Il genio di Philip Roth in dieci libri imperdibili

L'unica consolazione è che quest'immenso scrittore americano da tempo avesse deciso di smettere di scrivere romanzi. Così oggi se non altro sappiamo che tutto quello che aveva da raccontarci ce l'ha raccontato.

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Getty Images

Non credete a nessuno che vi dica “ah, ma quello è un suo romanzo minore”: tutto quello che ha scritto Philip Roth è (più o meno) maggiore. E l'unica, orrenda consolazione, oggi che quest'immenso scrittore americano è morto, è che da tempo avesse deciso di smettere di scrivere romanzi. Così oggi, anche se ci sentiamo così tristi e così soli (sì, uno scrittore che si ama è una presenza al tuo fianco), se non altro sappiamo che tutto quello che aveva da raccontarci ce l'ha raccontato, ed è lì, in quel lungo scaffale della libreria. Da dove, dovendo proprio scegliere, forse si può ricapitolare partendo da questi titoli.

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Il lamento di Portnoy (1969) e Indignazione (2008), consigliati insieme perché se dati oggi in mano a un giovane lettore sono una portentosa, irriverente, coraggiosa guida al diventare grandi, oltre che dei capolavori (parola che non ripeteremo più, ma che per Roth vale sempre e per sempre) assoluti.

Courtesy photo Einaudi
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Lo scrittore fantasma (1979), ovvero l'entrata in scena del formidabile Nathan Zuckerman (tornerà in altri otto suoi romanzi), 23enne scrittore di belle speranze che va a omaggiare per qualche ora il proprio maestro che vive isolato sulle colline del New England. E dove fra l'altro scopre che forse Anna Frank non è morta in un campo di concentramento. E soprattutto la differenza che passa fra avere uno stile e avere una voce: «Qualcosa che parte da dietro le ginocchia e arriva fin sopra la testa. Non si preoccupi eccessivamente di quello “che non va”. Vada avanti e arriverà»).

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Il teatro di Sabbath (del 1995). L'incipit: «Giura che non scoperai più le altre o fra noi è finita». La chiusa: «E lui non poteva. Non riusciva a morire. Come faceva a rinunciare? Ad andarsene? Tutto ciò che detestava era qui». Il romanzo più nero, più sconvolgente, più strabordante e a tratti perfino più istruttivo di Roth. Ce n'è per tutti: la monogamia, gli alcolisti anonimi, la retorica della condivisione. Ma soprattutto ci sono due memorabili protagonisti – il furioso libertino 64enne Mickey Sabbath con quel gusto «di accumulare l'antipatia di chiunque», e Drenka, la sua amante che non ha paura di niente, «luce erotica della sua vita» per 13 anni. Quattrocentroquarantacinque memorabili pagine, tutte alla faccia del politicamente corretto (qualsiasi cosa significhi).

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Ho sposato un comunista (del 1998). Nathan Zuckerman reincontra il suo vecchio professore Murray Ringold: «Un uomo vecchissimo la cui dote principale consisteva nel non dedicare alle proprie disgrazie un pensiero in più di quanto le disgrazie meritassero, e che ancora non riusciva a perdere tempo parlando di cose poco serie. Guardando Murray mentre parlava in quel suo modo familiare, aperto e scrupoloso, pensai: eccola, la vita umana. Ecco cosa significa durare». I due uomini ripercorrono la vera storia di Ira, mitico fratello di Murray schiacciato dal maccartismo, da un matrimonio impossibile e da un’inadeguata idea di se stesso. Vedi alla voce Roth in purezza: i tradimenti che tutti siamo costretti a fare per sfuggire al dolore, allo smarrimento, al caos. Per illuderci che la nostra vita non sia futile. E che almeno una volta l’errore non sia previsto.

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Pastorale Americana (1997). Per molti il suo capolavoro. Gli USA degli anni 70, un uomo apparentemente perfetto, la sua amatissima figlia. Ma qualcosa, disperatamente, non torna. «Lotti contro la tua superficialità, la tua faciloneria, per cercare di accostarti alla gente senza aspettative illusorie, senza un carico eccessivo di pregiudizi, di speranza o di arroganza, nel modo meno simile a quello di un carro armato, senza cannoni, mitragliatrici e corazze d’acciaio spesse quindici centimetri; offri alla gente il tuo volto più bonario (...) e tuttavia non manchi mai di capirla male. (…) Eppure, come dobbiamo regolarci con questa storia, questa storia così importante, la storia degli altri, che si rivela priva del significato che secondo noi dovrebbe avere e che assume invece un significato grottesco, tanto siamo male attrezzati per discernere l’intimo lavorio e gli scopi invisibili degli altri? Devono, tutti, andarsene e chiudere la porta e vivere isolati come fanno gli scrittori solitari, in una cella insonorizzata, creando i loro personaggi con le parole e poi suggerendo che questi personaggi di parole siano più vicini alla realtà delle persone vere che ogni giorno noi mutiliamo con la nostra ignoranza? Rimane il fatto che, in ogni modo, capire bene la gente non è vivere. Vivere è capirla male, capirla male e male e poi male e, dopo un attento riesame, ancora male. Ecco come sappiamo di essere vivi: sbagliando. Forse la cosa migliore sarebbe dimenticare di avere ragione o torto sulla gente e godersi semplicemente la gita. Ma se ci riuscite… Beh, siete fortunati».

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La controvita (1986) e I fatti – Autobiografia di un romanziere (1988) Citati insieme anche perché in epigrafe al secondo romanzo c'è una citazione dal primo. Questa: «E mentre lui parlava io pensavo: “Guarda in che razza di storie la gente trasforma la vita, in che razza di vite la gente trasforma le storie”». I nostri destini sono irreversibili? Quanto siamo disposti a perdere per provare a scaravoltare le nostre vite? Fatevi questo regalo, leggete le 395 pagine di La controvita e lo saprete (divertendovi anche parecchio). Per saperne qualcosa di più e di diverso poi leggete I fatti, pagine apparentemente autobiografiche in cui Roth, in totale crisi esistenziale, si rivolge al suo alter-ego Zuckerman per sapere se secondo lui l'autobiografia che ha scritto ha un senso. L'infanzia protetta, gli anni dell'università, «la ragazza dei miei sogni», lo scontro con l'establishment ebraico... Una specie di apologia pro vita sua. E una magnifica festa per noi.

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Patrimonio – Una storia vera (1991). «Siamo in posa, in costume da bagno, un Roth dietro l'altro, sul prato antistante la pensione di Bradley Beach dove la nostra famiglia affittava una camera da letto con uso cucina ogni estate per un mese. È l'agosto 1937. Abbiamo quattro, nove e trentasei anni. Ci drizziamo verso il cielo formando una V, di cui i miei sandaletti sono la base appuntita e le spalle larghe di mio padre (…) le due imponenti terminazioni della lettera. Eccola, la linea maschile, intatta e felice, in ascesa dalla nascita alla maturità!». Ma ora il padre ha 86 anni, sta morendo, suo figlio è con lui, e cerca con tutta la sua forza mentale di unire le due immagini del padre. E con amore, ansia, paura, con tutta la pietas e il vigore che ha, Roth accompagna il padre fino alla morte. E fino a quel sogno da cui si risveglia urlando ma che glielo restituisce vivo per sempre.

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Everyman (2006) . Poco più di 100 pagine (123 per l'esattezza) che si leggono piano, per una specie rispetto istintivo nei confronti della perfezione. Il romanzo inizia col funerale del protagonista, un pubblicitario di New York che ha abbandonato la città dopo l’11 settembre per andare a stare in una località di mare nel New Jersey (eterna gratitudine per la descrizione delle sue nuotate). E poi ne ripercorre la vita. Alcuni matrimoni, i figli maschi che non gli perdonano di averli abbandonati, un cuore malandato, e nessunissimo afflato religioso: «Niente abracadabra su Dio e sulla morte, né obsolete fantasie sul paradiso, per lui». Solo il qui e ora, e il corpo. Quando va in pensione il protagonista fantastica di scrivere un'autobiografia e d'intitolarla Vita e morte di un corpo maschile. Il corpo, la sua potenza, il suo disfacimento, è di questo che parla il romanzo. Tutto qui? Tutto qui. Per come lo racconta Philip Roth si è portati a credere sia moltissimo.

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