Oscar Wilde era un genio, e non si discute. Oltre un secolo dopo la sua morte, i suoi aforismi ricchi di arguzia non perdono smalto. Magari nemmeno lui avrebbe immaginato una cosa chiamata Facebook sui cui tanta gente li condivide ancora. Ma era un genio. Eppure, qualcuno di cui per saperne il nome dovremmo fare una ricerca negli annali, lo processò in rispetto di una legge per cui a quel tempo - siamo nel 1894 - essere omosessuali era un crimine. Per questa vicenda, che lo costrinse a scontare due anni di lavori forzati sottraendolo a tutto ciò che avrebbe potuto scrivere ancora per i posteri, a Wilde è stato attribuito l’appellativo di “artista martire” dallo scrittore Huges Rebell. Wilde è morto nel 1900, a 46 anni e in povertà perché quella condanna ha condizionato tutto il resto della sua vita. Ci sono voluti altri 67 anni prima che in Inghilterra e in Galles venisse approvato il Sexual Offences Act, che ha cancellato l’omosessualità dalla lista dei reati penali (ma solo dal 2001 è consentita anche ai minorenni sopra i 16 anni). Nel frattempo, la discriminazione legalizzata dei gay nel Regno Unito, dopo Wilde, ha avuto tempo di fare un’altra vittima illustre, Alan Turing. Nonostante avesse decodificato i messaggi segreti dei nazisti, accelerando la conclusione della Seconda Guerra Mondiale, il matematico che ha posto le basi per l’informatica moderna subì una condanna alla castrazione chimica perché era gay. Lo confessò candidamente e apertamente sottovalutando le conseguenze. E per le conseguenze che subì si tolse la vita nel 1954.

La metropolitana di Stoccolma durante il gay pride
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Perché parlare del Regno Unito in questa premessa? Perché per molti, oggi, è un paese all’avanguardia e gay friendly dove si rifugiano molti che non vogliono essere giudicati nei propri paesi, spesso artisti che devono coltivare una reputazione machista. Ma fino a poco più di 50 anni fa, il Regno Unito i gay li condannava. Oggi – dal 2014, precisamente, con assenso della regina - ne celebra addirittura le nozze egualitarie (tranne che in Irlanda del Nord, dove sono consentite le Unioni Civili). L’inglesissimo Guardian, nel 50esimo anniversario del Sexual Offences Act, si è posto alcune domande su quanti e quali passi debba ancora compiere il mondo per il pieno riconoscimento dell'omosessualità. Il Guardian cita il rapporto annuale dell'International Lesbian, Gay, Bisex, Trans and Intersex Association (ILGA) che ha contato 72 paesi dove l’amore fra persone dello stesso sesso può costare il carcere durissimo, anche a vita. Addirittura, in alcuni come Iran, Sudan, Arabia Saudita, Yemen, alcune parti della Somalia e della Nigeria settentrionale è punibile con la pena di morte. E in molti paesi dove non è illegale, non è comunque un bel vivere quello dei gay. In Russia l’omosessualità non è illegale, ma non sono consentiti né matrimoni, né unioni civili e dal 2006 è stata varata una legge contro la propaganda omosessuale, ufficialmente per tutelare i minori, ma da molti sospettata come un modo per compiacere una preoccupante tendenza del paese all'omofobia.

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Ma se i diritti civili non vanno mai dati per scontati e consolidati per sempre (ricordiamoci sempre che le donne in Iran sono passate dal bikini al niqab), è vero che quando vengono ottenuti in un paese, poi contagiano quelli che gli sono collegati. Intanto, un altro traguardo decisivo per il riconoscimento dei diritti omosessuali, soprattutto nell’immaginario collettivo, risale al 17 maggio del 1990. In quella data l'Organizzazione Mondiale della Sanità decise di cancellare l'omosessualità dalla lista delle malattie riconosciute. Già nel 1974 l'American Psychiatric Association l'aveva cancellata dal Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali, ma il riconoscimento da parte dell'agenzia speciale dell'Onu come “una variante naturale del comportamento umano" costituì una tappa epocale. È per questo che ogni anno, il 17 maggio, il mondo festeggia la Giornata Internazionale Contro l’Omofobia. Ma uno degli atti che più suscitò emozione in tutto il mondo, per la spettacolarità che evoca ogni cosa che accade da quelle parti, è stato il riconoscimento dei matrimoni tra persone dello stesso sesso negli Stati Uniti grazie alla sentenza della Corte Suprema del 26 giugno 2015. L’allora presidente Barack Obama lanciò su Twitter l’hashtag #LoveWins, “L’amore vince”. La gente scese in piazza a festeggiare - no, non solo i gay – e il passaggio cruciale della sentenza venne copiato e incollato da milioni di persone nel mondo sul proprio profilo Facebook: “Nessuna unione è più profonda del matrimonio, per incarnare gli alti ideali di amore, fedeltà, devozione, sacrificio e famiglia. Essi chiedono uguale dignità agli occhi della legge. E la costituzione garantisce loro questo diritto”. Brividi.

Dominik Lalic su nsplash

E in Italia? L'omosessualità ha conosciuto stagioni molto diverse tra loro, nella storia del Belpaese. Sappiamo tutti che fra gli antichi romani non costituiva certo un problema: la storia d'amore tra l'imperatore Adriano e Antinoo è nota a tutti. Eliogabalo ebbe cinque mogli, ma anche due mariti. Giulio Cesare era apertamente bisex. Con la caduta dell'impero romano e la nascita della Chiesa cristiana il cambiamento coincise anche con la cancellazione di costumi considerati ormai licenziosi. Tuttavia, la mancanza di una legge che condannava l'omosessualità, e il mito che l'Italia fosse un paese gay friendly in omaggio alla civiltà classica, attirava qui da noi molti intellettuali omosessuali da paesi come, appunto, la Gran Bretagna dove era illegale. Pochi sanno che molti gondolieri veneziani si prostituivano con i ricchi turisti stranieri per arrotondare i magri guadagni. In realtà, in Italia riguardo ai gay si è portata avanti per molto tempo la cosiddetta "tolleranza repressiva", ovvero far apparire libertà ciò che invece è solo apparenza. L'omosessualità era motivo di scandalo e di chiacchiere e disapprovazione.

Il primo attivista gay italiano si chiamava Aldo Mieli (nessuna parentela col successivo Mario Mieli): pioniere del Movimento di liberazione omosessuale, intellettuale, omosessuale, socialista ed ebreo, condusse studi sull'omosessualità e cominciò a rivendicarne i diritti nel momento più sbagliato. Era il 1922 e la salita al potere di Mussolini ne bloccò ogni aspirazione, tanto che dovette emigrare. Neanche durante il fascismo, tuttavia, venne varata una legge contro gli omosessuali. Era stata prevista nella bozza del Codice Rocco, il pacchetto di leggi nate in quel periodo (e praticamente ancora quasi tutto in vigore). Ma il Duce pensò che varare un provvedimento contro i gay sarebbe stata un'ammissione che ne esisteva qualcuno fra i virili cittadini italiani. Per cui fece cancellare l'articolo e optò per un più efficace occultamento degli omosessuali confinandoli in isole come Ventotene, Ustica e Favignana. In questo modo, riunendoli nella prima bozza di comunità lgbt, non fece altro che porre le basi per la nascita futura di associazioni importanti. Risale però al 1931 un regio decreto che vieta agli uomini di vestirsi da donne, ovvero come «alterazione dei connotati essenziali del sesso e della persona fisica». E, incredibile a dirsi, questa legge è ancora in vigore. Nel 2007 a Pescara, è stata applicato contro dei transessuali, sanzionati dai carabinieri perché vestiti da ragazze.

Oggi abbiamo fatto molti passi avanti. Roma ha ospitato nel 2000 il World Pride, il gay pride mondiale del nuovo millennio. La prima proposta di legge per regolamentare le coppie gay in Italia è stata presentata addirittura nel 1986 su sollecitazione dell'onorevole Franco Grillini, dell’Arcigay e dall’interparlamentare delle donne comuniste. Nel progetto di legge non venivano citate apertamente le coppie omosessuali. Ma la prima vera proposta consistente risale invece al 1988, con la deputata del Psi Agata Alma Cappiello, scomparsa nel 2006. La presentò con la dicitura "rapporti fra persone". La parola omosessuale qui non compare ancora, né l’espressione "dello stesso sesso", ma si arenò senza esiti. Infine, nel 2016, mentre la US Navy americana annunciava la costruzione di una petroliera che porterà il nome di Harvey Milk, l'attivista e politico gay ucciso da un omofobo nel 1978 ("perché quando si faceva onore in Marina non poteva neanche far sapere di essere gay”, è stata la motivazione) la senatrice Monica Cirinnà si batteva per fa approvare le unioni civili. E ci riusciva nel 2016 con la votazione a favoredella Legge 20 maggio 2016 n. 76, che per tutti sarà sempre "Legge Cirinnà". Ma la strada da percorrere è ancora tanta, tantissima...