Dal cuore più vitale d'Africa alla fotografia più fashion e contemporanea di Namsa Leuba

L’identità africana esplorata dalla prospettiva occidentale e la fotografia glamour di Namsa Leuba, da Christian Lacroix a Dior, dal Foam Talents alla mostra Africa Is No Island

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Namsa Leuba, Damien, serie NGL, 2015, Art Twenty

Oltre centomila anni fa l'homo sapiens lasciando il continente africano è arrivato ovunque. Oggi i figli d'Africa nati in ogni angolo di mondo vi tornano, maturando esperienze e prospettive, capaci di cambiare la percezione della cultura ancestrale che ha dato origine a quella dell'uomo. La cultura vitale e vivace capace di diventare anche incredibilmente fashion con Namsa Leuba. Una fotografa e art director, nata a Neuchâtel nel 1982, ma cresciuta tra la Svizzera del padre e diversi viaggi di ritorno alle radici africane della madre guineana. Una giovane donna d'Africa, capace di dare vita alle immagini che nascono dall'incontro di due culture agli antipodi, per dialogare con le sue origini e il contemporaneo. Riconoscimenti, collaborazioni ed esposizioni prestigiose ne sono la prova. Dalla collezione di Christian Lacroix alla bramata It Bag Lady Dior (amata anche da Lady D), dalla mostra Africa Is No Island al MACAAL di Marrakech, al tour espositivo del Foam Talents. (ma c'è molto di più).



Il mix esplosivo di origini, sensibilità ed enorme talento, consentono a Namsa Leuba di usare lo sguardo occidentale per spingersi oltre i cliché e l'ambiguità dell'etnocentrismo che ha caratterizzato a lungo la rappresentazione dell'identità africana. Consapevole della grande ricchezza offerta dall'appartenere a entrambe le culture, è la stessa fotografa a rivelare l'obiettivo della sua ricerca, nel corso di una conversazione alla galleria Red Hook Labs (dove è stata in mostra fino allo scorso aprile): "Sono un africano-europeo, nato in Svizzera. I miei genitori mi hanno instillato entrambe le culture e condiviso la loro storia. Quando ho iniziato a studiare fotografia nel 2008, ho capito che volevo approfondire la conoscenza della mia eredità africana e deciso di concentrare il mio lavoro sull'identità africana, attraverso gli occhi occidentali".

Crescendo Leuba si diploma alla prestigiosa ECAL di Losanna, acquisisce un master in direzione artistica e un diploma post-laurea alla School of Visual Arts di New York. Nel frattempo scopre il linguaggio Malinké, incontra Marabout (asceta islamico-africano), sciamani e guaritori, la cultura animista e le sue pratiche rituali. Un mix di conoscenze determinante per la ricerca antropologica e il valore estetico dei numerosi progetti che sviluppa, spingendosi oltre i confini della fotografia documentaria e artistica, ma anche del glamour.


Nel progetto Ya Kala Ben, traducibile come sguardo incrociato o meticcio, codici e simboli dei rituali sacri e delle cerimonie di esorcizzazione di un villaggio della Guinea, vengono rappresentati con il mistero e l'appeal di una performance. Lei stessa ricorda in diverse occasioni e sul suo blog: "Mi interessava la costruzione e la decostruzione del corpo, così come la rappresentazione dell'invisibile. Ho studiato artefatti rituali comuni ai Guineani che sono considerati le radici dei vivi. In questo modo, ho cercato di toccare l'intoccabile".



Con il progetto The African Queens, realizzato per il parigino WAD Magazine nel 2012, esplora anche gli archetipi femminili fantastici, immaginari insiema a quelli più commerciali, tra corna di toro e leopardi in porcellana. Qualcosa di analogo fa con il progetto Cocktail per WAD Magazine 53° nel 2014, esplorando la rappresentazioni contemporanee del corpo della donna africana e di un'Africa sempre più giovane, dinamica e urbana.



Lavorando a stretto contatto con la comunità locale e prediligendo modelli non professionisti presi dalla strada, la fotografa continua a esplorare la cosmogonia africana con Inyakanyaka, traducibile come disordine in lingua Zulu. Nel corso della residenza di sette mesi in Sud Africa con il Swiss Arts Council, concentrandosi sulla gioventù, colori ricchi e cielo blu, la fotografa realizza quattro diverse serie. Dai pugni levati dei piccoli Zulu Kids che fanno eco alla gestualità di resistenza all’Apartheid, ai protagonisti di Khoi San, armati di arco e corna ricamate all'uncinetto. Passando per le astrazioni colorate di Ndebele pattern e gli abiti tipici di Kingdom of Mountain, indossati dai giovani della singolare tribù che vive nei dintorni della diga Katze Dam, nello stato del Lesotho.

Profeti, guerrieri e divinità danno corpo e vesti ai diversi progetti di Leuba. Sono gli spiriti maligni ispirati al Nyamou delle foreste della Guinea, ad animare le maschere e tessuti del progetto Tonköma, traducibile come alzarsi in piedi, realizzato per il marchio di moda Edun nel 2015.

Sono numerosi anche i premi e riconoscimenti attribuiti al suo lavoro, dal primo premio al Planches Contact Festival di Deauville nel 2010, al Global Photo Award al Festival della Fotografia di Hyères nel 2012, seguito dall'Emerging Photographers Award al Flash Forward Festival organizzato dalla Fondazione Magenta nel 2013. Nel 2015 ha esposto in diversi angoli di mondo, dal Tokyo International Photo Festival, al Photoquai di Parigi e il Guggenheim di Bilbao (tra gli altri). Collettive, seguite nel 2016 dalla prima personale Ethnomodern, all'Art Twenty One di Lagos che oggi la rappresenta.

Nel corso degli anni e delle stagioni della monda, l'universo mistico vivace e colorato di Leuba, è entrato anche in sintonia con i tessuti di Vlisco e la campagna dedicata a carismatiche donne africane come Angelique Kidjo e Ejiro Amos Tafiri. Ha ispirato la collezione uomo autunno/inverno 2016-2017 della visionaria Maison Christian Lacroix, interpretando ben due versioni artistiche della mitica It Bag Lady Dior, disegnata nel 1995 e tra le preferite di Lady D già dal 1996.

La creatività della cultura giovanile nigeriana e il caos vitale della città più grande d'Africa, nel 2015 anima i ritratti in studio di NGL, acronimo di Next Generation Lagos. Il progetto realizzato durante la sua residenza con Art Twenty One a Lagos, ricorre solo a uno o due modelli professionisti, gli altri (bellissimi e disinvolti) arrivano dalle selezioni fatte dalla fotografa direttamente in strada, per entrare in sintonia con il luogo e chi lo vive.


Il risultato è tanto seducente da conquistare anche alla giuria del Foam Talent 2017. La selezione di giovani talenti della fotografia internazionale, scovati dalla giuria di uno dei Musei di fotografia migliori al mondo. Al momento la mostra collettiva dei progetti è in tour, già passato dal Foam Museum di Amsterdam al Red Hook Labs di New York. Prima di toccare la Beaconsfield Gallery Vauxhall di Londra (16 maggio - 10 giugno 2018), insieme a Photo London e il Frankfurter Kunstverein di Francoforte (24 maggio - 26 agosto 2018).


Nel testo che accompagna il lavoro di Leuba sul Foam Magazine, è Azu Nwagbogu, curatore africano, fondatore e direttore del LagosPhoto Festival, a esprimersi in modo eloquente sul valore del progetto. "Esplorando la vitalità e l'energia della cultura giovanile nigeriana, Leuba collabora con giovani e spigolosi stilisti nigeriani della prossima generazione. Le immagini che produce qui non sono solo rappresentazioni risolte di corpi magnificamente stilizzati, ma il lavoro di un artista in cerca di comprendere la propria percezione della creolizzazione e di tradurre le sue manifestazioni per il mondo da vedere".

La recente serie Weke nasce nella Repubblica del Benin, luogo di nascita della religione vudù (Voodoo) e della tradizione animistica mantenuta in vita da oltre 10.000 anni. Nasce dall'universo visibile e invisibile che accomuna tutto, nella lingua locale e nella cosmologia vudù.

Uno dei tanti frammenti d'Africa in dialogo con la prima edizione di 1-54 Contemporary African Art Fair, dove 1 designa il continente africano, 54 i paesi che lo compongono e diversificano. Per l'esattezza, 17 importanti gallerie provenienti da tutto il mondo con oltre 60 artisti internazionali, compresa Namsa Leuba, rappresentata dalla Galleria d'Arte Twenty One di Lagos. Tutti ospitati lo scorso febbraio nell'emblematico La Mamounia Palace Hotel di Marrakesh. Già luogo di fascino e mistero per Winston Churchill e alcune scene cinematografia di L'uomo che sapeva troppo (The Man Who Knew Too Much, 1956) di Alfred Hitchcock.

Contemporaneamente nella vivace Marrakesh, l'Africa di Leuba dialoga anche con la "caleidoscopica narrativa" della mostra Africa Is No Island, curata da Madeleine de Colnet con Jeanne Mercier e Baptiste de Ville d’Avray, della piattaforma parigina di fotografia africana Afrique in Visu. Solo uno dei quaranta artisti africani e della sua più ampia diaspora, selezionati per raccontare il continente attraverso la ricchezza delle sue connessioni interne e delle tradizioni rinnovate dalle nuove generazioni. Tutti esposti al Macaal ‒ Musée d’art contemporaine africaine Al Maaden di Marrakech (fino al 24 agosto 2018), secondo per estensione solo allo Zeitz Museum of Contemporary Art Africa (Zeitz Mocaa) di Cape Town. La mostra ideale per osservare da vicino le potenzialità di Namsa Leuba e di un continente troppo a lungo ignorato nel mondo dell'arte.

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