C’è un momento preciso, nella puntata di A modo mio – programma targato Rai 3 andato in onda qualche anno fa – in cui vediamo un bambino con i capelli biondi che nella piazza del suo paese, Lugo di Romagna, sta cantando al karaoke “C’era un ragazzo che come me amava i Beatles e i Rolling Stones”. Stringe il microfono in mano e ogni tanto stona un po’, ma la sua padronanza sul palco è totale. Non è un bambino, ma una bambina che, quando Franco Migliacci scrisse quella canzone per Gianni Morandi nel 1967, non era ancora nata. È Silvia Calderoni, oggi un’attrice, una performer e un’autrice “oltre” – oltre ogni schema, barriera, regola, sessualità, omologazione – che sempre in quel programma racconta un altro episodio in qualche maniera simile, quando, sempre da piccola e sempre su palco, diverso però, fu mandata a consegnare un mazzo di fiori a Fiorella Mannoia dopo un concerto. La cantante la ringrazia davanti a tutti chiedendo al microfono questa frase: “come si chiama quel bel bambino?”. Per un attimo, Silvia resta congelata, fa di tutto per non piangere nonostante le sia capitato spesso di essere scambiata per un maschio, “ma mai in maniera così plateale” – ci conferma quando la incontriamo – “mai davanti a così tanta gente”. “Il problema - continua - non era mio, perché mi accettavo, ma non volevo che lo diventasse per le persone che amavo”. Una frase che tante persone come lei, in situazioni uguali o al contrario (un bambino che viene scambiato per una bambina), hanno provato fin troppe volte, soprattutto in passato, ne sono rimaste ferite ognuno in maniera diversa, ognuno nell’indifferenza totale o quasi, “tanto - hanno detto o pensato in molti ignorandone le conseguenze - è solo una frase: che male c’è?”. Il male c’è stato eccome e non tutti hanno avuto la possibilità o il coraggio di riuscire ad essere se stessi. Da allora (erano gli anni Novanta), tanto – o forse no – è cambiato e Silvia, classe 1981 – simbolo di molte e molti come lei - è diventata ancora più forte di quello che era, si è accettata completamente, crede che la questione del definirsi sia “diventata necessaria per l’esterno” – come ci spiega – “e anche come forma di autodeterminazione”. “Non amo definirmi – precisa - ma ho imparato a tenere in movimento questa definizione in base alla quale sono donna, sono fluid, sono lesbica, sono tutte queste cose insieme, forse meno, forse di più. Di sicuro, cerco una definizione diversa rispetto a come sono e a come cambio quotidianamente. Le definizioni sono uno strumento molto utile come forma politica di autodeterminazione, ma allo stesso tempo non bisogna rimanervi intrappolati e sentirsi invece libere di inventarne di nuove. La cosa che auspico? È che ci sia sempre un’accettazione dall’esterno di nuove definizioni, che non ci siano forme di resistenza. Dobbiamo imparare ad accogliere anche forme, definizioni e parole che ci sembrano lontane da noi. È un esercizio che sarebbe molto bello che lo facessimo tutte e tutti”.

foto di LUCA GRILLO / @silviacalderoni @lailluminati.it

Protagonista del teatro, interprete principale della compagnia Motus, Premio Ubu nel 2009 come migliore attrice under 30, Silvia Calderoni ha sempre avuto coraggio e nonostante tutto, “un’infanzia caratterizzata da stranezza, ambiguità, ma molto, molto bella”, ricorda emozionandosi. “Vivevo in una comunità in cui mi sentivo molto a mio agio e il coraggio - continua - è diventato per me una necessità per stare in comunicazione con il mondo. È più semplice, certo, se arrivi da una terra fertile, ma ci può essere anche un atto di reazione rispetto a una condizione in cui non sei a tuo agio. Questo non vuol dire che la mia vita sia stata sempre rosa e fiori. Anni fa, ad esempio, sono stata aggredita in un locale pubblico. Nel momento in cui l’aggressione è diventata fisica, mi sono paralizzata. Ho avuto paura”. A quella ne è seguita un’altra verbale avvenuta la scorsa estate quando partecipò per Cheap - un progetto di arte pubblica di Bologna fondato da sei donne che gioca sulla sovversività dell’arte negli spazi pubblici - alla campagna “La Lotta è Fica”, incentrata sul tema del femminismo che interseca quello dell’antirazzismo. In uno dei 25 poster affissi per la città, c’era lei ritratta in nudo integrale in cui ha sei capezzoli assieme allo slogan “Così è (se mi pare)”. Da lì, accuse, critiche e body shaming di ogni genere, da Mario Adinolfi alla senatrice leghista Borgonzoni. Esemplare è stata la sua risposta via Facebook, che ci ripete a voce: “Il body shaming è una pratica pesante da subire, vi propongo dunque, sulla base di questa esperienza, di non rispondere con la stessa moneta. Vi propongo d’essere sempre favolose, con i corpi, con i pensieri, con le tastiere, con le azioni. Vi propongo di immaginare paradossi, nuove lingue e disequilibri continui. Questo non vuol dire che non sto affilando le mie unghie. Ma che intanto che le affilo, gli passo anche una mano di smalto glitterato”. L’ironia che salva, ma soprattutto l’intelligenza e il capire quando l’altro quell’intelligenza non ce l’ha. La “favolosità”, come la chiama lei, può essere quindi una soluzione di vita da usare per tradurre una forma di reazione. “Mi piace anche l’eccesso nel produrre risposta”, aggiunge. Oggi i prevaricatori li “sbrana” e porta agli estremi questa pratica in Non mi uccidere, il nuovo film di Andrea De Sica prodotto da Warner Bros e Vivo Film (potete vederlo on demand su diverse piattaforme), un thriller romantico con una forte componente soprannaturale ispirato all’omonimo romanzo di Chiara Palazzolo pubblicato da Sem Editori. Silvia interpreta Sara, una ragazza che appartiene ai “sopramorti”, la schiera dei giovani morti di morte violenta che si sono lasciati alle spalle qualcosa di irrisolto e che tornano tra i vivi sotto forma di creature che si nutrono di carne umana. Quando hanno fame, lo si percepisce dal colore dei loro occhi. Nel mondo reale, quelli di Silvia cambiano in base alla luce, variano da un chiaro uno scuro che disorienta e attrae e sono pieni di vita, passata e presente, ma ricchi anche di quella che deve ancora venire. Molto vicina a tematiche più che mai attuali e che, purtroppo, non hanno ancora una soluzione - (“Una legge contro l’omotransfobia? È una questione che non dovremmo neanche porci, perché dovremmo già averla. Diventa necessaria quando viene ostacolata. Non è solo per la comunità LGBTQI+ ma per tutti, perché riguarda tutti”) – ha una corazza forte e sensibilissima insieme. “Nei nostri guardaroba, ci dice, abbiamo imparato a collezionare moltissimi tipi di corazze che in diverse situazioni dobbiamo sfoggiare, ma le stesse ci hanno anche plasmato. Quando ero più piccola, avevo necessità di indossarle, ma adesso riesco ad essere al mondo in un certo modo, a modo mio, e delle corazze riesco felicemente a farne a meno, arrivando anche a stare nuda. La mia vita è un punto di forza, ma da intendere come morbidezza, non solo passività, non certo la chiave dell’aggressività che rende qualcuno in una posizione attiva”.

foto di LUCA GRILLO / @silviacalderoni @lailluminati.it

Fisico androgino unito ad una dolcezza e movenze femminili, nell'adolescenza si sentiva diversa dalle sue coetanee che vede nello spogliatoio di atletica, alle quali crescevano i seni e si ammorbidivano i fianchi. Non ha fortunatamente percepito come un difetto il suo modo di essere non comune, grazie all'aiuto del teatro, in cui ha cominciato a lavorare a diciassette anni. Il corpo è stato per lei (sin da quando recitava nella Compagnia del teatro Valdoca) ed è sempre un manifesto su riflessioni pubbliche, arte e identità, “è un manifesto politico”, aggiunge senza troppi fronzoli. Da qualche anno il suo, più che vestito, è entrato nell’universo di Alessandro Michele, il direttore creativo di Gucci, che oltre renderla protagonista delle sue collezioni ispirate alla fluidità di genere, ne ha fatto l'interprete della mini serie web Ouverture of Something that never ended, diretta dal regista Gus Van Sant. “Un regista come Gus l’ho sempre ammirato, anche perché riesce a creare dei micro dettagli e gesti, ha una gran cura nel mettere a proprio agio davanti alla camera che è un po’ difficile quando c’è del verosimile in campo”. “Ale – aggiunge - è un visionario, un artista che immagina e crea, e nel creare fa un mondo, non solo abiti. Umano e immaginifico, mi sono contaminata del suo immaginario, ma ha a sua volta in sé il desiderio di farsi contaminare dagli altri e questo è chiaro nel suo manifesto artistico. C’è realtà e finzione, non inizia l’uno e finisce l’altro, ma vanno paralleli come i binari di un treno, entrambi necessari per farlo andare avanti”. Ci sono entrambi, treno compreso, al Pigneto, il quartiere dove Silvia ha deciso di vivere con la sua compagna, “un quartiere, ma soprattutto una comunità, una forma di non famiglia e della mappatura di affetti che vi si intersecano: non ti fa sentire mai isolata, perché hai sempre qualcuno vicino che c’è”, spiega, ricordando “le grandi relazioni che ci sono in quella zona di Roma come racconta anche nel bel doc Linfa realizzato da Carlotta Cerquetti, un film a cui è molto legata come La leggenda di Kaspar Hauser di Davide Manuli, il primo da lei interpretato a cui è seguita la parte della donna-lupo in Romolus, la serie Sky diretta e creata da Matteo Rovere. In attesa di incontrarla di nuovo dietro una consolle (perché ha fatto anche la dj animando a suo modo indimenticabili serate, tra gli altri, all’Angelo Mai) e di vederla in una prossima performance, ci piace ricordare una delle sue più riuscite: Trovarsi, X racconti della giovinezza, in cui seminava per la città dei biglietti con la frase “Mi sto cercando” e il suo numero di telefono. Chiunque poteva chiamarla e parlare così con lei. “Sono cose del passato, ci dice prima di salutarci, quelle cose che quando le fai non le capisci bene, poi passa il tempo e ti rendi conto che stavi parlando al futuro. Continuerò a cercarmi, quello sempre o forse magari un giorno smetterò, chissà. Di certo è che sono e sarò sempre in movimento. Tutto è molto naturale”. Come lei.

Silvia Calderoni e Alice Pagani in una scena del film Non mi uccidere
foto di Federico Vagliati © Warner Bros