, va a raccontare la Sardegna più intima, una vicenda di orgoglio e paura, coraggio e bassezza, verità spaventose e bugie criminali. “È la storia di una ferita italiana, una ferita che ancora sanguina”, ci dice e nel farlo le si illuminano gli occhi. “Il mio è stato un viaggio nell'isola negata, in quella parte della Sardegna sottratta ai propri abitanti in nome di esercitazioni militari. Dovremmo diventare tutti più coraggiosi (che è poi il significato di quella parola sarda nel titolo, ndr) e opporci a questa ingiustizia". In Sardegna, ci sono il 60% delle basi militari italiane, un peso enorme che schiaccia l’isola impedendole uno sviluppo turistico e una corretta e funzionale tutela ambientale delle sue bellezze naturali. “Da qualche anno, in alcune spiagge si può andare d’estate, ma è come sentirsi ospiti a casa propria”, continua a raccontarci Lisa che durante il lockdown, chiusa nella sua casa milanese col fidanzato Matthieu ha realizzato per Al Jazeera un altro documentario, ma dedicato al Covid. “Sono i militari che gentilmente ci concedono l’utilizzo e non il contrario, una cosa assurda”. “Vorrei poi capire per quale motivo ci sono dei pescatori pagati per non pescare, perché mandare avanti questa cultura dell’assistenzialismo piuttosto che riappropriarsi della propria terra e valorizzarla al meglio”. Nel documentario, che si è autoprodotta e che è stato presentato nei più importanti festival internazionali, la vediamo camminare a piedi nudi nella spiaggia bianchissima di Capo Teulada, tra bombe inesplose e altri resti di dispositivi, e la cosa fa abbastanza impressione. Ci si chiede come sia possibile tutto questo, viste anche le denunce, negli anni, sui giornali, ma forse non sono state abbastanza. Condividiamo la sua rabbia quando fa vedere la cartina di un’isola che è oggi sede dei più grandi poligoni missilistici (a Perdasdefogu) o di poligoni per esercitazioni aeree (quello della Nato a Capo Frasca, fino a quello de La Maddalena, che agli inizi degli anni duemila stava per essere cancellato da un incidente nucleare). “I cuori dei sardi – precisa - dovrebbero opporsi a questo scempio, dovrebbero combattere per riappropriarsi della propria terra, dovrebbero dire basta. Io l’ho fatto, ho ricevuto diverse minacce, ma non mi sono fermata né mi fermo”. “Vorrei che Balentes” – continua - fosse visto da tutti, soprattutto nelle scuole, perché se vogliamo cercare di cambiare qualcosa prima di tutto dobbiamo informarci e informare i nostri figli che sono quelli che più di tutti pagano e pagheranno il prezzo dell’inquinamento ambientale che avvelena la salute, che causa malattie, che impedisce un sano sviluppo”. “Questa è la storia di un paese perduto, questa è la storia di un popolo costretto al silenzio”, dice all’inizio del film. “Lottare insieme si può, aggiunge lei a voce. “l’arte può cambiare le cose. Dobbiamo essere tutti coraggiosi, tutti possono e devono diventare balentes. È arrivato il momento di dimostrarlo”.

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