Storia di John McEnroe, la prima rockstar del tennis a cui si perdona tutto

Foto-racconto del campione mancino americano, anno dopo anno, tutti vissuti pericolosamente.

new york   circa 1983 john mcenroe of the united states reacts during a match in the mens 1983 us open tennis championships circa 1983 at the national tennis center in the queens borough of new york city photo by focus on sportgetty images
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Ci sono campioni a cui si perdona di tutto. Qualunque cosa. Scorrettezze, parolacce, presunzione. Ma è un privilegio riservato a pochissimi nella storia, probabilmente si contano nelle dita di una mano. Uno di questi è senza dubbio John McEnroe, uno dei tennisti più famosi di sempre, uno dei mancini più sublimi mai visti su un campo da tennis. John era soprannominato l’antipatico, mancava di rispetto ad arbitro e avversari ma quando toccava la pallina sembrava Rudolf Nureyev al Bolshoi. Un angelo caduto dal cielo. Ma non solo. Aveva una faccia da schiaffi che unita al suo talento fuori dal comune lo rendeva addirittura sexy. Basta chiedere a Tatum O’Neil, figlia di Ryan (il protagonista Love Story), che lo ha sposato nel 1986 dandogli tre figli. O della compagna Patti Smyth da cui ha ne ha avuti altri due.

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Mac è stato la prima rockstar del tennis. Ha fatto irruzione in un club per gentleman e lo ha lanciato nell’universo della cultura pop. Ma è stato anche un eroe solitario che ai giornalisti diceva: "Sul campo sei solo. Mi chiedono perché mi arrabbio così tanto: la solitudine in campo è una delle ragioni principali. Sentirmi solo, allo sbaraglio". Si restava estasiati da quel suo tocco ai limiti del divino. E per questo, come detto, gli si perdonava tutto. Comprese le sconfitte. La più famosa e fragorosa di tutte è stata la finale di Parigi contro Ivan Lendl nel 1984. Ebbene in quel match, vinto dal cecoslovacco dopo un’estenuante battaglia, Big John giocò i due set (i primi due) più sontuosi della storia di questo sport. Un cantico, un affresco, una poesia che raramente si sarebbe vista in un campo da tennis. Sì, è vero, direte voi: e Roger Federer? Vent’anni dopo sarebbe diventato lui il più grande di tutti, dipingendo tennis come opere d'arte. Ma è altrettanto vero che nessuno ha suscitato più emozioni contrastanti del campione americano, che giocava sfidando ogni regola dello stile, dell'educazione e della tradizione. Una vita sempre in direzione ostinata e contraria, direbbe Ivano Fossati. “Che mi amiate o che mi odiate, spero che a ripensarci sentiate di aver avuto quello per cui avete pagato”, diceva.

John McEnroe e Tatum O’Neal nel 1992
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Non era perfetto come Re Roger, non colpiva il dritto e il rovescio come lui, ma il suo modo di lambire la palla aveva qualcosa di magico, di misterioso e imperfetto. Mai visto un serve and volley tanto celestiale quanto inesatto. E proprio questa sua unicità, questa magica imperfezione lo hanno reso unico e irripetibile. Qualcosa che per certi versi lo avvicina a Diego Armando Maradona, genio e sregolatezza per antonomasia. Anche il campione del Napoli infatti non rispettava i canoni classici dell'atleta, non calciava il pallone secondo "le regole" eppure faceva cose da extraterrestre. Proprio come John, che è nato a Wiesbaden nell’allora Germania Ovest (suo padre era un militare americano della United States Air Force) il 16 febbraio 1959, esattamente 62 anni fa. Ma è cresciuto a New York, nel Queens. Ha iniziato a giocare a tennis all’età di 8 anni iniziando una carriera quasi mitologica. McEnroe, che oggi fa il telecronista per NBC e CBS negli Stati Uniti e per la BBC nel Regno Unito, detiene ancor oggi il record per il maggior numero di titoli vinti nell'Era Open: 155 fra singolare (77), doppio (72) e doppio misto (1). Ha conquistato tre Wimbledon, quattro Us Open, tre edizioni del Masters, restando per ben 170 settimane il numero uno del mondo (il settimo all-time).

Bjorn Borg e John McEnroe nel 1981
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Ha sfidato i campioni di diverse epoche: da Jimmy Connors a Andre Agassi, da Vilas a Pete Sampras. Ma leggendaria è stata la sua rivalità con Björn Borg, raccontata anche al cinema nel film Borg McEnroe di Janus Metz (Mac era interpretato da Shia LaBeouf ). I due si sono sfidati 14 volte dando vita a uno dei dualismi più appassionanti nella storia di tutto lo sport. Due parallele che si incontrano. Attacco contro gioco da fondocampo, indole estroversa ed impulsiva contro carattere mite e schivo, fascia sui capelli ricci e castani contro fascia sui capelli lisci e biondi, Sergio Tacchini contro Fila.

Sono passati 44 anni dal giorno in cui McEnroe appena 18enne e ancora dilettante balzò agli onori della cronaca per essere entrato nel tabellone principale di Wimbledon arrivando fino alle semifinali. Raramente si era vista una cosa del genere prima di allora. Eppure proprio in quei primissimi anni, il padre di John faceva di tutto per attirare l’attenzione su quel suo gioiello che sembrava baciato dagli dei. "Avete mai visto mio figlio in campo?”, chiedeva ai giornalisti sugli spalti e in sala stampa. “Andrà anche al Roland Garros, e poi a Wimbledon. Keep an eye on my boy, please". Tenetelo d'occhio, per favore. Aveva decisamente ragione.

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