Il mese scorso si è trasferito un ragazzo nell’appartamento accanto al mio. Di lui so solo che suona il basso. Più o meno a tutte le ore, tranne quando dorme. Per una manciata di tempo non meglio identificato dall’alba all’una di pomeriggio. Sono le 14, sento che si è appena svegliato, sento il rumore dei piatti e adesso quello della lavastoviglie, poi il suono del metronomo. Tic, tac, tic, tac. È all’inizio di un riff che si aggiunge alla suoneria del mio telefono che squilla. È all’inizio di un giro di blues che inizio la mia intervista a Carla Bruni, scandita da un botta e risposta che rima con i battiti del metronomo. Perché vi sto raccontando questa storia prima di incominciare a scrivere cosa ci siamo dette io e la donna dalle mille vite, mille carriere, mille passerelle e mille palchi calcati? Perché volevo infrangere completamente tutte le regole del giornalismo da manuale, impersonale e oggettivo. Perché oltre al ticchettio del metronomo c’era anche quello delle vene che pulsavano sui polsi attaccati alla tastiera, mentre scrivevo cercando di non perdermi qualsiasi parola mi dicesse. Perché oltre ad aver fatto la storia universale della moda, quella internazionale delle first lady mai esistite, Carla Bruni fa parte della mia storia personale. Del male ai polpastrelli quando provi un accordo per giorni, di canzoni che vorresti saper sussurrare, di french touch che vorresti saper padroneggiare. Finalmente posso chiederle dove si compra quel je ne sais quoi chiamato allure, finalmente posso chiederle come si diventa una chansonnière in jeans e t-shirt bianca, bisbigliando versi mentre fa l’amore con ogni corda della chitarra. Finalmente posso chiederle Quelque chose, qualcosa, come il primo singolo estratto dal suo nuovo album Carla Bruni uscito lo scorso 9 ottobre per Teorema/Universal Music. A tre anni dal disco di cover French Touch, dove con il brano Miss You dei Rolling Stones chiudeva il cerchio della liaison anni Novanta folle e travagliata con Mick Jagger, e 18 anni dopo il debutto nella musica con il tormentone Quelqu'un m'a dit, torna con un disco e una deluxe version di brani originali, di canzoni d’amore “ma non l’amore delle pantofole e pastasciutta eh, quello delle prime 3 settimane in cui non mangi più diventi sempre più magro ma sempre più felice”, di brani cantati in punta di piedi e, allo stesso tempo, con i piedi ben impuntati per terra, “la sensualità mentre canti parte tutta da lì, dal basso”, e di un duetto inedito in italiano con la sorella Valeria Bruni-Tedeschi, “la donna e l’artista più folle, libera, audace e strana che conosca”.

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Modella, première dame, cantautrice. Qual è stata la carriera più difficile?
Tutte e nessuna. Quello di première dame non è stato un mestiere, il lavoro era di mio marito, e non era facile. Io avevo un ruolo di rappresentanza, lo accompagnavo e basta. Prima di allora, avevo accompagnato solo me stessa in giro per il mondo. La vita da modella mi ha riservato cose belle e meno belle, è un mondo che sa essere molto crudele, complicato e brutale. C’è una violenza di sottofondo in questo concetto del “fisico perfetto” che è quasi paradossale, il fascino e la bellezza non dipendono mica dal fisico. Diciamo che la moda è interessante, fare la modella no. È un mestiere che possono fare tutti, non c’è bisogno di studi, di apprentissage, si tratta solo di imparare a posizionarti in un certo modo sulla passerella o davanti all’obiettivo di un fotografo. Veniamo alla musica, è un universo non facile ma meraviglioso. È un mestiere che ami nonostante i momenti difficili, come questo che stiamo vivendo in cui ci è impossibile incontrare i fan sotto un palco. Amo il fatto di poter esprimere finalmente la mia creatività. Se fai la modella, alla creatività ci pensa qualcun altro, tu sei solo la ciliegina sulla torta. Con la musica, invece, faccio tutto io. Com’è che si dice? Me la canto e me la suono?

Un tuo brano s’intitola Voglio l’amore. Quand’è stata la prima volta che l’hai pensato?
L’ho sempre pensato ma l’ho detto a me stessa sul tardi. Da giovane mi dicevo “voglio il successo”, “voglio il desiderio”, “voglio la fortuna”, cercavo altre cose, non l’amore. Ma, sai, quando cresci, capisci che le cose essenziali sono altre. Ci vuole solo un po’ di tempo.

Proprio in questa canzone duetti con tua sorella, com’è stato?
Mia sorella è la donna e l’artista più folle, libera, audace e strana che conosca. Se solo smettesse di parlare sempre di lei e della sua famiglia immaginaria in ogni film che fa, sarebbe ancora più straordinaria (ride). Volevo assolutamente la sua incandescenza nel mio disco. All’inizio ero un po’ restia a cantare in italiano, le dicevo che non ero brava abbastanza, e lei mi diceva “ma sono tutte baaaaallle, canta!”. E poi mi ha confessato, “anch’io voglio l’amore”. Allora era fatta, non potevamo non cantarla insieme.

Cosa succede quando Carla Bruni, Valeria Bruni-Tedeschi e Marisa Borini sono nella stessa stanza?
Un piccolo incendio. Siamo molto italiane, siamo troppo chiacchierone. Ti dico solo che abbiamo passato il lockdown tutte insieme a casa mia, con noi c’era anche la zia Gigi, 95 anni di super donna, non abbiamo fatto altro che parlare tutto il tempo. Pensa la cacofonia in quelle stanze… Credo che mio marito si sia tenuto i tappi nelle orecchie per tutti quei mesi. Tra noi c’è molto amore, molta amicizia, ma anche una sorta di rivalità inconscia. Siamo pur sempre donne, per quanto legate dal sangue e dall’amore.

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Una tua frase famosa è “la monogamia è noiosa”, sei ancora di questa idea? Ascoltando Un grand amour sembrerebbe di no.
Quando ero giovane facevo la furbetta durante le interviste, ero spiritosa. All’epoca lo pensavo, ma non l’ho detto in un modo “femminista” o, almeno, come oggi si intende l’essere femministi. La poligamia per una donna è considerata una cosa da pazzi, mentre se è un uomo a sostenerla allora è un grande! Io credo che abbiamo tutte diritto a essere libere. Poi, avevo 20 anni negli anni Novanta, quando si poteva dire tutto, quando si poteva dire ciò che si pensava. Adesso, soprattutto sui social, tutti si arrabbiano e si indignano qualsiasi cosa tu dica. Da giovane vivevo in un’epoca molto libera, quindi anch’io mi sentivo molto libera. Oggi sono felicemente monogama, amo da morire Nicolas. Preferisco rischiare in altre cose, non con la fedeltà.

Tipo?
Nella musica. Ma anche avere bambini è un bel rischio. La vita stessa è un bel rischio, ma meglio così, sennò sai che noia… Non è che se non rischi allora sarai sempre felice, il dolore così come la fortuna cadono addosso a chiunque, persino ai privilegiati, ai ricchi, ai famosi. Tanto vale rischiare.

Quanta paura avevi di cambiare vita e buttarti nella musica?
Più che altro avevo il desiderio di sorprendere le persone. Avevo paura, sì, ma anche stavolta ho preferito rischiare, non avevo niente da perdere. Il rischio non è fare un errore, il rischio è non fare. Sennò arrivi alla fine della tua vita, fai due conti, e capisci di non aver fatto niente. Nell’errore c’è bellezza, c’è poesia. Chissene di essere perfetti, chissene di chi critica. In fondo, essere criticati è essere considerati.

Canti Secret… Ce ne riveli uno dagli anni Novanta?
Ce n’erano tanti di segreti, mi sembra (ride). Era un’epoca in cui non c’erano cineprese ovunque, in cui nessuno condivideva niente di personale, non c’era quell’”esibizionismo da reality show”, non c’erano famiglie che facevano entrare la gente in casa propria a spiare tutto quello che fanno, cosa che trovo davvero stranissima. Diciamo che il segreto degli anni Novanta era che si potevano avere ancora segreti.

Di solito i titoli degli album omonimi si usano nei dischi di debutto. Questo è un disco più Carla Bruni del solito?
L’ho intitolato così per due ragioni, una più poetica e l’altra più pratica. Quella poetica è che questo album lo sento più vicino a me rispetto a quelli passati, non so perché, non c’è una logica, ma in fondo quando si scrivono canzoni non c’è mai una logica. Il secondo è che non trovavo qualcos’altro di più appropriato. Uscivamo dai mesi pesanti del lockdown, ci siamo fiondati in studio, in 6 giorni abbiamo registrato le canzoni e girato il video, è successo tutto così velocemente che non ho fatto in tempo a meditarci troppo su.

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Guardo i video dei tuoi live e sembra tu faccia l’amore con il pavimento, c’è qualcosa nel modo in cui punti i piedi al suolo che trasuda sesso.
Infatti parte tutto da lì, in basso c’è l’origine del movimento, del modo in cui mi muovo su una canzone. I miei concerti sono fatti di piccole mosse, non di danze, non voglio essere Michael Jackson. Poi, sembrerà stupido e superficiale, ma dipende tutto dalle scarpe che porti. All’inizio mi sparavo i tacchi ed ero costretta a rimanere immobile, con un paio di stivaletti bassi posso appoggiare il tallone e posso essere fiera, sicura di me.

Una volta per tutte, cos’è il french touch?
Io preferisco chiamarlo european touch, latin touch, ma anche italian touch. Siamo popoli molto vicini, soprattutto in questa cosa del “touch” che comunica già concretezza, cultura, eleganza, sostanza, caratteristiche proprie delle donne francesi ma soprattutto italiane. Siamo l’incarnazione di un’eleganza semplice e tranquilla, direi una “femminilità anziana” come sinonimo di saggezza, libertà e potenza.

Secondo te il mondo della moda è stato troppo lento ad accogliere il movimento body conscious?
È stato lento se uno guarda alla velocità supersonica a cui va di solito. Per certi versi sarebbe dovuto essere un po’ più precursore, però se pensi a Jean-Paul Gaultier, negli anni 90 faceva già sfilare modelle scovate per strada, in metropolitana, di tutte le età e fisicità. Bisogna capire che la moda è un commercio che funziona sotto certe leggi, non sempre in totale libertà creativa. E solo adesso il pubblico è pronto ad accogliere volti e corpi che non rispettano vecchi codici di bellezza che c’erano in passato.

Ti rivedremo mai d’oro vestita come due anni fa in passerella per lo show in onore di Gianni Versace?
Ho adorato salire in passerella con le ragazze. Ragazze… Che dico, donne. Il tempo delle ragazze è finito. Se mi immagino in passerella adesso mi sentirei ridicola, mi vergognerei a stare vicino a delle “colleghe” che potrebbero essere le mie bambine. Credo che la luce della passerella sia fatta per la giovinezza, è il turno di qualcun altro, il mio lavoro lì è finito. E poi non riuscirei a sfilare come si usa adesso, sembrano tutte dei militari. Noi camminavamo con i seni, con le spalle, con i fianchi, eravamo donne, non ragazze.

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