È morto Philip Roth, lo scrittore che scavava nell'anima dell’America (e nella nostra)

"Scavo buchi e ci spio dentro con la torcia": così il monumentale romanziere ebreo, autore di Pastorale Americana, descriveva il suo stile di scrittura (che non ha ancora eredi)

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Philip Roth è morto e non lo vedremo mai recarsi a Stoccolma a ritirare il Nobel. È la conclusione definitiva delle gag che lo associavano a Leonardo DiCaprio. Prima che vincesse l’Oscar con The Revenant, dell’attore si diceva infatti che fosse il Roth del cinema: lui inseguiva la statuetta senza mai afferrarla, lo scrittore continuava a essere ignorato dal premio Nobel in un modo quasi surreale. Ogni anno partivano le scommesse per prevedere se la Fondazione lo avrebbe snobbato ancora (e ancora). Philip Roth aveva vinto il Pulitzer con Pastorale Americana, e non è certo poco, e una sequela di altri premi compreso il Man Booker International Prize nel 2011. Ma quel Nobel, proprio, non glielo hanno concesso. Fine di una speranza, anche se già si vocifera di un riconoscimento postumo ormai, forse quasi irrispettoso. Roth, 85 anni, nato a Newark, vissuto sempre a Manhattan, stroncato da un attacco di cuore, era amato e letto in tutto il mondo: il primo giornale a darne notizia nella notte del 22 maggio è stato il New Yorker. Leggere Philip Roth, ora, diventerà una lunga avventura per chi non l'ha mai letto prima (picchi di vendite dei suoi libri? Immediati). Leggere Philip Roth, ora, diventerà un rifugio per chi non accetterà la perdita di un gigante. Sono romanzi i suoi che, come ricorda oggi il New York Times, raccontavano sesso, vita degli ebrei, e America, molta America. Philip Roth portava infatti la definizione di “scrittore ebreo americano”, ma nonostante un’identità così definita possa sembrare un recinto, ciò che scriveva arriva a riguardare e a colpire chiunque, ovunque.

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Di Goodbye Columbus, il suo romanzo breve di esordio letterario, anni dopo averlo letto è impossibile dimenticare il gusto della frutta che il giovane Neil assapora nella casa di Brenda, la ragazza molto più ricca di lui, servita in abbondanza a tutte le ore. Di Roth restano titoli che, alterati da giochi di parole, sono diventati modi di dire, come Il lamento di Portnoy, e da cui sono stati tratti film, come La macchia umana, trasposto al cinema con un cast stellare (Anthony Opkins, Nicole Kidman, Ed Harris) e Pastorale Americana, con cui si era cimentato nel 2016 Ewan McGregor con l’esordio alla regia, non riuscendo del tutto a esprimere quello che sulla carta aveva un sapore amarissimo: la storia di un uomo soprannominato “lo svedese” che cerca di costruire una famiglia rispettabile e si ritrova a gestire il disastro di una figlia terrorista. E tutti i sensi di colpa alla ricerca del perché questo possa essere accaduto.

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Philip Roth ha scritto 24 romanzi e moltissimi racconti, trasportandoci dentro i dialoghi e ritratti più veritieri di sempre - tra tutti: il Teatro di Sabbath (1995). Ora sappiamo che Nemesi è il suo ultimo romanzo, e di nuovi non ne avremo più. “Mr. Roth era l'ultimo dei grandi maschi bianchi: il triumvirato degli scrittori - Saul Bellow e John Updike erano gli altri”, scrive oggi di lui il New York Times. Nel 2005 Roth è diventato il terzo scrittore vivente (dopo Bellow e Eudora Welty) che ha visto i suoi libri pubblicati dalla Library of America, la prestigiosa casa editrice che pubblica solo classici. Chissà se poi anche a lui, la mancanza del Nobel, seccava davvero quanto ai suoi lettori.

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