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"Le scienziate discriminate? Una spreco di risorse e un danno per la società"

Intervista con la dottoressa Paola Profeta della Bocconi che spiega perché è stato necessario fondare la piattaforma 100 donne contro gli stereotipi.

Getty Images

Ci cascano in tanti, anche i migliori. Quando morì Lou Reed, nel 2013, uscirono articoli (firmati da uomini) in cui si elogiava la compagna, Laurie Anderson per essergli stata vicina fino all’ultimo in virtù di quelle doti di accudimento “che hanno solo le donne”. Mica perché erano due geni inseparabili e lui avrebbe fatto lo stesso. Ed è così, in un mondo pieno di infermieri, che si alimenta innocentemente il luogo comune: gli uomini sono scienziati, manager, matematici. Le donne poetesse, madri, insegnanti, badanti. Per fortuna c’è il progetto 100 donne contro gli stereotipi. È una piattaforma online che raccoglie 100 nomi e curricula di esperte della cosiddetta Area STEM, ovvero Science, Technology, Engineering and Mathematics. Settori storicamente sottorappresentati dalle donne e al contempo strategici per il nostro Paese. Dopo il successo ottenuto con le ricercatrici e le donne di scienza, ora il focus 2018 è dedicato alle donne dell’economia e finanza. Nella data strategica dell’8 marzo viene presentata la nuova banca dati che raccoglie i curricula di autorevoli donne italiane, un’iniziativa che unisce Osservatorio di Pavia, Associazione GiULiA

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Sentito personalmente l’anno scorso: un conoscente –marito affettuoso - chiedeva di farsi cambiare il chirurgo che doveva operarlo perché aveva scoperto che era una chirurga. Come mai ancora tanta diffidenza verso la professionalità delle donne?
Non è facile da capire, ovviamente è un retaggio culturale. Le donne hanno iniziato relativamente da poco a studiare le materie scientifiche, e la società è meno abituata a immaginarle nel ruolo perché ne vede ancora di meno degli uomini. Questo porta a pensare che siano meno brave. In realtà le uniche differenze sostanziali tra uomo e donna sono la forza fisica e il fatto che la donna può partorire. In base a questo, si è pensato per secoli che le donne fossero adatte solo ai ruoli di accudimento, perché la maternità lo richiede naturalmente. Per questo motivo sono state cresciute, e ancora lo sono, indirizzate verso discipline che sembrano più adatte a loro. In realtà non c’è un attributo che può dare un vantaggio comparato. Con un tale condizionamento dall’infanzia, sulle scelte “adatte” a una ragazza che è persino difficile capire quali siano le vere inclinazioni femminili, e quali le aspirazioni che portiamo avanti per coerenza con quello che ci è stato insegnato a volere.

Quindi non sono solo gli uomini a pensare che le donne siano meno “scientifiche”.
No, anche le donne stesse si fanno influenzare da ciò che la società si aspetta da loro. Sono le prime ad accettare gli stereotipi su di loro. Così, quando è il momento di continuare gli studi, tendono a preferire le materie umanistiche. Faticano a credere che anche quelle scientifiche siano alla loro portata.

Sul sito della Fondazione Bracco si ricorda la Quarta Conferenza mondiale dell’ONU sulle donne a Pechino del 1995, in cui venne riconosciuto Donne e Media come uno dei 12 settori strategici per il miglioramento della condizione femminile. Cosa è cambiato da allora?
Non tantissimo, lo dice anche il sito. Ma dipende dai paesi e dall’ambito. In Italia non siamo molto avanti ma qualcosa è successo. Come sappiamo, i laureati oggi sono per il 60% donne e la quantità di quelle che scelgono materie scientifiche o economiche sono in aumento, anche se non quante si sperava nel ’95. Il mercato del lavoro, in Italia, è ancora sfavorevole alle donne, quelle occupate sono meno del 50% ma le donne hanno fatto dei passi avanti nell’empowerment, anche grazie alle leggi specifiche, come quella del 2011 sulle quote di genere nei consigli di amministrazione delle imprese. Siamo passate dal 7% di presenze al 30. Inoltre, diversi studi dimostrano che gli organi di amministrazione sono migliorati dalla presenza delle donne, che hanno apportato competenza economica notevole.

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È vero che le aziende guidate da donne registrano un 25% in più di profitti?Questo è uno di quei dati che si diffonde per fare sensazionalismo, ma in realtà non è dimostrabile. Quello che è certo è che nessuna azienda ha registrato peggioramenti a seguito della legge sulle quote di genere, caso mai il contrario, come ho detto. Infatti non si tratta solo di difendere i diritti delle donne, soprattutto ad avere la stessa retribuzione di un uomo a parità, ma anche di portare beneficio all’economia. Allargare il bacino da cui attingere talenti dell’economia può solo essere positivo. Ignorare il 50% della popolazione per pregiudizio è uno spreco di risorse.

Che ne pensa della declinazione dei titoli al femminile? Molte donne si sentono declassate, nel farlo.È importante per combattere gli stereotipi di genere, ma non determinante. Servono anche azioni più specifiche e mirate.

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