Laura Morante, l'arte di lasciarsi e il segreto del talento

Mentre la vediamo al cinema in Lacci, nella sua casa toscana l'attrice, regista e scrittrice ci racconta tutto: dal padre più ingombrante di zia Elsa a quella volta sul set con la pistola

venice, italy   september 01 italian actress and director laura morante at the 77 venice international film festival film lacci photocall venice italy, september 1st, 2020 photo by marilla siciliaarchivio marilla siciliamondadori portfolio via getty images
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«Pronto? Sono Laura Morante. Il mio cane sta molto male, non so quanto gli resti e volevo avvertirla, se morisse dovrei sospendere l’intervista. Per cui se si riesce ad anticipare...». Da Santa Fiora, Grosseto, alla frazione di Bagnore, dov’è l’appuntamento, sono cinque minuti di macchina. Ma se si imbocca per sbaglio una strada più lunga non resta che accelerare ansiosamente tra le colline toscane alle pendici dell’Amiata, sotto un cielo mezzo di sole e mezzo di nuvole piatte, increspate come yogurt.

La casa è ampia e bassa, intorno c’è un giardino curato. Francesco Giammatteo, marito (il terzo) dell’attrice dal 2004, tiene fermo all’ingresso un altro cane che abbaia. Un minuto dopo lei arriva, e mentre non ci si dà la mano come da protocollo Covid, il suo volto rassicura: è proprio molto, profondamente quello della Bianca di Nanni Moretti poi convertito in Paola per La stanza del figlio, è Vittoria di Turné di Gabriele Salvatores, Giulia di Ricordati di me di Gabriele Muccino e via così, dai fratelli Bertolucci a Paolo Virzì, a Pupi Avati fino alla Vanda matura (la giovane è Alba Rohrwacher: «Sì lo so, fisicamente non c’entriamo niente ma miracolosamente funziona») in Lacci di Daniele Luchetti, che ha inaugurato il Festival di Venezia e vedremo in sala dal 1° ottobre.

Dove siano alloggiati i suoi 64 anni, guardandola, non si sa, ma poi si scoprirà nel corso dell’intervista, che si svolge in un piccolo salotto accogliente. Al di là della porta a vetri il cane Bice, 12 anni, respira a fatica. La Morante le butta un occhio, di tanto in tanto. Ma ha deciso di rispondere a tutte le domande e dunque chiude una paratia interiore e ci si butta dentro con generosa convinzione.

Cos’ha da dire su questa casa?
Sono nata in quella stanza di là. Ci passavo tutte le estati con i miei fratelli (sette, nati da Marcello Morante, fratello di Elsa la scrittrice, e Maria Bona Palazzeschi, ndr). Da ragazzina e adolescente è qui che ho fatto tante letture formative, importanti. Poi a un certo punto mio padre, vedendo che nessuno dei figli sembrava interessato, l’ha messa in vendita e l’ho saputo quando erano state già accettate un’offerta e la caparra. Ho cercato il compratore e l’ho implorato di restituirmela. Non voleva, ma alla fine ha ceduto. Mio marito è architetto e ha dato una mano per la ristrutturazione. Ora è un punto di riferimento per la famiglia, uno dei miei fratelli vuole festeggiarci il compleanno ogni anno, mangiamo tutti insieme in giardino, ed è un luogo molto amato anche dai miei figli (Eugenia, 36 anni, avuta dal regista Daniele Costantini; Agnese, 31, nata dall’attore francese Georges Claisse; Stepan, 14, adottato insieme a Francesco Giammatteo, ndr).

Il concetto di famiglia numerosa suona affascinante. Ma com’è, realmente, crescerci?
Be’, ti mancava sempre qualcosa. Dovevamo sgomitare per ricevere un po’ di attenzioni, eravamo troppi. E chi non era capace di sgomitare rimaneva un po’ indietro. Mia madre diceva che i figli unici sono più felici perché si sentono più amati. Lo percepiva, che alcuni di noi avevano una carenza. Ma credo che sia brutto anche avere l’attenzione totalmente concentrata su di sé.

Suo padre, attore, politico, giornalista, avvocato penalista, era una personalità difficile con cui fare i conti. In un suo libro autobiografico citò una a una tutte le donne con cui ha avuto a che fare, al netto delle mogli. Non è una cosa un po’ hard da incamerare per una figlia?
Ah sì? Le nomina tutte? Dev’essere stato in Nudo e sporco. Non posso riservargli una grande indulgenza. Ho visto la variegata vita sentimentale di mio padre nel riflesso delle sofferenze di mia madre. Lui, anche quando lei non sapeva, spesso metteva a parte noi delle sue vicende, creandoci un conflitto interiore: “Che facciamo, lo diciamo a mamma o no?”. Lei avrebbe voluto un matrimonio molto più tradizionale. Non che in quello non ci siano relazioni adulterine, però in genere, almeno, gestite con una certa discrezione. O ipocrisia, chiamiamola come vogliamo.

Anche Lacci parla di questi temi. Com’è stato affrontarli su un set così pieno di ottimi attori?
È andato tutto liscio, è stato fatto un gran lavoro a monte, ci siamo incontrati molte volte prima. Conosco Daniele da quando era assistente di Nanni (per Bianca, ndr) e con Silvio Orlando, dopo Ferie d’agosto, ci eravamo ripromessi di lavorare ancora insieme, ma una volta non poteva lui, un’altra io. Adesso finalmente...

Laura Morante in una scena di Lacci di Daniele Luchetti
Gianni Fiorito

Se dovesse raccontare il film in una frase o due?
Un rapporto si ricuce malamente portandosi dietro forse anche l’amore, ma di sicuro il rancore e la disillusione.

Lei ha due divorzi alle spalle. Come si tiene dritta la barra nelle tempeste relazionali e familiari?
Non si riesce mica a tenerla sempre. Per quanto mi riguarda ho commesso moltissimi errori, ma la mia unica dote è che non sono rigida riguardo ai ruoli. Ho sempre riciclato tutti gli affetti. Come si fa a buttarli via? Non ho grande facilità ad avere rapporti con le persone, quelli che riesco a costruire non li sperpero, li tengo da conto. E se non funziona in un modo mi adatto ad altre architetture. Col padre di mia figlia Eugenia ci sentiamo quasi quotidianamente e sua moglie è mia amica, e anche la costumista dei miei film.

A proposito. Riesce a mantenere questa attitudine anche con gli attori che dirige?
Nel primo film, quello che ho girato in Francia, Ciliegine (il secondo è Assolo, ndr) c’è stato anche un momento molto commovente. Si stava aspettando che venisse illuminata una scena, tutte le attrici erano sedute sul divano, e a un certo punto una ha fatto da portavoce e ha detto: «Laura, vieni qui che ti dobbiamo parlare». E poi: «Ti volevamo dire che noi ti amiamo». Mi sono cadute le lacrime. Credo che stessero bene anche i maschi ma vede la differenza, le donne hanno sentito il bisogno di dirmelo. Mi piace immensamente dirigere gli attori. Li capisco, anche quando si irrigidiscono o fanno i capricci: lo so che è paura, l’ho provata io stessa, e un regista la deve addomesticare. Quelli che maltrattano... Non mi pare che ottengano più degli altri. In quanto agli attori, chi non ha mai paura spesso non ha neanche talento.

Ma cos’è secondo lei il talento?
È come un giacimento di una materia preziosa. Ci deve essere, dopodiché bisogna anche scavare. A un attore può anche accadere di imbattersi in un grande regista che fa il lavoro per lui, lo scrittore bisogna che il minatore lo faccia da solo.

Ha picconato molto per far uscire il suo esordio letterario, Brividi immorali?
Diciamo che finché ho potuto mi sono proprio sottratta all’idea di entrare in miniera. Ma Elisabetta Sgarbi, a cui voglio molto bene, continuava a sollecitarmi. È stato un esordio tardivo.

Perché non ci ha pensato prima?
C’è un momento nella vita in cui puoi ancora fare tutto, poi le porte cominciano a chiudersi. In realtà dalla prima infanzia, quando nasce il tuo fratellino o la tua sorellina e smetti di ricevere le attenzioni che si riservano al più piccolo. A 15 anni mi dicevo che era troppo tardi per fare la ballerina, poi non potevo più imparare a nuotare bene, poi avere figli. Ma se uno è abile si aprono altre porte e soluzioni che non si immaginavano.

Sa che scrive con un vocabolario vastissimo?
Ogni volta che vuoi dire qualcosa, senti che c’è una parola giusta per designarla con precisione, esattezza e onestà. Ne esistono tante altre ma tu cerchi quella. E non deve essere bella, ma giusta. Come diceva Flaubert lo stile è un mezzo di trasporto, non esiste in sé. Quando esiste, secondo me è fastidioso. La parola deve raccontare ciò che vedi, anche se risiede nell’immaginario. Ha a che fare con la verità, non con il realismo. È uguale per la recitazione e anche per la cucina, perché il sapore è solo una delle componenti, poi c’è la consistenza e la finezza con cui si fa in modo che gli ingredienti non formino un’amalgama incomprensibile ma si distinguano gli uni dagli altri.

Non aveva paura di fallire, con il libro?
Non mi pongo mai troppo il problema della riuscita, è più forte l’impulso di cambiare, cimentarmi. Una volta che mi viene incollata una cosa sento il bisogno di farne un’altra. Con la recitazione, in Italia mi vogliono far fare troppo spesso la moglie tradita e in Francia l’amante e per questo ho rifiutato dei film. Che magari poi erano belli e mi sono pentita.

Comunque ha lavorato in 69 film. Qual è la cosa più assurda che le è accaduta su un set?
In un brutto film, devo dire, in una scena impugnavo una pistola minacciando qualcuno. E questo produttore che si era improvvisato tale, perché faceva altro nella vita, dopo mi ha confessato che era caricata davvero la pistola, con pallottole vere. Gliene avrei volentieri riservata una.

Ma qual è il segreto dei suoi successi?
Mi impegno. Sempre. Qui in questa casa c’erano delle mattonelle di ceramica con dei disegni in rilievo, e mi ricordo che mia mamma ogni tanto me le faceva pulire e io mi ci mettevo al meglio, angolo per angolo. Quando ero studentessa in autunno facevo dei lavori agricoli, le vendemmie, i pomodori... Mi ricordo che c’erano da una parte gli operai, quelli seri, e poi gli studenti, che tendevano a fare il meno possibile e da cui finivo sempre per farmi odiare perché lavoravo tanto. Ma se non facevo così, non mi divertivo.

Un’altra porta che le si è aperta ultimamente?
Ho scoperto che mi piace insegnare. E anche lì, quando mi chiamano per tenere stage di recitazione ce la metto tutta, mi consumo, e puntualmente i ragazzi mi dicono tutti timidi “signora, possiamo fare una pausa?”. Arrivo alla fine che sono stremata, ma contenta. Mi fa sempre tanta tristezza quando parlo con giovani attori e mi dicono “no, il mio agente pensa che questa cosa possa nuocermi”. Ma come fa un giovane attore a pensare in termini di carriera? Invece di imparare il mestiere, cimentarsi... I critici diranno quel che vorranno, chissenefrega, intanto tu ci hai provato. C’è una forma di innocenza che hai quando inizi a fare questo mestiere. Se non ti metti in gioco e non cambi, se smetti di imparare, rischi di perderla.

Si può davvero evitare di perdere l’innocenza?
C’è un momento... Mi aveva tanto colpito con le mie figlie, mi pare fosse Eugenia. Un giorno le leggevo una cosa bella e mi è venuto da piangere, e lei ha detto: «Perché piangi?». «Perché è bella». «Ma perché piangi se è bella?». E io mi sono resa conto che per un bambino piangere per la bellezza è incomprensibile, si piange solo di dolore. Poi cominciano a piangere anche loro per una cosa bella. È quella la perdita dell’infanzia, il passaggio all’età adulta in cui in ogni piacere c’è un rimpianto, un’eco nostalgica. E sai di non poter afferrare più veramente le cose, per quanto siano belle.

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