Claudia Potenza, la magia dei polpi e i veri segreti di una mamma del sud

In arrivo con la seconda stagione de La compagnia del cigno di Ivan Cotroneo, l'attrice mezza pugliese e mezza lucana, racconta la sua infanzia e com'è cambiata quella dei suoi figli.

claudia potenza
Maddalena Petrosino

Si sente una privilegiata perché parla da Madrid. «Mi sono resa conto della mia fortuna quando mi sono ritrovata al gate di imbarco in un aeroporto semideserto». Sono tempi in cui anche andare a trovare le adorate nipotine in Spagna rappresenta un esotismo, anzi una trasgressione. Però coi tamponi prima, i tamponi dopo e una villa fuori città lontana dagli assembramenti è stato possibile spezzare l’incantesimo e dopo un anno Claudia Potenza è riuscita a ricongiungere i cuginetti.

Di sicuro i suoi bambini Gabriele, 10 anni, e Nina, 3, ringraziano, perché non è stato facile lo scorso anno di pandemia e non si sta rivelando facile nemmeno questo. E sì che col suo ruolo come Nico, madre di Sofia e di Scheggia ne La compagnia del cigno diretta da Ivan Cotroneo e di cui arriva a metà aprile la seconda stagione, di prove come madre (single) ne deve superare parecchie. «Ivan mi ha chiamato che ero incinta di Nina, mi mancava un mese al parto. Mi ha proposto la parte in un bel bar di Roma Prati, dicendomi che per questa mamma indipendente pugliese che si fa un mazzo quadrato aveva pensato solo a me». Poteva dirgli di no?

Claudia Potenza e Chiara Pia Aurora in una scena della seconda stagione de La compagnia del cigno, dall’11 aprile su Rai1.
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Metà pugliese, come suo marito (l’avvocato Domenico Chiarello), e metà lucana: quanto le interessa che anche i suoi figli siano “gente del Sud”?
I bambini devono essere coscienti delle origini dei genitori: serve per allargargli lo sguardo e la prospettiva. E io di Sud ne ho assorbito tanto. Mi sono trovata ad assistere alla trasformazione di Matera, che è passata da essere inesplorata a patinata. Sono felice che sia cresciuta, ma mi tengo strette le sensazioni di quando giocavo tra i sassi con i miei cugini perché mia nonna abitava lì, e le case erano così povere che avevano mezza luce per sbaglio. Ma andavi al belvedere e ti ritrovavi questa cosa che toglieva il fiato, una Palestina, davanti. E ho un altro ricordo indelebile, io a Manfredonia, al liceo classico. La mia aula per molti anni è stata sopra degli scogli, a 5 metri dall’acqua. Mentre c’era lezione, sentivo sbattere i polpi, lo sciabordio dell’acqua, il mare agitato. Il mare che sentivo anche da casa mia, la notte, mentre ero a letto, al di là della ferrovia, a 70 metri da me. E la casa era quella in cui gridavo «Mamma vado giù» e il giù era l’atrio, dove giocavo a pallone, sudavo e a un certo punto venivo presa per la felpa per farmi tornare su.

Claudia Potenza nello spettacolo teatrale Taddrarite
PINO MONTISCI

A Roma oggi al massimo i bambini si portano al parco e si marcano a vista, o no?
Eh, direi che è un altro contesto. Magari in provincia è diverso, ancora. Un tempo certe cose ce le sognavamo, oggi gli stimoli sono molti di più, però non bastano e si vede ora, col Covid e i bambini a casa senza potersi incontrare tra di loro.

Qual è l’avventura per eccellenza, per un bambino?
Di sicuro viaggiare, ed è ciò che più vorrei donare ai miei figli, appena si potrà, come si potrà. E non andando per forza chissà dove, ma ci vuole sia un po’ di zaino in spalla, sia un po’ di comodità… Con un bambino piccolo come Nina è faticoso e ci si stanca, ma non me ne frega niente, è troppa la sete di conoscere l’altro.

Se non ci si può muovere da casa, come si fa a buttarsi in un’avventura?
Con la musica. Per me è un veicolo insostituibile, in casa c’è sempre musica, da Nina Simone alla classica. Purtroppo ho abbandonato il pianoforte ma mia sorella è cantante lirica, e al mio matrimonio ha cantato Hallelujah di Leonard Cohen accompagnata dai musicisti che fanno Sofia, mia figlia, e il suo fidanzato nel Cigno. Mi piace moltissimo che Gabriele abbia imparato come prima canzone a memoria A mano a mano interpretata da Rino Gaetano. Mi piace che sappia chi sono i Queen, chi è De Gregori. E poi ci sono delle cose che mi insegna lui, una serie di rapper. Per l’anno prossimo, inizia le medie, l’ho iscritto alla sezione musicale. Vorrei che associasse la musica alla scuola, non per forza all’evasione.

E a Nina canta la ninnananna?
No, l’ho fatta addormentare spesso con la musica ma non cantata da me. La selezionavo su un qualsiasi dispositivo. Le ho anche preso un lettore cantastorie, lei ha ascoltato un po’ poi ha detto: «Basta favole, voglio questo». E ha messo su Mozart. Anche se una delle sue musiche preferite è Mamma Maria dei Ricchi e Poveri. E le piace Raffaella Carrà. Che piace anche alla nostra adorata tata indiana del Kerala, con cui abbiamo uno scambio culturale molto attivo: io le chiedo ricette, musiche e di insegnarmi un po’ la lingua del suo Paese, lei si è buttata su tutti gli album della Carrà che ora canta in italiano.

Mi racconti un’avventura di uno dei suoi figli.
Gabriele ha una passione, gli animali. Ma non per dire, noi diciamo che è il nipote di Piero Angela, sa tutto di animali, legge e si documenta, chissà se ne farà un lavoro, in qualche modo. Un’estate eravamo andati in Grecia e dall’inizio della vacanza ha iniziato a dire che voleva pescare un polpo. Ma niente. Era frustratissimo. L’ultima sera ci siamo vestiti per andare a cena in paese, in un locale molto carino. Poi è andato con suo padre a fare una passeggiata nel porticciolo e non li ho visti più. Finché sono tornati, li ho scorti da lontano, mio marito con una fisicità normale, e accanto un omino più piccolo con una cosa scura nelle mani, entrambi gesticolavano e poi si sono avvicinati e Gabriele ha detto: «Mammaaaa, guarda cosa ho preso». Aveva un polpo vivo gigante tra le mani. L’aveva visto nell’acqua, nell’oscurità, e si era ingegnato a prenderlo, non sappiamo come. Da bianco Gabriele era diventato nero di inchiostro ma era trionfante, si faceva fotografare coi bambini del posto e il polpo. Mi ha chiesto: «Sei fiera di me?». E io che gli avevo detto «Guarda sei tutto nero!» mi sono pentita e commossa. Quella maglia e quei pantaloncini li ho lavati per togliere l’odore ma lasciando le macchie, sono in casa conservati in una busta, come un trofeo.

Lei ha interpretato l’integerrimo ispettore capo Vanessa nella serie Non mentire, e Rosa Russo, la moglie del boss camorrista “O’ Malese” ne Il clan dei camorristi. Come spiega ai suoi figli il bene e il male?
Sono concetti che non si spiegano a priori. Ci sono compagni di Gabriele che hanno accesso a videogiochi in cui i personaggi uccidono, si prostituiscono, spacciano, giocano d’azzardo... Se lui mi chiede di cosa si tratta, glielo spiego. Se mi chiede se ci può giocare, gli faccio capire che il male non è solo nelle realtà a cui si riferisce il videogame, ma anche nell’immedesimarsi in quella roba a livello virtuale, o realizzare passatempi simili, sapendo che qualcuno di molto giovane ci passerà le sue giornate.

Claudia Potenza in una scena del film Troppa famiglia, diretto da Pierluigi Di Lallo, presto al cinema
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L’insegnamento a cui tiene di più?
C’è una cosa che ritengo fondamentale: non si punta il dito su niente e nessuno. È un obiettivo molto complicato per noi esseri umani, che critichiamo tutti i giorni e in ogni momento. Ma cerco di far capire che osservare gli altri è solo una grande distrazione, come accade nelle gare di corsa. Piuttosto che guardare a destra e a sinistra, meglio guardarsi molto dentro.

Ha la sensazione di cavarsela, come madre?
Credo che uno possa fare, possa fare... Ma poi c’è un fattore x al quale ti devi affidare, tanto da genitori si sbaglia sempre. Cerco di essere sincera, quello sì. I bambini non sono scemi, esattamente come il pubblico: sono “non scemi” nello stesso modo. A volte vuoi fregare il pubblico con uno spettacolo, o un bambino perché non dici la verità. Ma, come il pubblico quando fai arte, i bambini quando gli parli hanno un acume molto più sviluppato del tuo. Un’intuizione senza filtro, pulita, secca, acuta e diretta. Lo sanno, se li stai prendendo in giro, a tre, a due anni. Alcuni mantengono questa facoltà anche crescendo e i genitori possono fare tanto per coltivarla. Scatenando la curiosità.

Tornando ai videogiochi, è in quei mondi il nuovo orizzonte delle avventure dei bambini?
Non sono una che li vieta, anche se sono molto attenta ai tipi e ai tempi di utilizzo, perché per decidere se sì o no devi conoscere il di qua e e il di là. E poi con la reclusione da pandemia qualcosa devi concedere. Ma d’altra parte credo stiano creando un’alienazione, un mondo parallelo che può diventare pericoloso: bisogna stare sul filo e tenere i figli bene con sé, chiedendo rispetto dei tempi e dei modi stabiliti.

Conosce altri spazi liberi per divertirsi anche da fermi?
Il gusto. Sono fiera che ogni membro della mia famiglia, compresa la piccolina, si lanci a sperimentare tutto. Lo scorso Capodanno, chiusi a casa noi quattro, abbiamo deciso un menù indiano. Era bello guardare le facce mentre passavano dal piccante, al non piccante, al chi lo sa!

Qual è il tempo più adatto all’avventura?
Giorni fa ero da un’amica, sentivo sua figlia e la mia giocare: «Facciamo che ero»... È una frase che mi commuove. Quell’imperfetto è meraviglioso, indica un mondo pre-realtà che viene incredibilmente tramandato da bambino a bambino, da generazioni, senza che importi quanto futuribile sia il mondo in cui viviamo.

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