Sinéad Burke: «Sono piccola, ma ho idee XXL»

27 anni, irlandese, influencer, alta 105,5 centimetri (ai suoi 0,5 ci tiene molto) ha una smisurata passione per la moda e si batte per l'Adaptive Fashion.

Sinead Burke
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Come una millenial aristocratica Sinéad Burke siede nel soggiorno della sua casa a Navan, a un’ora da Dublino, cittadina irlandese capoluogo di contea del Meath. È molto elegante: blusa in voile su un top dalle spalline sottili, pantaloni, scarpe chiuse. Tutta in nero, illuminato solo da una sottile catenina d’oro. E, malgrado si riesca a parlare dopo una giornata per lei abbastanza pesante (stamani si è profusa in un “graduation speech”, un discorso ufficiale, a 80 ragazze fresche di nomina come insegnanti delle scuole elementari), sembra appena uscita da un salone di bellezza. Il taglio di capelli a caschetto, un bob, è impeccabile come il trucco discreto: insomma, ha un look fin troppo “da signora” per una ragazza di 27 anni, ma che denota grande gusto. Glielo dico. «Ma no, stamattina dovevo sembrare autorevole di fronte a 80 donne: mi capisce, vero?», si schermisce sorridendo. Ma si vede che le fa piacere. Ama moltissimo la moda.

Dizione perfetta, eloquenza da consumata oratrice, Sinéad è una persona davvero autorevole. Conversa con la pacatezza di chi sa di avere ragione ma non sta lì a fartelo pesare. Oltre a essere un’accademica del prestigioso Trinity College di Dublino, impegnata «nel dare una voce ai bambini», è tra le più importanti influencer del suo Paese, è giornalista radiofonica e fondatrice dell’Inclusive Fashion and Design Collective, destinato a finanziare i progetti di design per i disabili. Ora è anche modella. È apparsa, ritratta da Tim Walker, per la prima volta sulla cover della versione stampata di The Business of Fashion, pubblicazione quotidiana online per l’industria globale della moda. Speciale per cultura e sensibilità, possiede qualcosa che la rende speciale senza proferire verbo. È alta 105,5 centimetri («mi raccomando i “virgola cinque”!»), ed è l’unica ad aver ereditato da papà Chris l’acondroplasia, detta anche “nanismo”. Mamma Kath e le sue sorelle e fratelli minori - in ordine di apparizione al mondo: Natasha, Niamh, Chris jr. e Chloe - sono di statura media.

Quella parola che la perseguita da sempre, “nano”, lei la odia: «Rimanda alle creature bizzarre del circo Barnum», dice con compassato senso di orrore. Preferisce l’espressione little person che è riuscita a introdurre nel dizionario Inglese-Irlandese, che ora ne ospita la traduzione in gaelico: duine beag.

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Per lei, il 2017 «è stato un anno sismico». Prima, l’invito alla Casa Bianca da parte di Obama nell’ultimo mese della sua Amministrazione, per il lancio della campagna #designforall. Poi, il discorso al Ted di New York a marzo, dal titolo Perché il design dovrebbe includere tutti, che l’ha resa una star contesa da Oprah Winfrey, Joe Biden e RuPaul. Tutto questo è culminato in quattro lectio magistralis a Davos per il World Economic Forum. Oggi Sinéad è la portavoce ufficiale di tutti i disabili che, da consumatori, non vogliono più subire passivamente proposte tristi e sempre uguali, ma abiti e accessori belli, nuovi, alla moda. «I nostri soldi hanno lo stesso valore dei vostri», è lo slogan che ha coniato. Burberry ha cominciato a vestirla e ora è in trattative con Tommy Hilfiger per realizzare quella che è stata battezzata Adaptive Fashion.

Quando ha deciso di darsi da fare?
Nel mio primo giorno da insegnante. Mi hanno accompagnato i miei genitori, mentre adesso devo farmi tutti i giorni un’ora di autobus (sorride). Ero già, in qualche modo, “abituata” a essere additata per strada, a dribblare chi mi fotografava senza dirmelo, alle risatine e alle battute volgari, alle file interminabili ai bar e nei negozi perché, non arrivando al bancone, i cassieri non mi vedevano. Non mi aspettavo, però, che dei colleghi chiedessero a mia madre notizie sul mio conto, trattandomi come una bambina, visto che ne ho la statura. Mia madre ha risposto: «E che so? Chiedetelo a lei, è l’insegnante». È stato più umiliante che sentirmi dire da una scolaretta di cinque anni di avere delle scarpe identiche alle mie. Sono un’adulta, voglio avere un aspetto da adulta che renda visibile la dignità dei miei anni. Per far divertire il pubblico, racconto che, per noi persone piccole, trovare vestiti è difficile, non possiamo andare nel reparto bambini. E non vogliamo farlo, soprattutto.

Insistere tanto sul linguaggio non è un vezzo politically correct?
Il linguaggio modifica il pensiero, dà forma ai sentimenti. Sostituire “nani” con “piccole persone” a qualcuno può sembrare ridondante, ma è alle prossime generazioni che guardo con attenzione. Esprimersi con rispetto è già una forma di rispetto.

Per lei etica ed estetica sembrano avere la stessa importanza...
L’hanno sempre avuta. Viviamo in un’epoca dominata dai social network, a cui sono grata perché mi hanno permesso, prima con il blog Minnie Mélange, poi con Facebook e Instagram, di raggiungere un pubblico enorme. Ma il linguaggio dei social si esprime soprattutto per immagini. Perché non usarli per diffondere il concetto che la bellezza non risiede in un solo standard, ma nella ricchezza delle diversità? Lei è italiano: nessun altro Paese come il suo ha una storia dove le barriere tra forma e funzione, tra aspetto e contenuto sono sempre state invisibili, perché fondamentali e complementari.

Però a qualcuno potrebbe venire il sospetto che, con l’Adaptive Fashion, non si voglia fare altro che legittimare nuove nicchie di mercato e rimpinguare i fatturati dei brand...
E se anche fosse? Vede, io rappresento tutte le minoranze escluse dall’industria del lusso. Un report sull’economia globale in relazioni ai disabili ha messo in luce che nel mondo vivono più di un miliardo e mezzo di persone “non standard” - pensi alla Cina! - in grado di acquistare moda e accessori di marca per mille miliardi di dollari. Significherebbe creare occupazione, fare ricerche su nuovi materiali, dare visibilità a giovani talenti che vogliano impegnarsi in questo campo, creare altre forme, avvalersi di nuove tecnologie. Ecco un esempio di come etica ed estetica siano intrecciati. Per esempio: l’Italia è un Paese i cui abitanti sono sempre più “adulti”, per non dire anziani. Perché i vostri stilisti non si mettono a creare anche per chi non è un Millennial? Ognuno ha diritto a vestirsi in modo consono alla propria personalità, ma anche alla propria età. Essere eleganti anche a 80 anni… Quella sì, sarebbe una bella sfida! Ricordate: è la moda a doversi adattare ai consumatori, mai il contrario.

Tra gli stilisti italiani chi vedrebbe al lavoro su un progetto simile?
Donatella Versace, per esempio. L’ammiro molto, sia come creativa, sia come donna. Ha dimostrato tanto coraggio nell’aver portato avanti l’azienda dopo la morte del fratello, da non aver paura di disegnare nuovi abiti per persone non conformi. E mi piace Max Mara. Tutti gli stilisti italiani hanno una cultura del bello che può essere anche utile.

La moda ha sempre un rimando alla seduzione, però...
Cosa intende, esattamente, per seduzione? Personalmente la interpreto come una maniera di attirare gli altri che non ha sempre a che fare con la sessualità, ma con il fascino. Ma si devono avere gli strumenti per arrivare a un’autorappresentazione per sentirci più sicure, forti, fiere di noi stesse.

Quale augurio rivolge a tutte le donne?
Non accettate passivamente quello che viene proposto. Non vergonatevi di chiedere di essere raffigurate come individui e non oggetti. Ho avuto la fortuna di conoscere Angela Davis, la grande attivista e femminista americana negli anni 70, che si è battuta per difendere i diritti delle donne nere. E lei dice: «Non dobbiamo più accettare le cose che non si possono cambiare. Dobbiamo cambiare le cose che non possiamo accettare».

Si definirebbe una femminista?
Il termine è riduttivo. Per due motivi: il primo è che si devono salvaguardare le differenze tra le persone e con “persone” intendo tutti, uomini, donne, transessuali, intersexual, chiunque sia sottoposto a una cultura che esclude e non include. Il secondo è che i miei primi, veri alleati sono stati uomini. Usciamo una volta per tutte dall’idea che uomini e donne siano nemici, piuttosto liberiamoci dagli stereotipi. Sa, sulla Terra siamo grosso modo metà maschi e metà femmine. Ogni sforzo che faremo per migliorare le condizioni del nostro pianeta, a partire dal diritto di essere più felici, non potrà essere fatto che in un solo modo: insieme. m

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