Sull'innocenza di Alex Schwazer una certezza, profondamente triste c’è: nessun risarcimento è possibile

Il Tribunale di Bolzano gli ha dato ragione: il processo per doping del marciatore è archiviato. Ma ora, cosa rimane?

italys alex schwazer, gold medalist of the mens 50 km walk at the 2008 beijing olympic games, answers journalists questions on august 8, 2012 in bolzano during his press conference after he failed a doping test for using the blood boosting agent erythropoietin epo and being banned from italys 2012 london olympics delegation afp photo  pierre teyssot        photo credit should read pierre teyssotafpgettyimages
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C’è un così profondo senso di sconfitta nella sentenza del tribunale di Bolzano che ribalta quella precedente, quella che condannava Alex Schwarzer, oggi trentacinquenne, alla colpevolezza per doping, chiudendogli di fatto la carriera con una squalifica fino al 2024. Secondo il giudice Walter Pelino "non ci sono particolari dubbi sul fatto che i campioni di urina furono alterati per far risultare positivo l’atleta". Era il 2016 e le imminenti Olimpiadi di Rio lo videro spettatore. Chissà poi se quella che era la sua gara la guardò. Poco importa ora. La sua disciplina: 50 chilometri devastanti in una progressione costante di passi in cui l'atleta deve mantenere sempre il contatto con il terreno, almeno con uno dei due arti inferiori. Deve essere una fatica inimmaginabile. Sudore e lacrime. Quelle che non ha più potuto versare con le scarpette ai piedi, impegnato a provare a spiegarsi, ad affermare da subito la sua innocenza, fuori e dentro le aule dei tribunali. Lasciato solo. Abbandonato e pubblicamente ritenuto colpevole. Da una grandissima fetta dell’opinione pubblica, colleghi e istituzioni.

Da ieri però Alex è tornato innocente “Archiviazione per non aver commesso il fatto”. Ma chi lo ha incastrato? Chi ha manipolato, giocato con la sua carriera? Con la sua vita?

Nel frattempo – per dover di cronaca - la Wada, l’agenzia mondiale antidoping si dice “inorridita dalla sentenza e di essere pronta ad azioni legali”.

La sentenza in sé certo riabilita l’atleta, il marciatore e in primis l’uomo.

Alex Schwarzer lo ha dichiarato: “È la mia vittoria più grande, più dell’oro di Pechino. Lì sapevo cosa mi aspettava, ero allenato per lo sforzo, mentre nei tribunali sono un pesce fuor d’acqua. Tutti pensano che ho lottato perché volevo tornare a marciare. La vera molla era dimostrare la mia innocenza”.

Ma questo può bastare? Ci accontentiamo di tifare per la sua possibile partecipazione alle Olimpiadi di Tokyo 2021 (e immaginiamo che a quel punto “il carro dei tifosi non avrà alcun posto libero”)?

Se guardiamo indietro, a questi anni, al tempo e alle gioie perdute, alla fatica sprecata, al senso kafkiano della giustizia, al dubbio che verranno fatti, trovandoli, nomi e cognomi dei colpevoli, al silenzio assordante delle istituzioni, tutte, dal primo all’ultimo giorno, alle accuse che gli sono state mosse, feroci: non ci sentiamo smarriti? Non avvertiamo un senso di frustrazione che non potrà essere mai risarcita?

Forse è stato facile - o molto comodo - pensare “Se lo ha fatto una volta, perché non dovrebbe rifarlo”. È nel 2012 che Alex ammette - in una conferenza stampa umanamente devastante - di aver fatto uso di doping. “Sono contento che è finito tutto così forse ora posso tornare a una vita normale”. Disse tra le lacrime. Quella vita normale forse ha dato fastidio a qualcuno. Forse la scelta di tornare ad allenarsi con Sandro Donati, paladino dell’antidoping non è piaciuta. Forse. Una certezza, profondamente triste c’è: comunque nessun risarcimento è possibile.

Se vogliamo imparare qualcosa da tutto questo allarghiamo il nostro sguardo e smettiamola di puntare il dito. C’è un altro campione fermato per doping che da sempre proclama la sua innocenza, il motociclista Andrea Iannone. Sospendiamo il giudizio. E facciamo il tifo perché la sua innocenza sia vera. E quindi poi riconosciuta.

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