#Sanremo2021 Come rendere vivo uno spazio vuoto

Note dalla prima serata: una scenografia per rendere enorme e caldo un luogo (apparentemente) vuoto. E Fiorello e Matilda a riempirlo, in modo eccelso.

Si è rischiato di non metterlo in scena quest’anno il Festival di Sanremo. E quando è diventato un sì - con tutte le professionalità coinvolte che per mesi hanno lavorato nell’incertezza della presenza o meno del pubblico in sala - le domande si sono moltiplicate sul tema: ci sarà una platea viva? Saranno congiunti? Figuranti? Li metteranno su una nave da crociera? Come si può fare uno spettacolo di quattro ore e più per cinque serate con l’assenza di una platea pagante o imbucata? Come sarà possibile riempire quel vuoto visivo e vociante? Che ride alle battute. Che si agghinda per l’occasione. Che si emoziona. Che restituisce - nella tradizione sacra della frontalità del palco - il senso di una performance o della propria esibizione? Ebbene, la risposta - per nulla scontata - è che si può fare, è difficile, tanto, ma si può fare. Laddove c’è il talento. E ieri sera all’Ariston questo è andato in scena. Uno spettacolo televisivo bello, emozionato, fiero. Nonostante l’oggettiva difficoltà di non avere reazioni dal vivo (in questo sono venuti in soccorso gli applausi registrati). È la prima volta in cui lo show nazionalpopolare per eccellenza va in onda senza la reciprocità del pubblico. Questa difficoltà, nel “leggere” dietro questo Sanremo non la dobbiamo dimenticare mai. E anche nel leggere i numeri.

Jacopo M. RauleGetty Images

Le poltrone vuote - immagine iconica indimenticabile di questo Sanremo 2021 - diventano l’interlocutore vivo per le parole di Fiorello, immenso nel suo modo unico di sentire il palco e di stare al fianco del “suo amico Ama”. Lo prende letteralmente per mano, coprendo il vuoto della busta con il risultato della prima votazione dei Giovani (passano a venerdì Folcast e Gaudiano, ndr) che non vuole arrivare. Corrono come due ragazzini tra le poltrone, a cui prima si era rivolto, a modo suo “Il mio pubblico questa volta siete voi. Io voglio parlare con queste poltrone. È la prima volta che vedete il Festival, di solito vedete solo la parte peggiore dell’essere umano sopra di voi… e poi continua “Le poltrone vanno occupate con il cervello, non con il culo…” citando così Carla Fracci (che farà pervenire i suoi ringraziamenti) e regalandoci una suggestione tutt’altro che scontata. Gioca con le poltrone anche Matilda De Angelis, sorpresa assoluta della serata: 25 anni, leggera e solare in ogni outfit, con una disinvoltura che pochissime altre volte - a memoria non me ne viene in mente nessuna - si è vista sul Palco dell’Ariston. “Buonasera poltroncine! Buonasera pigiamini a casa. Questo palco ti fa dimenticare tutte quelle cose che sai fare, anche quelle basiche, come produrre saliva”. Non solo si ricorda di produrne e respirare, ma presenta, fa da spalla, lancia le esibizioni - Max Gazzé con la Trifluoperazina è più di uno scioglilingua - ma non sbaglia (non eravamo abituati). Canta anche una Ti lascerò scendendo dalle scale (le mitiche scale dell’Ariston, avremo modo di parlarne questa settimana, ndr) in duetto con Fiorello, che chiude così “Cosa dobbiamo chiedere ancora a questa ragazza?”. Magari riaverla per tutte le sere. Ci verrebbe da dire. Non sarà così. È Ibrahimovic con le sue “Regole di Zlatan” l’ospite fisso. Quello che gioca - di scrittura degli autori - a fare il duro, “dettando le regole al Direttore Artistico”. Primo ingresso in scena freddino, poi si scioglie e si diverte anche. Fa il suo. L’inquadratura al fianco di Matilda è da scatto definitivo.

Matilda De Angelis in Prada, orecchini Pomellato, Zlatan Ibrahimović in total look Dsquared2
MARCO RAVAGLIGetty Images

“È il Festival più difficile di sempre” ha detto un Amadeus emozionato, ma sempre rassicurante in apertura - e durante tutta la prima serata - , si fa il segno della croce entrando, “il cuore batte più forte dell’anno scorso”. E vale per tutti i reparti della macchina Sanremese, operativa in riviera dagli inizi di gennaio. Cominciando con riunioni e incontri ad agosto.

“La scenografia quest’anno è la più bella di sempre” mi ha raccontato qualche giorno fa Stefano Vicario - e poi la abbiamo vista tutti - il regista di questo Festival (è alla sua sesta volta qui, le precedenti con Paolo Bonolis e Gianni Morandi, ndr). “La verità è che in generale affrontare un Festival dentro l’Ariston e voler innovare è come mettere novità dentro un cinema di provincia. Quest’anno lo sforzo immenso di tutti è stato quello di creare un’atmosfera calda per i telespettatori a casa, raccontando ciò che accade, ma senza dimenticare le poltrone vuote. Perché noi non siamo avulsi dalla realtà. Chiamo in causa le poltrone quando sono citate: vogliamo documentarla l’assenza, ma per darne conto, non per far sentire la desolazione. Ciò che abbiamo molto chiaro è che dobbiamo parlare al pubblico a casa e fargli sentire calore. Perché quel palco pulsa, parla, suona, canta, vive”. La scenografia - firmata da Gaetano e Chiara Castelli - (Gaetano, il papà al suo diciannovesimo Festival e Chiara al suo quinto, eccellenze italiane anche all’estero, firmano infatti la scena del Moulin Rouge, ndr) è un capolavoro - lo possiamo dire - di visione e profondità. È avvolgente, fa sembrare quel palco enorme, ma insieme fa sentire vicini, da un senso di unione. Proprio ora che ne abbiamo tutti così bisogno.

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“Vedere quanta poesia c’è in un’idea che diventa realtà è la cosa che amo di più del mio lavoro”. Sono le parole di Chiara Castelli, che dopo 50 giorni di montaggio del palco oggi può essere spettatrice come noi: “Vedere la scena animarsi e prendere vita mi emoziona, mi riempie il cuore, anche perché quest’anno è stato tanto particolare e difficile, quanto speciale. Abbiamo lavorato nell’incertezza, ma uniti, in un modo che mi commuove”. Una commozione che sa di fatti: una scena di ispirazione teatrale giocata tutta sulla prospettiva, una scala tridimensionale con due scale laterali che permettono un’ascesa coreografica. 600 metri quadrati di schermi, 500 metri quadrati di palco, 400 metri quadrati per l’orchestra, strutture alte 11 metri.

E, per chiudere con il tema da cui siamo partiti, il talento, “non sarà una signora”, ma Loredana Berté ne ha sempre e ancora. Da vendere. Achille Lauro - istrionico e ormai ipercitazionista - può fare di più.

Achille Lauro look + makeup Gucci
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