"Se premiate le donne solo perché sono donne, le mortificate" Valeria Golino

"Non si tratta solo delle donne, ma anche di tutte le minoranze, di tutti i generi. Io pretendo la libertà espressiva e non questa cosa subdola che sta succedendo, il non poter o poter dire delle cose. Attendo paziente la fine imminente del politically correct".

All’ultimo Festival di Cannes, il primo in epoca Covid, è stato “Titane” della parigina Julia Ducurnau il film più discusso, più amato ed odiato, tanto da vincere la Palma d’Oro. Valeria Golino era nella bella cittadina francese per premiare Leos Carax e il suo “Annette” per la Migliore Regia, ma quel film vincitore del premio più importante che mescola horror, thriller, sesso, violenza e automobili, non l’ha visto, “ma non vedo l’ora di farlo”, ci dice quando la incontriamo finalmente dal vivo. Ha un abito rosso e nero di Zadig & Voltaire che ha scelto “da sé”, senza affidarsi a nessuno stylist, una pelle leggermente abbronzata e qualche gioiello minimale qua’ e là. Il mare è distante pochi metri e il suo colore riflette gli occhi di una delle attrici più brave e più belle che abbiamo in Italia: due fari abbaglianti che quando ti fissano, disorientano. “Dopo che ho capito che tipo di film è, da regista posso dire di provare una certa gelosia per quel tipo di spavalderia, di rischio di coraggio e di libertà. Mi piace quando il cinema crea innovazione e quel film sicuramente lo ha fatto. Siamo sempre tutti incasellati, ma il cinema deve andare oltre. ‘Titane’ è un esempio del cinema che va oltre. Avrei voluto pensarlo e aver avuto il coraggio di farlo, nonostante non sia una poetica che mi appartiene. Provo gelosia per quella insolenza”.

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Siamo a poco più di mezz’ora da Cagliari, al Forte Village a Santa Margherita di Pula dove è in corso la quarta edizione del Filming Italy Sardegna Festival ideato e diretto da Tiziana Rocca. “Se penso che questo premio possa essere stato influenzato dal fatto che la regista sia una donna, questa cosa mi imbarazza. Non si possono forzare le cose, mi mortificherei se fosse andata così. In questo momento – aggiunge - siamo tutti nello stesso tipo di malinteso. È un momento di transizione, ma la mia percezione è che su tutto quello che sta succedendo, sicuramente porterà a delle cose giuste, ma al momento è tutto troppo eccessivo. Non si tratta solo delle donne, ma di tutte le minoranze, di tutti i generi. Come persona che fa questo lavoro, io pretendo la libertà espressiva e non questa cosa subdola che sta succedendo, il non poter o poter dire delle cose, il non usare o usare alcuni termini. È preoccupante ed è per questo che attendo paziente la fine imminente del politically correct a tutti i costi. Questo continuo censurare la libertà delle persone, è una regressione che non crea altro che divisione. Non stiamo parlando di ‘cazzate’, ci mancherebbe, ma il modo in cui certe cose vengono affrontate, è quasi parossistico. È un ghetto che il sistema usa per fagocitare tutto quello che è un’idea pura e renderla fruibile nel mercato. Lo trovo terribile, ma probabilmente è sempre stato così, solo che ce ne accorgiamo di più, perché siamo tutti più informati meno che io”. Ebbene sì, la Golino – che vedremo presto nel nuovo film di Stefano Mordini tratto dal libro Premio Strega “La scuola cattolica” di Edoardo Albinati - dice di essere sempre meno informata. “Sono disinformata su tutto, non lo faccio nemmeno apposta. Non leggo più nemmeno le cose che mi riguardano, forse perché mi vergogno delle cose che ho detto, ma forse perché sto sviluppando una specie di protezione e poi perché sono satura di informazioni orizzontali continue in cui non c’è movimento”. Del suo collega e amico Libero De Rienzo – che ha diretto nel suo primo film da regista, “Miele” e con cui ha recitato di recente in “Fortuna” di Nicolangelo Gelormini - “è ovviamente e purtroppo” informatissima. "Sono affranta – ci confida- non riesco a credere che Libero non ci sia più. Era bravissimo, era un attore pieno di grazia. Potevi essere d’accordo o non d’accordo con lui, ma quello che lo muoveva non era certo la fama. Lui faceva solo quello che lo appassionava davvero. Tra l’altro aveva creato un festival che si svolgeva nel carcere di Procida in una bellissima atmosfera".

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Qui in Sardegna, Valeria ha ricevuto il Premio Nanni Loy nello stesso giorno in cui un altro Nanni (Moretti), ha ritrovato su Instagram la sua mancata ironia – inesistente nel suo ultimo “Tre piani” presentato proprio sulla Croisette – dicendo di “invecchiare di colpo”, un qualcosa “che succede”, ma si invecchia “ di colpo”, “se un tuo film partecipa a un festival e non vince e invece vince un altro film in cui la protagonista rimane incinta di una Cadillac”, riferendosi ovviamente al già citato “Titane”. “Quella polemica – ci dice Valeria - mi ha fatto ridere. Preferisco questo tipo di lamentela che è anche molto lui. Voglio vedere anche questo film, perché non credo alle cose che si dicono ai festival. Quando sono visti lì, c’è sempre un’atmosfera molto specifica: spesso, quando ero in giuria, non mi sono battuta per film che visti in altri contesti, avrebbero avuto forse un effetto diverso”, ci dice assieme ai suoi prossimi impegni”. “A settembre girerò ‘The beautiful game’, un film inglese diretto da Tea Sharrock che parla di un torneo di calcio di senzatetto di tutto il mondo, un torneo che avviene davvero e che nel film è ambientato in Italia”. Nel frattempo, sta scrivendo una serie tv che dirigerà, tratta da ‘L'arte della Gioia’ di Goliarda Sapienza, sarà la moglie di Benoît Maginel in un film algerino di un giovane regista e sempre a settembre, sarà nell’attesissima serie tv “The Morning Show 2”. “Ho un gran bel ruolo e nei cinque mesi che sono stata a Los Angeles per girare, un periodo particolare visto il Covid, ho trovato grandi professionisti e persone straordinarie. Nel primo episodio non ci sono, ma non preoccupatevi: compaio dal secondo in poi, dovete credermi”. Qualcuno osa avere dei dubbi?

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