Come Philippe Daverio ci ha reso tutti dei collezionisti (di bellezza)

“Se nell’arte si riflette un pezzo della nostra anima individuale - ha detto un giorno - guardando un capolavoro apprendiamo sempre qualcosa in più su noi stessi e sulla nostra storia”.

philippe daverio
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“L’Unione europea dovrebbe prendere atto che senza la cultura di Napoli e Palermo i tedeschi camminerebbero ancora con le corna in testa”. Quando hanno ascoltato questa frase di Philippe Daverio, molti italiani hanno fatto scattare l’ovazione. 92 minuti di applausi e poi però anche qualche sorriso amaro. Un po’ perché quell’affermazione aveva una punta (e forse ben più di una punta) di verità, un po’ perché i fasti di quei secoli oggi sono irrimediabilmente finiti. Era così: tranchant, caustico, provocatorio, eccentrico, soprattutto mai banale. Philippe Daverio è morto a 71 anni dopo aver condiviso con noi per decenni tutta la magia dell’arte moderna e contemporanea e della storia. Era un tipo che a Che Guevara preferiva Garibaldi, al glamour di Schnabel anteponeva l’astrazione concettuale del cupo Ferroni. Ci ha raccontato le radici antiche della amatissima Milano e i suoi gioielli nascosti (“San Satiro con la falsa abside del Bramante e San Lorenzo - spiegava - sono chiese che valgono San Vitale e Santa Sofia”).

Alsaziano di Mulhouse, era nato nel mese di ottobre. I genitori avevano nomi importanti, il padre si chiamava Napoleone ed era un costruttore, mentre la madre, Aurelia, era una francese di origini tedesche. Aveva ricevuto una educazione ottocentesca e aveva studiato prima a Varese e poi alla Bocconi. Qui aveva passato tutti gli esami di Economia senza però mai laurearsi. “Alla fine degli anni Sessanta si andava all'università per studiare, non per laurearsi”, amava ripetere con una punta d’orgoglio.

La sua prima galleria è stata inaugurata nel ’75 nella centralissima via Monte Napoleone a Milano dove esponeva soprattutto lavori dedicati alle avanguardie del Novecento. Dieci anni più tardi è arrivata la “Philippe Daverio Gallery” di New York, mentre alla fine degli anni Ottanta un’altra galleria a Milano, stavolta in corso Italia. Insegnante di Storia del design al Politecnico di Milano, professore ordinario di Disegno Industriale all'Università degli Studi di Palermo, membro del Comitato scientifico della Pinacoteca di Brera e Biblioteca nazionale Braidense, nel 2013 è stato insignito dal presidente della Repubblica francese della Lègion d’Honneur.

Storico, docente, saggista, politico e personaggio televisivo, Philippe Daverio è soprattutto stato uno dei primi, insieme a Vittorio Sgarbi e Achille Bonito Oliva, a capire quanto importante fosse parlare di arte in tv. Magari all’ora di pranzo, o poco prima di cena quando le famiglie erano raccolte davanti allo schermo. Daverio era riuscito a portare nelle nostre case materie complesse e scivolose come l’astrazione e il minimalismo, il fauvismo e la metafisica. Col suo immancabile farfallino e le sue giacche colorate, dissertava con la tipica erre francese di correnti artistiche e di pittori, di quadri e di magnati come fossero elementi della sceneggiatura di un film. Storie fantastiche da divulgare non solo agli amanti di Bacon, Picasso e Morandi, ma soprattutto agli altri. A chi si avvicinava per la prima volta al cospetto di una materia considerata troppo alta.

La prima volta è stata nel 1999 in qualità di 'inviato speciale' della trasmissione «Art'è», nel 2000 come conduttore di «Art.tù», poi per dieci anni grazie alla fortunatissima «Passepartout», e nel 2011 in occasione di «Emporio Daverio» andato in onda su RAI 5. Daverio amava la storia e sapeva raccontarla. La prendeva spesso di sbieco. Ai grandi fatti preferiva gli aneddoti, le curiosità eccentriche e trasversali, capaci di rivelare altrettanta verità. Il suo sguardo laterale si concentrava su dettagli biografici, microstorie, percorsi inediti. “La curiosità - diceva - sarà anche un difetto e l’ozio un vizio, ma i due elementi, combinati insieme, sono un utile strumento di sopravvivenza. Per guardare le opere d’arte e non solo”.

Dato che divulgare non è solo parlare ma anche scrivere, sono moltissimi anche i libri che ha pubblicato nel corso degli anni. Tra questi “Ho finalmente capito l’Italia. Piccolo trattato ad uso degli stranieri (e degli italiani)”, “Grand Tour d’Italia a piccoli passi. Oltre 80 luoghi e itinerari da scoprire”, “La mia Europa a piccoli passi”, tutti per Rizzoli. Era trasversale il professor Daverio. Spaziava da Milano alla Sicilia, dal Nord al Sud, dall’arte alla politica. Per quattro anni, dal 1993 al 1997, è stato assessore alla Cultura del Comune di Milano col sindaco Formentini, occupandosi del restauro del Palazzo Reale e della ricostruzione del PAC distrutto dall'esplosione di una bomba nell’estate del ’93. Nel 2010 è stato consulente per la Festa di Santa Rosalia a Palermo. “Parlare di destra e sinistra oggi non ha più senso", diceva.

Daverio era anche un grande esperto di vini e cocktail, come si conviene a chi è nato in una terra come l’Alsazia, dominata da vitigni e cantine. Era appassionato di Pinot nero e Bloody Mary. “Sono cresciuto in mezzo alle botti - ha raccontato - A casa mia si beveva sempre Champagne e Borgogna. Ma sono stato anche barman. Anni fa con alcuni amici avevo un bar sulla spiaggia in Maremma ed ero sempre io a preparare cocktail. Un lavoro meraviglioso, molto meglio della politica”. Insomma l’arte, art de vivre compresa, era per lui una bussola fondamentale a comprendere l’essere umano. Se ti piace Matisse sei un tipo di persona, se preferisci Bonnard sei un altro tipo. “Se nell’arte si riflette un pezzo della nostra anima individuale - ha detto un giorno - guardando un capolavoro apprendiamo sempre qualcosa in più su noi stessi e sulla nostra storia”. E aveva ragione.

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