I tempi dell oscurantismo e della censura del web

Dai seni bannati su Facebook alla policy di YouTube che limita l’accesso a video giudicati inappropriati: rivisitazioni nella Giornata mondiale contro la cyber-censura.

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L’immagine del battito d’ali di farfalla che scatena un uragano dall’altra parte del pianeta è familiare. Ora le farfalle sbatacchiate al vento siamo noi, e l’uragano si chiama censura: qualunque sia l’origine, il bersaglio, il mezzo sul quale è esercitata. E le conseguenze su di noi. Riguarda i nuovi condizionamenti sul nostro modo di pensare e comunicare, fino alle manifestazioni dei propri prodigi interiori attraverso lo strumento più fedele a disposizione, il corpo. Non è una diretta conseguenza degli scandali di Hollywood e dintorni, ma ne è influenzata. E annuncia forse una perturbazione anche più dirompente, perché non esiste riparo - siamo spesso noi i primi a censurarci - e non conta su un adeguato risveglio di coscienze, nemmeno un hashtag.

La pratica cinese per aggirare la censura del social Weibo, un cuore sul seno.
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Censura e divieti ci piombano addosso per vie diverse, senza che facciamo o desideriamo nulla. Dai seni bannati su Facebook alla recente policy di YouTube che limita l’accesso a video giudicati inappropriati - non si parla di quelli illegali. Dai dipinti staccati dalle pareti di musei a seguito di petizioni fino al codice di comportamento adottato sui mezzi pubblici spagnoli per contrastare il manspreading, l’abitudine maschile di allargare le gambe, una volta seduti.

È l’autocensura dei rapper che, dopo aver riempito di volgarità le canzoni con cui si sono fatti conoscere, in vista della radio, di tv o Sanremo, igienizzano i testi.

È assistere alle liste di proscrizione, ascoltare i molti che parlano di un nuovo maccartismo. Si rifanno processi (Woody Allen) chiusi da vent’anni. È il togli quel nome, cancella il tal programma; le reazioni delle attrici francesi e l’immediato Je ne suis pas Catherine Deneuve. Pensi sia una lotta tra generazioni. E Lolita? Allora sarà l’eterno dibattito tra opera e vita, ma forse oggi, al tempo del tribunale social, non c’è più distinzione.

Immagine di Steph Wilson da Emoji: una serie che ironizza sulla pratica di usare le icone per bypassare la censura
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Hanno tutti ragione. E soprattutto noi, che cosa stiamo sbagliando? Perché siamo coinvolti, nessuno escluso. In un clima in cui essere accusati di scorrettezze, gravi o no, equivale a essere subito condannati, e in cui diamo per scontato il fatto di essere osservati, il nostro comportamento non può non essere influenzato. Dobbiamo cambiare. Come? Prima di dire una parola sexy, dovremmo chiedere il permesso? Forse è giusto, ma se fosse sexy proprio perché imprevista? Se una nottata di sesso insoddisfacente può produrre, a distanza, una richiesta di danni o la pubblica gogna, di quanti decenni occorre tornare indietro, nei nostri desideri? Il clima è questo.

Della corsa inevitabile a recuperare il tempo perduto, a sanare ogni affronto, non si conoscono gli effetti su grande scala, ma su quella personale, uno è evidente: una faticosa inquietudine, quasi ci avessero inserito in un esperimento scientifico alla fine del quale saremo giudicati. E le regole di comportamento che piovono dalle cronache non offrono appiglio. Importunare mai. Sì, per proteggere la seduzione, motore dell’universo. Sì, ma solo se è il giornalaio o l’amico, e non il potente. Si discute del no a certi quadri perché offendono le femministe; poi del sì, perché la libertà di offendere il gusto è indispensabile alla creazione artistica. Intanto un pizzaiolo romano finisce a Regina Coeli per aver tentato di baciare una collega con cui prima si erano fatti il solletico. Assolto poi dal pubblico ministero: il reato non sussisteva.

Il cinese Ren Hang, star internazionale dell’arte, scomparso un anno fa a 29 anni, ha sperimentato più volte il carcere e la chiusura delle sue mostre. Nel suo paese infatti, anche nell’arte, il nudo è vietato. Qui un’immagine dalla monografia di Ren Hang di Dina Hansopn, Taschen ed.
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Sui social assistiamo a troppe assurdità, e pesano. Sì capezzoli maschili no femminili, anche se sono le donne a volerli mostrare. Sì a quelli transgender se no la censura si scontra con i diritti delle minoranze. E poi chi sceglie, un trentenne della Silicon Valley in maglietta grigia che non conosce la nostra storia, ma gestisce il nostro futuro. E per cui a contare, sono le immagini e non le parole scritte: è così che va. E se non è il re in persona, sono i centomila stipendiati da lui che decidono di togliere l’iconica immagine della ragazzina nuda che fugge dal napalm, senza conoscere la storia della guerra in Viet­nam. Dopo l’eccesso di hate speech e condizionamenti elettorali, i governi delegano ai Big Tech un compito che dovrebbe impegnare la politica e la cultura vera: decidere che cosa è lecito e cosa no.

Pende il giudizio del network sulle nostre azioni. Non lo conoscevamo. Ora è interiorizzato, ragiona per noi. Se posto questa frase, umilierò qualcuno. Allora meglio limitare la mia libertà. Non vogliamo rischiare di uscire dalla nicchia di persone che la pensano come noi, ma è inutile: se un giorno leggi che quell’amica condivide un’opinione diversa dalla tua, pazienza, ma se si ripete ogni giorno, il fastidio vince la voglia d’incontrarla. Non era previsto che ci trasformassimo in giudici, ma sappiamo troppo degli altri, per non essere tentati.

E ci vietiamo comportamenti e parole che non hanno nulla a che vedere con le molestie. Una volta poteva capitarmi quando, camminando, affiancavo una donna, di rivolgerle uno sguardo neutro, talvolta affascinato. Ho smesso. Cammino, supero e tiro diritto. È un esempio. Non sappiamo più dove sia il confine, aspettiamo indicazioni. La vittima non è tanto il corpo, ma la libertà interiore. Si finisce per spaventarci a monte, reprimendo la nostra unicità. C’è chi sostiene che l’epoca dell’eros sia finita: ora esisterebbe soltanto il sesso. Anzi, il porno. Per questo ogni flirt ardimentoso non sarebbe più giustificato come in passato. Chi è
entrato nel nostro desiderio, nella nostra morale, per dirci di che tipo sono?

La nuova autocensura è anche figlia dell’epoca del self improvement, del richiamo a non accontentarsi delle proprie prestazioni, e diventare perfetti. E di quella del controllo: per proteggere, per sapere, e non essere giudicati male; è naturale, se sappiamo di essere sotto osservazione costante.

La censura si nutre di delazione, una pratica triste e che, in tempi social, pare riabilitata. Vale per gli utenti di Facebook che sorvegliano gli account di chi posta immagini anche solo blandamente, intelligentemente erotiche, per tirare l’allarme. Delazione è quella dei visitatori dei musei che chiedono di togliere, senza conoscere nulla della vita dell’autore, il quadro di Balthus.

Legato alla censura compare spesso un termine inglese - reckoning- nei suoi due significati. Calcolo, approfittare della situazione, sfruttare per interessi propri la forza di rivendicazioni sacrosante. E regolamento di conti. Non a caso a trarne vantaggio sono i conservatori. Non devono neanche fare la fatica. In alcuni teatri londinesi c’è la spinta a sostituire i direttori rei di aver promosso spettacoli troppo progressisti. Saltano retrospettive di registi innovatori. Le istituzioni hanno paura, si tutelano. L’uragano prenderà il suo tempo per andarsene. Intanto noi, barricati in casa, troveremo qualche pensiero con cui passare il tempo? Possiamo chiederci per esempio se e come la nuova censura ci riguardi.

La foto in apertura: Censored (RVB BOOKS). Il libro raccoglie le immagini censurate in Thailandia negli anni 60 e 70. l’autore, Tiane Doan na Champassak, ha collezionato quattro mila espedienti grafici inventati dai giornali porno per sfuggire all’accusa di pubblicazione oscena.

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