Vivere o morire di Francesco Motta è l'album che cambia la musica italiana (ed è tutto vero)

Onesto diretto purissimo e con il più complesso dei rapporti sviscerato alla perfezione.

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Claudia Pajewski

E se non so da dove cominciare. Una bottiglia di Chianti a metà e un appartamento della Milan quando l’era ancora gran. Tu non chiedermi come andrà a finire. Un lampadario anni Settanta e chitarre e libri e fogli e dischi sparsi tra parquet e divano. Ci sono più ditate sul mio vinile de La fine dei vent’anni che gocce da pioggia di un pomeriggio di mezza primavera sulle finestre della stanza in cui incontro Francesco Motta. Per me (e una discreta quantità di altre persone) è il musicista che ci ha fatto gridare je m’en fous di fronte alla nuova onda di artisti che livellano la musica italiana e finiscono per livellarsi tra di loro, è il cantautore che ha preso lezioni (di poesia) da Giorgio Canali e il testamento (fatto strofe) di Andrea Appino, è il polistrumentista che ha riscoperto una critica musicale gentile, sincera, dalle opinioni armonizzate. Vivere o morire è il suo secondo disco da solista, in uscita per Sugar il prossimo 6 aprile, La nostra ultima canzone è il singolo che ha anticipato la release e che ci ha (ra)assicurato su future ditate, loop dichiarati e una purezza espressiva che sembra un colpo assestato su nervi tesi e ferite non ancora cicatrizzate.

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Claudia Pajewski

Domanda assolutamente di pancia: ti guardo e non riesco ad immaginarti senza una chitarra accanto. Perché fai musica? Hai mai concepito la tua vita senza?

No. Perché, purtroppo o per fortuna, non potrei far altro. Perché è un modo attraverso il quale mi sento libero, e senza passare dalla musica non so se ci riuscirei.

Risposte politicamente corrette a parte: per chi fai musica? C’è un ascoltatore-tipo che desideri raggiungere in modo particolare?

Mi riempie molto di gioia quando vedo persone più grandi di me ascoltare le mie canzoni. E, soprattutto, sapere che arriva loro il mio messaggio. Mi fa stare bene.

Penso al video di Del tempo che passa la felicità, dove il protagonista era tuo padre, e ai brani Una maternità e Mi parli di te: perché hai scelto di trattare il tema della paternità in modo così esplicito e personale?

È sempre difficile e scomodo, per certi versi, inserire temi personali nei dischi. Però è l’unico modo che ho per emozionarmi scrivendo e riascoltando i brani. In Vivere o morire forse l’ho fatto di più, anche perché ho trovato le parole più giuste per farlo. E poi ho un bellissimo rapporto con i miei genitori, ora che sto crescendo li vedo sotto un’altra luce. Sono più “umani”, più vicini a me in qualche modo.

In La prima volta racconti una relazione d’amore in modo molto lucido, senza promettere nulla, chiedendo solo “tu non chiedermi come andrà a finire…”.

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Dopo la fine di un rapporto, ho fatto di tutto per lavorare su me stesso ed essere di nuovo pronto ad amare. E sento che adesso ho imparato a lasciarmi andare veramente.

E questa consapevolezza com’è diventata canzone?

In un primo momento attraverso il ragionamento molto poco lucido del descriversi. Poi c’è un passaggio un po’ più lucido che porta all’accettazione degli errori, degli sbagli, della convivenza con quello che non si può cambiare e, a quel punto, si cerca di sintetizzare tutto ciò in una canzone.

Claudia Pajewski

Continui a recitare promesse-non promesse anche in Per amore e basta, dove ripeti una sorta di mantra “E come sempre stavolta è diverso…”. Te lo sei mai detto prima di pubblicare un disco?

È, infatti, un parallelismo tra lo scrivere canzoni e un rapporto d’amore. L’inizio di ogni rapporto, la scrittura di ogni canzone, sono tutte e sempre una prima volta. Imparando dagli errori, accettandoli, sapendo che crescere è bello e che ti rende più preparato e pronto a rigenerare te stesso.

E come ci si rigenera album dopo album?

Sentendo l’urgenza di dover scrivere canzoni. Se non avessi quell’urgenza, non lo farei.

Dietro Vivere o morire che urgenza si nasconde?

Si nascondono tutte quelle cose che vengono fuori anche quando fai finta di niente. Per scrivere questo disco ho dovuto guardare al mio passato, al mio “non trovare parcheggio”, e ho provato a descriverlo ora che è tutto un po’ più lucido. Mi sono rimboccato le maniche e, tra tutte le strade di fronte a me, ho scelto quella giusta per essere contento. Ecco, non so se poi è davvero quella giusta, i termini assoluti non esistono, ma quantomeno faccio di tutto per star bene adesso.

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La morte è un tabù nella nostra società, cosa significa per te scegliere tra vivere o morire?


Io ho scelto la parte del vivere anche perché, quando mi sono guardato indietro, ho visto la mia vita come frutto di scelte binarie fatte di uno e zero, di esserci o non esserci, di restare o di andare via. E il compromesso deve essere una sintesi che ognuno di noi si deve guadagnare. In questo disco però non sono sceso a compromessi, tutto quello che dovevo dire l’ho detto esattamente nel modo in cui lo dovevo dire. Che piaccia o non piaccia.

Claudia Pajewski

Sei un polistrumentista, ma qual è il primo strumento con cui “pensi”?

A volte prendo una penna e scrivo, a volte l’iPhone per appuntarmi delle cose, a volte parto da un giro di chitarra, a volte inizio dalle percussioni… Sicuramente la combinazione percussioni-voce è quella che ho sempre sentito più vicina e spontanea.

Ci sono personaggi della musica italiana sottovalutati, nascosti ai più ma con lo zampino (e il bicchiere di gin) ovunque. Uno fra tutti, Giorgio Canali. Tu sei autore, musicista, produttore e componi anche colonne sonore, come ti vedi in futuro?

Mi piacerebbe fare da produttore per qualcun altro, mi sento anche più preparato rispetto a prima. E per questo ci ho messo la faccia, non solo in copertina, nella co-produzione del disco insieme a Taketo Gohara. Io e Giorgio siamo molto diversi ma lo apprezzo moltissimo, tant’è che l’anno scorso è stato mio ospite durante l’ultima data del tour all’Alcatraz di Milano.

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Ci hai messo la faccia ma anche le illustrazioni di Matteo Berton…

Le mie canzoni si prestano a creare tante immagini, e io ho semplicemente chiesto a Matteo di interpretarle con la sua arte. È riuscito a farmi vedere le mie stesse canzoni attraverso un altro occhio, come se avesse scomposto la mia gerarchia di significati per disegnare la sua.

Come credi sarà la fine dei trent’anni?

Mi sento molto più felice di quando avevo vent’anni, mi sento molto più felice rispetto a due anni fa. Spero di continuare a sentirmi sempre “non risolto”.

Claudia Pajewski
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